I troppi lati oscuri della strage di Via D’Amelio Depistaggio, certo. Ma chi? Perché?

Anche quest’anno, trentennale della strage a via D’Amelio costata la vita a Paolo Borsellino e la sua scorta, molto rito. Accade spesso, in queste occasioni: parla chi non sa; chi sa non parla.

  Il presidente della Repubblica, non va dimenticato, colpito atrocemente anche personalmente, con il delitto del fratello Piersanti che muore tra le braccia, parla di “anelito di verità indispensabile” per disvelare “appieno le responsabilità di quel crudele attentato e degli oscuri tentativi di deviare le indagini”.

  Ha ragione, il presidente Mattarella: “oscuri tentativi”; al tempo stesso anche evidenti. Si vada a pagina 184 di un libro fresco di stampa, “Un pessimo affare”, di Giovanni Bianconi. Si parla di quello che è stato definito il “più grande tentativo di depistaggio della storia giudiziaria italiana”, ovvero le false accuse del falso collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino. “Al di là delle responsabilità personali e delle intenzioni di chi indagò tra il 1992 e il 1994, scolpisce Bianconi, “resta una certezza: la storia semplice ricostruita quasi a tamburo battente dalla polizia con il supporto del SISDE, e avallata nel corso degli anni dalla magistratura inquirente e giudicante, fu inventata a tavolino”.

   Andate a pagina 188 dello stesso libro. Parla la figlia di Borsellino, Fiammetta: “Quando, anni dopo, si sono presentate le avvisaglie di un ennesimo depistaggio, non sono state riconosciute. E si sono riproposti gli stessi errori. Come se ci fosse una totale perdita di memoria, una completa amnesia, non so se voluta o non voluta, ma che ha consentito il ripetersi di meccanismi che hanno allontanato la verità”.  

  Prendete ora il “Corriere della Sera” del 19 luglio. Il Il neo procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, in questa veste, chiede scusa per “tutte le omissioni e gli errori, ma anche per le superficialità e persino le vanità che hanno ostacolato la ricerca della verità”. Si riferisce alle prime indagini. “Omissioni”, “Errori”. “Superficialità”. “Persino le vanità”. Da parte di chi? Il dottor Melillo resta nel vago. Sarebbe opportuno uscire dal generico. Chi ha omesso, commesso errori, è stato superficiale e vanitoso?

  Il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia della regione Sicilia Claudio Fava, intervistato da “Il Venerdì” di “Repubblicadice cose simili: tra i magistrati che indagarono su via D’Amelio ci sono state omissioni e reticenze che non credo fossero figlie di un coinvolgimento diretto quanto piuttosto della incapacità di bloccare un’indagine che era comunque avviata…”.

  E ancora: “…Credo che questi magistrati fossero presi dall’ansia da prestazione, probabilmente anche dalla volontà di carriera. Rispondevano alla necessità di chiudere al più presto l’indagine”.

  Ce n’è quanto basta per un intervento istituzionale. Del ministro della Giustizia, del Consiglio Superiore della Magistratura, di un senatore o un deputato che presenta almeno un’interrogazione. Ma fare finta di niente, no.

  Per quel che riguarda la strage: la Cosa Nostra con Borsellino uccide Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina,Claudia Traina, sei morti quel giorno. In realtà, le vittime sono sette. Di una quasi sempre ci si dimentica.

  Potrebbe essere una tragedia greca. Borsellinoindaga anche sulla mafia trapanese, di cui poco o nulla si sa; ma è ben viva, avvolgente, asfissiante. Rita Atria, così si chiama la settima vittima, è una ragazza di diciassette anni, di Partanna, paese dove si fronteggiano gli Accardo e gli Ingoia: una ventina di morti ammazzati in pochi mesi; tra quei morti anche don Vito il “paciere”, padre di Rita; e il fratello Nicola.

  Mille volte la madre dice a Rita di non immischiarsi, non fare “fesserie”; lei invece diventa testimone di giustizia, racconta quello che sa di quei clan chiusi, impenetrabili; fornisce a Borsellinochiavi di lettura per conoscere equilibri e gerarchie; la madre la ripudia, ha tradito l’onore della famiglia. Poi, il 19 luglio di trent’anni fa Borsellino viene ucciso, e anche Rita comincia a morire. Quel giudice per lei non è solo un giudice, è il padre che non ha mai avuto; una depressione da cui non si solleva più. Non trova una ragione per vivere, si lancia dalla finestra del quarto piano dell’appartamento romano in cui ha trovato rifugio.

  La tragedia non finisce qui. C’è l’ultimo oltraggio: la madre, con un martello spacca la tomba dove Rita riposa, distrugge la fotografia della figlia che ha infangato l’onore della famiglia. Poi dirà di averlo fatto perché quella fotografia non le piaceva… Credo sia doveroso oggi deporre un ideale fiore sulla tomba di quella ragazza, la settima vittima della strage di via D’Amelio.