domenica, Agosto 1

I-vote flop

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Bangkok – Durante l’ultimo giorno delle manifestazioni studentesche e l’occupazione dello Yuan Legislativo nella scorsa primavera, la protesta nota come il Movimento dei Girasoli ha dovuto affrontare la sua crisi più grande. I leader del movimento studentesco hanno posto la questione nei confronti della Legislatura in carica in merito a quello che hanno ritenuto essere una gestione poco democratica ed opaca della scena politica nazionale, una specie di “scatola nera” sul management politico relativa al futuro assetto statale e politico. Si tratta di un’accusa che poi è ricaduta anche all’interno del movimento stesso, quando si è discusso di una exit strategy e sono cominciate le tentate scissioni e le accuse verso il vertice del movimento di essere diventato esso stesso un’altra “scatola nera”.

L’intero movimento ha evitato i temi di maggior imbarazzo come è accaduto circa la fazione del movimento che ha criticato il “piccolo circolo” di leader (quello che noi potremmo chiamare il “cerchio magico”) che in televisione via via decideva le cose un po’ all’ultimo momento. Ovviamente gli ideali sono più facili da praticare che la pratica quotidiana, affermano i critici locali.

La decisione del movimento studentesco di chiudere la porta è stata antidemocratica ma è stata anche vista come una decisione di tipo strategico. La chiusura delle manifestazioni su una nota alta ha generato un momento che in parte ha contribuito alla troncatura del Kuomitang al governo nelle 29 elezioni regionali di novembre. D’altro canto, il processo decisionale nella protesta anti-Pechino guidata dal movimento studentesco è meno centralizzata e in un certo qual senso più democratica. Proprio il venir meno di una strategia forte e comune ha condotto ad una qualche frattura nell’opinione pubblica e aleggia nelle divisioni all’interno dei manifestanti.

La gran parte delle democrazie applica un sistema rappresentativo non perché è il più democratico ma semplicemente perché è il più pratico, fanno notare gli osservatori politici locali. Mentre l’avanzamento tecnologico sostanzialmente abbassa gli ostacoli tecnici per la democrazia diretta, è altamente difficile prendere decisioni per consenso generale in un mondo dove aumentano sempre più le specializzazioni e ci si urbanizza progressivamente dove persone con differenti background, sistemi di credenze e visioni politiche vivono nella stessa città. Un esempio additato in questo specifico frangente è quello del cosiddetto “I-voting” applicato per il vertice sindacale di Taipei. Le Elezioni aperte di capi governativi (soprattutto con votanti online) sono state la piattaforma principale per l’elezione del Sindaco Ko Wen-je durante la sua campagna politica.

Nonostante il lancio dell’I-vote per un singolo capo al momento, il processo elettivo online è stato subissato di problemi. Ad un certo punto, lo stesso Ko si è lamentato dicendo: «Se avessi saputo prima di tutto questo, avrei chiesto subito il ruolo di sindaco per me stesso». In complesso, 20.142 persone hanno sottoscritto il voto per il Sindaco di Taipei, 19.956 si sono registrati online mentre il resto ha fatto registrare il proprio voto di persona. Solo 7.500 tra di essi hanno poi materialmente votato prima della linea di confine temporale della domenica. Anche volendo tenere in poco conto la piccolezza del campione (Taipei ha una popolazione di più di due milioni di abitanti), l’I-vote ha raggiunto un livello all’incirca del 36 per cento, insomma un mezzo flop. Inoltre, illustrando i dati relativi alla selezione pubblica dei capi cittadini, coloro che hanno votato lo hanno fatto pesantemente a favore di candidati che in precedenza erano stati marginalizzati da un gruppo di esperti all’interno della commissione di selezione.

 

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