mercoledì, Settembre 22

Idee per abitare (meglio) il mondo

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Perché noi italiani saremmo più infelici e depressi dei colombiani e di molte altre popolazioni? E come si misura il tasso di infelicità? La depressione è un fatto di testa o di pancia? E’ possibile un’altra felicità che non dipenda dal PIL? Possiamo abitare il mondo in modo sostenibile ed olistico? Domande simili, a volte retoriche altre volte  provocatorie, stimolanti e comunque tali da suggerire nuovi punti di vista e di pensiero che ribaltano il nostro attuale ‘stile di vita’, sono rimbalzate come  su un tavolo da ping pong, nel corso di una due giorni tenutasi al Convitto della Calza in Firenze,  durante i quali studiosi ed esperti di varie discipline (economia, agriecologia, neurobiologia vegetale, alimentazione, architettura, arte, psicoanalisi ecc.) hanno esposto le rispettive idee ed esperienze, confrontandosi al tempo stesso con il pubblico dei presenti che hanno incalzato gli esperti con domande ed interrogativi che hanno spaziato nei vari campi.
Il tema generale di questa iniziativa promossa da Unicoop Firenze era quello di raccogliere ‘Idee per abitare il mondo‘, ovviamente nella prospettiva di  ‘Un nuovo umanesimo’,  tema su cui i Convegni, i meeting, gli incontri a tema si sprecano.

Stavolta non si è trattato del solito meeting  dai titoli tanto roboanti quanto generici o enigmatici, strombazzato dai media, da intere pagine di pubblicità a pagamento,  dalla compagnia di giro dei soliti relatori, dei guru di settore ormai consacrati, bensì dall’esigenza di far incontrare e dialogare cittadini ed esperti, noti e meno noti,  sul modo migliore e possibilmente diverso, di abitare il mondo che abbiamo ereditato e che dobbiamo lasciare in eredità ai nostri successori.  Insomma, spiega Daniela Mori, Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Unicoop Firenze, l’obiettivo è di dar vita ad unUmanesimo dal basso, in contrasto con l’attuale modello di sviluppo che si sta profilando perdente sotto tanti punti di vista. E in una visione d’insieme, organica, in cui tutto si tiene.

abitare mondo 2

Un po’ stupisce che un’iniziativa del genere che ha posto in dialogo per 2 giorni 400 persone circa, sia stata promossa da una organizzazione come Unicoop Firenze, ma a toglierci ogni dubbio è  il responsabile delle relazioni esterne,  Claudio Vanni, che ci spiega come l’ esigenza di porsi tanti interrogativi sia abbastanza diffusa tra i soci coop di questa  organizzazione che ha una sua vocazione economica  produttiva e distributiva (1 milione e 200 mila i soci, 8 mila gli addetti, 104 i punti vendita), ma anche   una sua precisa ragione sociale  che non può essere disattesa. “Unicoop Firenzee non è nuova ad iniziative di forte impatto civile e sociale -come la campagna di Crowdfunding ‘Abbracciamo il Battistero’, o quella a difesa della Lingua italiana.  Abbiamo indetto questo primo Incontro, per partecipare al quale c’era una minima quota da versare allo scopo far incontrare e discutere, partendo dalle rispettive esperienze di vita quotidiane, i nostri soci  con esperti delle varie discipline.  E ad esso vi hanno preso parte attiva cittadini di ogni età e professione  (cooperatori, imprenditori, medici, soci coop pensionati) che hanno avuto modo di porre varie domande ai singoli relatori: e le richieste erano molto di più del numero stabilito.

Impossibile dar conto delle molte idee messe in campo in questa due-giorni fiorentina. Certo è che forte attrazione hanno avuto le parole del fisico Fritjor Capra, saggista austriaco che si occupa di teoria della complessità, di sviluppo sostenibile e di ecologia e che da trentacinque anni è impegnato in una riflessione sistematica sulle implicazioni filosofiche e sociali della scienza contemporanea. In particolare Capra, che dirige attualmente il Center for Ecolitaracy a Berkley, in California, si è soffermato sul rapporto fra  agricoltura e cambiamento climatico (che è anche il titolo di una sua recentissima pubblicazione con Anna Lappé, edizioni Aboca), tema sempre più attuale, un rapporto dell’Onu stima che nei prossimi trent’anni i cambiamenti climatici in atto  potrebbero dimezzare i raccolti  delle colture di base: granturco e frumento. “Ma le mutazioni climatiche non sono casuali: il nostro sistema agricolo è vittima e carnefice della crisi climatica. L’agricoltura industriale, che pure in un determinato periodo aveva contribuito (si parla degli Anni 50), a migliorare la fertilità dei terreni,  oggi contribuisce in maniera significativa alla emissione di gas serra responsabili del cambiamento climatico, soprattutto perché fa ricorso ai combustibili fossili e consuma elevate quantità di energia. E oggi, a più di 50 anni dalla diffusione,  anche nel Sud del mondo, il nostro modello agricolo, basato sulla chimica, l’impiego massiccio dei fertilizzanti, la monocultura, hanno effetti disastrosi per la salute del suolo, dell’uomo, delle relazioni sociali (l’agricoltura intensiva e meccanizzata  ha favorito le grandi aziende con notevoli capitali, le migrazioni di massa dai centro rurali a quelli urbani, l’ aumento vertiginoso delle malattie dovuto all’uso di pesticidi, lo sfruttamento delle fonti non rinnovabili)”.

Quali soluzioni dare a questa crisi sistemica? “Senz’altro la diffusione dell’agroecologia, trasformando l’agricoltura industriale basata sulle sostanze  chimiche, in agricoltura biologica, sostenibile e a favore delle comunità: ciò consentirebbe di ridurre in maniera significativa la dipendenza dalle fonti di energia (oggi un terzo dei combustibili fossili è impiegato nel settore alimentare), avremmo un cibo sano con effetti positivi sulla salute e  verrebbero mitigati i cambiamenti climatici, riducendo le emissioni di gas serra”.

Una ragazza, Simona, che ha seguito  tutti i lavori,  partecipando attivamente al dibattito, data la sua formazione naturalistica, ci esprime il suo entusiasmo per la relazione di Stefano Mancuso, docente all’Università di Firenze, direttore del LINV (Laboratorio Internazionale di   Neurobiologia Vegetale con sede oltre ché nel capoluogo toscano anche a  Kitakushu in Giappone), il quale   anche con noi si sofferma  sulla  fisiologia e il comportamento delle piante, da cui occorre trarre insegnamento. In che senso?, chiediamo. “Nel senso che una pianta vive  per migliaia di  anni, e sopravvive  ai cambiamenti climatici e alle violenze dell’uomo. Dalle piante, perciò, possiamo imparare molto:  il primo insegnamento da trarre da questi organismi viventi che sono arrivati ai nostri giorni attraverso un processo evolutivo e di competizione (anche con noi), è che questa loro capacità di sopravvivenza è  dovuta alla loro flessibilità; per crescere e sopravvivere occorre essere flessibili; tutto ciò che è solido -lo sosteneva anche Marx riferendosi ai sistemi politici, alle società monolitiche e piramidali-  si dissolve nell’aria; l’altro insegnamento è  che le strutture verticistiche non funzionano bene, si inceppano, le decisioni più utili sono quelle prese  collettivamente. Le piante ci insegnano anche a non consumare  le risorse del pianeta e questo può essere fatto a partire dalle piccole realtà territoriali:  con il nostro istituto  abbiamo sperimentato  il funzionamento di una serra  che risponde a tali requisiti“.

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