venerdì, Maggio 14

I vincitori dei Grammy Awards field_506ffb1d3dbe2

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Ringo e Paul

Il 26 gennaio sono stati assegnati allo Staples Center di Los Angeles i cinquantaseiesimi  Grammy Awards, gli Oscar della musica, con la bellezza di 105 riconoscimenti da parte della National Academy of Recording Arts and Sciences suddivisi in 30 generi. Premi che, come sempre accade, lasciano più di una perplessità, ma che delineano delle tendenze interessanti per quanto riguarda il mondo della musica. D’altra parte, il fatto che artisti del calibro di Velvet Underground, Depeche Mode, Bjork, Talking Heads, Kiss, Morrissey, Kinks, Patti Smith, Guns N’ Roses, Oasis, Public Enemy e Tupac non ne abbiano mai vinto uno, già da solo dimostra l’arbitrarietà di queste votazioni.

I trionfatori della edizione 2014 dei Grammy sono stati, come ampiamente preventivato,  gli enigmatici Daft Punk, duo francese composto dai robotici Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo, il cui volti sono immancabilmente coperti dai caschi, che si sono aggiudicati ben cinque grammofoni d’oro.

Premi equamente suddivisi tra il sorprendente album ‘Random access memories’ e il tormentone funky-disco ‘Get Lucky’: Album of the Year, Record of the Year, Best Pop Duo / Group Performance , Best dance-electronic album e Best Engineered Album. Dopo sei anni di silenzio, i Daft Punk sono tornati trionfalmente sulle scene con un album come ‘Random access memories’ , diversissimo dai loro precedenti lavori. Al posto della consueta dance elettronica, il disco è un affascinante viaggio attraverso funky, dance, pop, prog-rock e musiche da film, il tutto realizzato attraverso strumenti veri, senza mai ricorrere a suoni campionati.

Nell’era della tecnologia estrema, della musica digitale low cost loro hanno scelto di registrare su un antico nastro analogico, con musicisti veri, puntando tutto sulla qualità e sul sound delle canzoni. Un disco-kolossal, al quale hanno collaborato pesi massimi del music business come il prezzemolino Pharrell Williams, autentico Re Mida della musica black, il chitarrista e mente degli Chic Nile Rodgers, il mago della disco music made in Italy Giorgio Moroder, il frontman degli Strokes Julian Casablancas, il crooner vintage Paul Williams e tanti altri.

L’obiettivo dell’album è dichiarato fin dal primo brano, non a caso intitolato ‘Give life back to music’, ovvero restituiamo vita alla musica. Missione compiuta, a giudicare dalla leggendaria performance allo Staples Center, nella quale i Daft Punk, accompagnati dalla superstar Stevie Wonder  e da un supergruppo guidato da Pharrell Williams, hanno fatto ballare in platea perfino Yoko Ono e Paul McCartney, mai così scatenati. Nella società dell’immagine e del presenzialismo  ha vinto un duo, i Daft Punk,  di quarantenni francesi di cui nessuno conosce il volto, sempre nascosto dagli onnipresenti caschi.

Neanche al momento di ritirare i cinque premi Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo si sono concessi al pubblico, lasciando la parola ogni volta  a uno degli straordinari collaboratori del disco. Molto divertente l’intervento dell’esperto  Paul Williams, voce del brano ‘Touch’, che ha dichiarato: «In passato, quando bevevo, mi immaginavo cose che non c’erano e di cui avrei avuto paura. Poi sono diventato sobrio e due robot mi hanno chiamato e chiesto di fare un album».

Da un punto di vista musicale il trionfo dei Daft Punk è soprattutto il trionfo di un certo sound, il funky-disco che impazzava nelle discoteche alla fine degli anni Settanta, non a caso nei brani più fortunati di ‘Random Access Memories’ suona la chitarra un certo Nile Rodgers, la mente degli Chic, grande protagonista di quell’epoca.

 Il successo mondiale di ‘Get lucky’  non può ridursi, quindi, a una sapiente mossa commerciale perchè nessun artista mainstream,  nel 2013, proponeva quel tipo di sonorità, Jamiroquai a parte. «Abbiamo scelto di imboccare l’autostrada contromano»,  ha dichiarato Thomas Bangalter, uno dei due uomini in maschera. Questi Grammy dimostrano quindi che la musica dance, per essere davvero coinvolgente, deve essere suonata, cantata e arrangiata a regola d’arte. Una tendenza che, siamo sicuri, presto contagerà tutti i maggiori dj e producer di musica house ed elettronica.

L’altro exploit della 56esima edizione dei Grammy riguarda un altro duo, quello formato da Macklemore e Ryan Lewis, la cui storia è emblematica del sogno americano.

Dopo anni di gavetta e di lavori precari, con il sostegno appassionato dalla loro devota fan-base,il ventinovenne rapper Ben Haggerty, in arte Macklemore, ed il venticinquenne produttore Ryan Lewis sono emersi come il gruppo hip-hop più importante degli Stati Uniti, grazie ai loro elettrizzanti spettacoli dal vivo, alla loro musica, che strizza l’occhio al pop, costruita con perizia artigianale e agli innovativi video multimediali. Il due artisti di Seattle ha vinto come migliori nuovi artisti, miglior rap album, ‘The Heist’, miglior canzone rap , ‘Thrift Shop’ e miglior performance rap, superando superstar del calibro di Jay Z, Eminem e Kanye West.

Mentre l’hip hop è caratterizzato spesso da testi violenti, misogini  e omofobi, il bravo ragazzo Macklemore si è distinto per le citazioni della Bibbia e per una canzone come la fortunata ‘Same love’,che è un inno alla tolleranza  e all’accettazione degli amori non convenzionali. Proprio ‘Same love’ è stata scelta come esibizione dal vivo, durante la quale trentaquattro coppie, anche dello stesso sesso, si sono unite simbolicamente in matrimonio, officiato dalla cantante  e attrice Queen Latifah.

Il momento più emozionante è stata l’apparizione di Madonna , da sempre paladina dell’universo LGBT, vestita con un abito bianco e cappello da cowboy, che ha cantato una porzione della sua hit ‘Open Your Heart’.

Al momento di ritirare l’ambito premio Macklemore e Ryan Lewis, elegantissimi e visibilmente emozionati,  hanno ricordato i loro difficili esordi, in particolare la realizzazione dell’album di debutto senza alcuna etichetta discografica disposta a supportarli, ma semplicemente da indipendenti. Adesso, naturalmente, tutte le major si sono messe in fila per produrre il loro secondo album, che dovrà dimostrare se ‘The Heist’ è stato solo un trionfo episodico o il primo mattone di una solida carriera discografica.

Terza grande vincitrice dei Grammy è la diciasettenne neozelandese Lorde, definita da il Duca Bianco David Bowie «il futuro della musica», che si è aggiudicata due Grammy, canzone dell’anno e miglior pop solo performance, entrambi per la hit ‘Royals’.

Mentre le più smaliziate colleghe Lady Gaga, Katy Perry e Rihanna si sfidavano a colpi di provocazioni, video piccanti e microabiti, Lorde, che non spicca certo per essere una bellezza statuaria, si è messa in luce per la sua inconfondibile voce e per il suo pop di confine, rarefatto e malinconico.

Segno, anche questo, che gli spettatori sono stufi della dittatura dell’immagine nella musica, ma cercano qualcosa di più profondo e solido, con cui tornare a emozionarsi.

Grandi soprese anche nel rock, dove gli osannati Artic Monkeys e Arcade Fire sono rimasti a bocca asciutta, vedendosi superati dai vecchi leoni del rock Led Zeppelin,vincitori del Grammy come migliore album rock per il loro disco live ‘Celebration day’.

L’album è stato registrato il 10 dicembre 2007 alla O2 Arena di Londra in occasione del concerto-tributo a Ahmet Ertegun, boss della Atlantic.

Da anni i fan di tutto il mondo sperano in una reunion dei tre Zep superstiti, ma le incomprensioni tra loro e gli impegni solisti dei componenti della più importante  gruppo hard-rock di sempre hanno finora impedito  questa eventualità.

I premi alla vecchia guardia del rock hanno coinvolto anche gli inaffondabili Black Sabbath di Ozzy Osbourne, la cui reunion, nonostante la lotta ancora non vinta contro il tumore del chitarrista Tony Iommi, ha procurato loro il Grammy per la miglior performance metal, con buona pace delle nuove, agguerrite generazioni che ne vorrebbero emulare le gesta.

Il momento più commovente della serata allo Staples Center resta, però, il ritrovato sodalizio tra Paul McCartney e Ringo Starr, che hanno riformato per alcuni minuti la magia dei Beatles nel proporre insieme la godibile ‘Queenie Eye’, ultimo singolo del Macca. Un piccolo assaggio di ciò che avverrà in mondovisione il prossimo 9 febbraio, quando Paul e Ringo suoneranno in diretta alla Cbs per celebrare i cinquant’anni della leggendaria esibizione dei Fab Four all’Ed Sullivan Show, che ha segnato di fatto lo sbarco in grande stile della musica inglese in America. I vecchi leoni sono tornati e ruggiscono ancora.

 

 

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