sabato, Ottobre 16

I viaggi dei Papi in Israele Un rapporto complesso quello tra il Vaticano e la religione ebraica. Sabato è atteso Il Santo Padre

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Papa Benedetto XVI lascerà il pontificato

Il rapporto tra il Vaticano e Israele è stato sempre delicato, complesso e allo stesso tempo estremamente importante. La programmata visita di Papa Francesco nelle Terra Santa cade anche nel cinquantesimo anniversario del primo viaggio di un Pontefice in Israele. Cerchiamo di analizzare la storia dei viaggi dei Papi in Israele partendo prima dalla storica visita di Paolo VI mezzo secolo fa.

Papa Montini è stato il primo pontefice ad utilizzare un aereo e a visitare la Terra Santa; è stato inoltre il primo a lasciare l’Italia dopo più di un secolo. Il suo viaggio (dal 4 al 6 gennaio del 1964) fece enorme scalpore e fu salutato come una coraggiosa apertura del Vaticano nei confronti della religione ebraica e del giovane Stato che era stato fondato da David Ben Gurion nel 1948. Il Santo Padre nel corso della visita ebbe anche incontri ecumenici al Monte degli Ulivi, a Gerusalemme, dove incontrò il patriarca ecumenico di Costantinopoli Atenagora e con Yeghishe Derderian, patriarca armeno di Gerusalemme. Il Papa ebbe modo di parlare anche il re Hussein di Giordania e il sindaco di Gerusalemme Mordechai Ish-Shalom. Pregò al Santo Sepolcro a Gerusalemme, visitò la Basilica dell’Annunciazione a Nazareth e salutò un gruppo di pellegrini dell’arcidiocesi di Milano. Il 6 gennaio celebrò l’Epifania nella Grotta della Natività di Betlemme ed infine ripartì dall’aeroporto di Amman per Roma. Era la prima volta che un successore di Pietro tornava nei luoghi della vita e della resurrezione di Gesù Cristo. L’itinerario del Santo Padre fu sempre seguito da molte persone: sembrava che il Papa venisse sommerso dalla folla, cosa di cui rimase colpito.

Subito dopo la sua elezione a sommo Pontefice, Paolo VI pensò di recarsi in pellegrinaggio in Terra Santa. Ne diede notizia in forma riservata al Cardinale segretario già nel del 21 settembre 1963: «Dopo lunga riflessione e dopo d’aver invocato il lume divino, mediante l’intercessione di Maria santissima e dei santi apostoli Pietro e Paolo, sembra doversi studiare positivamente se e come possibile una visita del Papa ai luoghi santi, nella Palestina».

Finalmente un Papa tornava sui luoghi, dove aveva vissuto Gesù, e da lui aveva ricevuto il formidabile compito di ‘pascere i suoi agnelli e le sue pecorelle’. Fu un’intuizione sviluppata in segreto per evitare complicazioni di ogni genere, e poi comunicata in San Pietro il 4 dicembre ai padri conciliari che approvarono con un lungo applauso. «Vedremo quel suolo benedetto, donde Pietro partì e dove non ritornò più un suo successore; noi umilissimamente e brevissimamente vi ritorneremo in segno di preghiera, di penitenza e di rinnovazione per offrire a Cristo la sua Chiesa». Queste le parole di Paolo VI prima del primo e trionfale pellegrinaggio nelle Terre sante.

Passarono ben 36 anni, due terribili e sanguinose guerre contro il mondo arabo (nel 1967 e nel 1973) prima che un altro Papa tornasse in quei martoriati e meravigliosi territori ricchi di tanti significati religiosi. Il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II in Terra Santa durò sette giorni: dal 20 al 26 marzo 2000.

Accolto dal re di Giordania Abdallah II e da tutta la famiglia reale, il sommo Pontefice iniziò il suo pellegrinaggio giubilare ad Amman, come aveva fatto il suo predecessore Paolo VI. Anche il suo fu un viaggio segnato dal desiderio di portare un forte messaggio di pace e fratellanza: “Non importa quanto difficile, non importa quanto lungo, il processo di pace deve continuare” (dal discorso fatto ad Amman). Presenti a quell’incontro storico anche il Padre Custode Giovanni Battistelli e Padre Giacomo Bini, Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori ed altri rappresentanti della chiesa cattolica e Greco-Ortodossa.

Nel suo discorso sul Monte Nebo Giovanni Paolo II salutò i presenti e l’inizio del suo viaggio, ricordando le grandi figure di Mosè e Gesù Cristo, al quale dedicò ogni passo del suo pellegrinaggio. Il suo saluto, in quel primo giorno, andò anche ai figli di San Francesco e al loro secolare servizio di custodire i luoghi santi. Giovanni Paolo II arrivò in Terra Santa in un momento storico molto diverso da quello degli anni ’60. Le sue stesse condizioni fisiche segnano una differenza con il suo predecessore, ma è soltanto apparente. Lo spirito e il messaggio sono gli stessi: pace, fraternità e giustizia per tutti gli uomini. Le persone accorse da ogni angolo per vederlo gli riservarono un caloroso benvenuto. Come d’altronde fu caloroso il benvenuto datogli dal Re della Giordania, dal capo di stato di Israele Ezer Weizman e dal Presidente della Palestina Yaser, Arafat.

A Betlemme Giovanni Paolo II incoraggiò il popolo palestinese ricordando che la pace è solo possibile quando esiste il rispetto dei diritti umani, ed ha poi esortato la minoranza cristiana a non emigrare. Sorretto dal Custode da una parte e dal Ministro Generale dall’altra, discese gli scalini che portano alla grotta della natività; qui si raccolse in preghiera per alcuni minuti.

Importante e molto apprezzato fu considerato il suo intervento durante l’incontro interreligioso nell’auditorio del Notre Dame di Gerusalemme, nel quale individuò proprio nel dialogo tra le diverse religioni la via per la pace nel mondo e nella Terra Santa in particolare. I tempi della terza visita furono più brevi. Dopo nove anni, Benedetto XVI tornò nei territori teatro di guerre, odi secolari e scontri religiosi. L’8 maggio del 2009 il Pontefice tedesco arrivò con la sua tipica sobrietà così distante dallo stile di Giovanni Paolo II.

Alla vigilia del suo primo viaggio in Terra Santa dopo l’elezione a Pontefice, Ratzinger fu destinatario di un duro e violento attacco via internet da parte dei Talebani che condannarono l’attività della Chiesa in Afghanistan, parlando di ‘proselitismo dei crociati’ e lanciando minacce di ritorsioni nei confronti dei cristiani. D’altro canto la maggior parte della stampa araba presentò positivamente il viaggio papale, cogliendone gli intenti di pace e di stimolo al dialogo tra tre religioni monoteiste.

L’11 maggio il Papa lasciò la Giordania e giunse a Tel Aviv per iniziare la sua visita in Israele. Nel suo primo discorso ufficiale in terra israeliana, davanti al presidente israeliano Shimon Peres e al premier Benjamin Netanyahu, giunti ad accoglierlo all’aeroporto, pose l’accento sui tempi della pace tra israeliani e palestinesi, auspicando che si possa «esplorare ogni via possibile per raggiungere una soluzione giusta al conflitto, cosicché entrambi i popoli possano vivere in pace in una patria che sia la loro, all’interno di confini sicuri e riconosciuti internazionalmente». Il Pontefice si è poi recato a Gerusalemme per una visita di cortesia presso la residenza del presidente Peres; qui ha incontrato Noam e Aviva Shalit, genitori del soldato Noam Shalit, prigioniero di Hamas a Gaza dal giugno del 2006. Ha poi reso omaggio al memoriale dell’Olocausto, Yad Vashem e ha condannato il negazionismo, lanciando un forte appello affinché «il nome delle vittime possa non morire mai e che le loro sofferenze non vengano mai dimenticate, sminuite o negate». Gran parte della stampa israeliana non ha mancato tuttavia di sottolineare il disappunto per alcune cose non dette da Ratzinger, come ad esempio la citazione esplicita del nazismo. In serata, a chiusura della sua prima giornata in Israele, Benedetto XVI prese parte ad un incontro interreligioso presso il centro di Nostra Signora di Gerusalemme. Durante l’incontro uno sgradito fuori programma mise in imbarazzo il Papa ed i presenti all’incontro: lo sceicco Taysir Tamimi prese la parola, pur non essendo stato invitato a parlare, per lanciare un duro attacco, in arabo, contro Israele accusato apertamente di genocidio verso il popolo palestinese e provocando il risentimento dei rabbini presenti che lasciarono la sala per protesta; il papa è apparso sorpreso da ciò che stava accadendo.

Il 12 maggio il Pontefice visitò la Cupola della Roccia, luogo sacro all’Islam, dove entrò, assieme al Gran Mufti di Gerusalemme, togliendosi le scarpe, come richiedono i precetti musulmani. Al Muro del Pianto, dove depose una preghiera e pregò assieme ai rabbini ebraici, elevò al Dio comune un’accorata preghiera per la pace. Al centro ‘Hechal Shlomo’ incontrò le massime autorità religiose ebraiche, i gran rabbini di Israele Shlomo Amar e Yona Metzger. Il Papa andò poi al Cenacolo per presiedere la preghiera del Regina Coeli con gli ordinari di Terra Santa e alla concattedrale dei Latini di Gerusalemme prima di pranzare assieme agli ordinari di Terra Santa e agli Abati nel Patriarcato dei Latini di Gerusalemme.

Il 13 maggio fu la giornata dedicata a Betlemme e ai Territori palestinesi occupati. Un tema estremamente delicato e controverso. Al mattino fu accolto a Betlemme sul piazzale antistante il palazzo presidenziale e si recò a celebrare la messa nella piazza della Mangiatoia. Nel pomeriggio la grotta della Natività, il Caritas Baby Hospital ed il campo profughi palestinese di Aida. Qui ha ricordato, tra l’altro che «incombente su di noi, mentre siamo riuniti qui è la dura consapevolezza del punto morto a cui sembrano giunti i contatti tra israeliani e palestinesi, il muro” e ancora che in “un mondo in cui le frontiere vengono sempre più aperte… è tragico vedere che vengono tuttora eretti dei muri». In serata il Pontefice ha reso visita al presidente Abu Mazen, presso il palazzo presidenziale. Il 14 maggio ha celebrato la messa sul Monte del precipizio nella città di Nazaret, incontrando poi il premier israeliano Netanyahu nel convento dei Francescani. Il Papa ha poi salutato i religiosi della Galilea nell’auditorium del santuario dell’Annunciazione, prima di visitare la grotta dell’Annunciazione dove ha celebrato i vespri.

La prossima visita di Papa Francesco, così diverso dai suoi predecessori, sarà molto importante per comprendere l’attuale rapporto tra le due religioni e i due Paesi.

 

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