domenica, Maggio 9

Indonesia, Iconoclastia e Islam

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Non appena è diventata notizia ufficiale e diffusa nel Mondo quella relativa alla distruzione delle statue antichissime e pregiatissime custodite nel Museo di Mosul, in Iraq, anche in Indonesia alcuni hanno invocato pari trattamento per le statue Jayandaru  nella piazza cittadina di Sidoarjo a Giava Orientale. Le ragioni addotte sono simili: gli autori delle invocazioni ritengono che le statue siano frutto del lavoro umano e l’idolatria viene considerata una parte del politeismo o ‘shirk’, il peccato più grande in assoluto nell’Islam. Una considerazione triste e ulteriore è che principale promotore di tali richieste ed invocazioni iconoclaste sia stato Ansor, l’ala giovane di quello che si definisce il ‘moderato’ Nahdlatul Ulama (NU). Il Nahdlatul Ulama viene spesso associato con il fronte contrario alla ‘purificazione’, una interpretazione strettamente letterale dell’Islam, e di solito sarebbe in prima linea nella salvaguardia delle ‘tombe sacre’ e contro la loro minaccia di distruzione, in particolare le tombe dove sono sepolti coloro che vengono ritenuti i santi musulmani.

Nahdlatul Ulama condanna aspramente l’IS per le sue azioni distruttive, compreso l’aver fatto esplodere santuari importanti e venerati come la tomba del profeta Giona (Yunus) in Iraq, così come condannano aspramente le azioni di al-Nusra, come ad esempio la distruzione della tomba dell’Imam leader an-Nawawi in Siria.

In realtà, l’embrione di Nahdlatul Ulama nel Ventesimo Secolo è stato proprio un movimento di protesta contro la distruzione di tombe di personalità musulmane rispettate e contro siti che hanno avuto importanza storica per i musulmani in Arabia Saudita (denominata Hijaz a quel tempo).

La distruzione è stata effettuata in base alle convinzioni del wahabismo per il quale i santuari sono considerati come fonti di ‘shirk’.

Qui però si tratta di statue, quindi è una questione molto differente rispetto alla potenziale distruzione di tombe dove sono custoditi personaggi ritenuti santi per l’Islam. Molti musulmani ancora oggi visitano le tombe dei personaggi sacri; non vi è finora alcun chiaro divieto nei confronti di tale pratica riferito a fonti islamiche primarie di insegnamento. Eppure vi sono molti divieti espliciti stilati sulla base di hadith o tradizioni profetiche (che sono ritenute fonti secondarie) nel fare statue a tutto tondo o immagini di creature viventi, siano esse di tipo umano o animale pieno-calcolate.

Lo Stato Islamico giustifica le proprie azioni proprio basandosi sugli hadith e basandosi anche sulla storia narrata per la quale il profeta Maometto ordinò la distruzione delle statue (o, per essere precisi, degli idoli) che circondano la Ka’ba nell’ottavo anno dopo la sua conquista della Mecca.

La stessa giustificazione fu addotta dai talebani quando nel 2001 abbatterono a colpi di esplosivo le due gigantesche statue di Buddha a Bamiyan, costruite nel Sesto Secolo, senza sapere che non vi è alcuna concezione di Dio inteso come figura individuale e terza esterna all’Uomo nel Buddhismo, una fede che non è una religione teistica e le statue del Buddha Shakyamuni non sono oggetto di creazione umana nel senso comunemente inteso dai monoteisti.

Ma ciò è quanto. Senza negare la possibilità dell’esistenza di fattori politici o economici nei casi finora citati, la questione permane sul terreno, ovvero ci si chiede se l’Islam promuove l’iconoclastia o la distruzione di idoli.

L’iconoclastia non è un fenomeno unico ravvisabile nel solo Islam (o per essere esatti tra i musulmani). Il Giudaismo e il Cristianesimo sono anch’essi pervasi nella loro storia di insegnamenti scritti che fanno esplicito riferimento alla iconoclastia. La storia della statua di un vitello d’oro nel tempo di Mosè è condivisa da tutte e tre le religioni. L’iconoclastia fu comandata da Ezechiaele re di Giudea (Due Re 18: 4) e dal re Giosia (Due Re 23: 1-20). Appare anche nel Midrash rabbinico, la storia di Abramo il quale -in quanto iconoclasta- distrugge gli idoli fatti da suo padre. Nel Cristianesimo, alcune dispute su materia di iconoclastia si sono verificate in epoca bizantina e durante il periodo della Riforma protestante.

Questo è ciò che viene narrato nella scrittura o ‘storia’. Come per l’Islam, dove il Profeta Abramo è descritto nel Corano nel momento in cui distruggere idoli (Asnam) del suo popolo (Corano 21: 52-67), nel libro sacro si cita di re Salomone, considerato un profeta dai musulmani, dove essi «[jinn]avevano fatto per lui [cioé Salomone] quello che egli ha voluto: Sinagoghe e statue [tamathil], bacini come pozzi e caldaie costruite in terra».

La terminologia coranica sembra distinguere tra una semplice statua (timthal) e un idolo o statua oggetto di adorazione (Sanam). Gli studiosi musulmani generalmente concordano sul fatto che è vietato ai musulmani avere statue come oggetto culto, perché ciò li renderebbe idolatri. Ma questa distinzione tra timthal (statua) e Sanam (idolo) conta molto quando si tratta di andare a chiarire il nucleo della questione quando si è di fronte a statue che non sono oggetto di adorazione.

Tanto per fare un esempio, quando i talebani erano sotto la guida del Mullah Mohammed Omar , questi promulgò un apposito decreto per la conservazione delle statue buddhiste di Bamiyan argomentando il fatto che – al netto dell’aver riscontrato che una popolazione buddhista non esiste più in Afghanistan – le statue avrebbero potuto essere una fonte di attrazione per il turismo internazionale e maggiori introiti monetari a sostegno del Paese. Le statue nel Tempio Buddhista Borobudur sono ancora lì, sebbene nove stupa siano andati distrutti durante il bombardamento di Boronudur nel 1985.

In generale, molti musulmani, anche quando sono una minoranza come in India o la maggioranza come accade in Indonesia, non hanno particolari problemi con le statue, a differenza di coloro che prediligono avere una interpretazione letterale delle affermazioni del Profeta, o hadith.

Il vero problema dell’IS, affermano gli studiosi indonesiani, è lo Scritturalismo che nega l’imperativo per il quale la scrittura vada contestualizzata con le circostanze circostanti e contrasta l’evidenza storica.

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