martedì, Ottobre 19

Ice Bucket Challenge: pratica farisea Il tormentone del giorno, per i VIP: farsi fotografare mentre si fanno autogavettoni

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Il tormentone della settimana, che ha animato il dibattito sui media è stato l’Ice Bucket Challenge, l’auto-inflizione di un gavettone di acqua gelata (sulla temperatura dell’acqua non ci sono garanti, però) da parte di personaggi noti e di persone qualsiasi a favore dell’Associazione per la ricerca sulla SLA.

Mettiamo un po’ di ordine alle idee. E non parlo io, che sono una NIP (No Important Person).

Lascio la parola a un testimone eccellente. Si chiama Saulo, poi Paolo da Tarso, uno che era stato più cattivo di un attivista dell’IS contro i cristiani e che poi, sulla via di Damasco (guarda le coincidenze della storia) divenne il più appassionato partigiano del Verbo, in un apostolato che lo portò fino al martirio.

La risposta alla proliferazione di secchiate di acqua di temperatura dubbia sulle teste di apparenti volontari fotografati sta nella sua prima lettera ai Corinzi, comunità cristiana con cui era in corrispondenza e che è quella, sì, una vera doccia gelata contro questa manifestazione di esibizionismo collettivo: «Fratelli, desiderate invece intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime. Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.  Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!»

Fin qui San Paolo, compatrono di Roma. Ad arrovellarmi, ci sono poi una serie di dubbi. Chiaritemi un po’ le idee, perché, magari, devo inondarmi io con una secchiata di acqua gelata per capire come stanno le cose.

L’iniziativa Ice Bucket Challenge era partita per la raccolta di fondi a favore della ricerca scientifica sulla SLA. Meritoria, mi pare che avesse un vulnus genetico: chi voleva evitare di fare una donazione avrebbe dovuto autoinfliggersi la penitenza della secchiata. Poi, è andata come è andata, c’è stato chi s’è fatto fotografare docciato e ha pure firmato un assegno.
Però, originariamente, non venivano fotografati i bonifici pro lotta alla SLA ma solo chi si gettava l’acqua ghiacciata addosso. Il che non mi pare educativo; oppure l’opinione pubblica non ha accolto queste foto come la gogna mediatica per tirchieria che dovevano essere.

Ora è tutto un fiorire di foto: e del soggetto che compie il supposto beau geste; e dei bonifici (micragnosi, in realtà… m’è capitato sotto gli occhi quello di Gerry Calà di mille euro, ma anche gli altri non devono essere granché, visto che, dei 43 milioni di euro raccolti nel mondo, gli italiani hanno raccattato qualche centinaia di migliaia di euro, per lo più dalla gente comune); e degli allegri docciati; e dei possibili soggetti da nomination… in una specie di sarabanda assai poco nobile e altruistica  -visto l’impatto mediatico positivo giusto sui vari soggetti, sia che si doccino, sia che rilascino assegni- che svuota di contenuto caritatevole l’intera operazione.

Paradigmatica è stata la telecronaca sulla TV di casa ‘Italia 1’ della esibizione secchiarola di Adriano Galliani: per un quarto d’ora Pelegatti ha osannato l’ ‘eroico’ epigono di Kojak – il capo ha sempre ragione, ma non ha trovato neanche trenta secondi per parlare della SLA, della campagna, della raccolta fondi. Per lui, l’iniziativa del Grande Capo milanista poteva essere stata mossa anche dal controllo della dose di cubetti di ghiaccio nel Martini, sarebbe stata la stessa cosa… 

Così come per la ‘mitica banana di Dani Alves che diventò fenomeno virale contro il razzismo (ed ha rappresentato un precedente contro Tavecchio…) e magari era persino innocua, rispetto ad un gavettone gelato (siamo d’estate, potrebbe persino essere di sollievo!), l’iniziativa epidemica presta il fianco ai dubbi sulla prevalenza del fine altruistico rispetto all’esibizionismo autopromozionale.

Non so fino a quando andrà avanti tale giochino che si veste di goliardata, ma che spero davvero contribuisca a raggiungere importanti risultati scientifici riguardo alla SLA.

Eppure, nel mondo, ci sono molte altre patologie che abbisognerebbero di una mobilitazione generale per sconfiggerle. E non sono meno degne di attenzione; anche in questo caso, allora, pare uno scontro fra lobbies forti e deboli nel coinvolgere l’opinione pubblica.

C’è chi, pure inventandosi un giochino scemo che, però gratifica mediaticamente chi lo fa, rastrella risorse e chi arriva addirittura ad autofinanziarsi grazie all’impegno delle famiglie dei pazienti, per fare piccoli passi avanti in campo della cura e della prevenzione.

E’ questo il caso delle malattie rare, che non ricevono l’attenzione né delle ricerca governative  -sempre con fondi risicati- né delle case farmaceutiche, purtroppo indirizzate alla rincorsa del business e prive di una sorta di spirito solidale verso malati e famiglie che soffrono e sono abbandonati all’ineluttabilità d’un destino.

Agosto sta finendo; questo agosto persino un po’ gelido e insolitamente piovoso. Inzuppato da quelle che ormai i miei Colleghi hanno ribattezzato ‘bombe d’acqua’, di stampo equatoriale, sempre pronti come sono a rincorrere le suggestioni e a declassare come privi di fascino e ‘plebei’ sostantivi che pure esistono nel nostro vocabolario, come ‘temporale’ o ‘acquazzone’ (mi chiedo, leggendo certi quotidiani, se tale parola la si eviti, perché non si sa come scriverla esattamente. Il dubbio non è mio, ma della mia amica Antonia Bonomi).

Passata la fase vacanziera delle secchiate burlone, l’autunno ci fa ripiombare nelle cose serie… negli argomenti che ci renderanno la vita complicata: tasse, tagli, annunci a vuoto, Troike, dilanianti sbarchi di immigrati e, su tutti, questa politica che ha in serbo per noi giusto secchiate gelide e i suoi linguaggi e riti autoreferenziali.

 

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