giovedì, Ottobre 28

I tanti paradossi della giustizia italiana Risarcimenti giudiziari: pagato oltre mezzo miliardo di euro.I più informatizzati, ma anche i più lenti d’Europa

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 Abbiamo i tribunali più informatizzati d’Europa, ma da noi i processi durano più che in tutti gli altri Paesi. È il paradosso della giustizia italiana, messo in luce dal quinto rapporto della Commissione europea per l’efficienza della giustizia (CEPEJ), reso noto dal Consiglio d’Europa. Alla fine del 2012 (anno di riferimento dell’indagine), l’Italia era lo Stato con più processi penali pendenti (ben 1.454.452) e il secondo, dopo la Germania, per numero di cause civili in attesa di giudizio (4.650.566). Tra i casi analizzati dagli esperti europei, spiccano i 2.648 giorni necessari per ottenere un giudizio di primo grado per bancarotta, e i 770 giorni per una causa di divorzio. In questo caso, però, la responsabilità della lentezza delle pratiche è dovuta anche alla legge che, per esempio, non contempla lo strumento della mediazione familiare obbligatoria. Se ci fosse, come dimostra l’esperienza di tanti mediatori familiari, molte cause si risolverebbero con la riconciliazione e non arriverebbero davanti al giudice.

  Bocciata in efficienza, la macchina giudiziaria italiana è invece promossa in tecnologia. Secondo il dossier del Consiglio d’Europa,  avrebbe raggiunto un livello di eccellenza nell’uso dell’informatica nei tribunali e avrebbe migliorato il proprio punteggio rispetto alla precedente valutazione. Dai dati del quinto rapporto Cepej risulterebbe che tutti i giudici hanno a disposizione hardware e software per facilitare il loro lavoro. Inoltre tutti i tribunali italiani sarebbero forniti di un sistema elettronico di registrazione dei casi e di un sistema di gestione finanziaria.

   L’Italia ha inoltre un altro primato: quello dei magistrati più pagati. Secondo il dossier un giudice di Cassazione, a fine carriera, guadagna 97.833 euro netti all’anno, quasi il doppio della media europea (52.780 euro) e più di tutti tra i magistrati dei paesi Ue. Guadagnano di più solo i giudici di ultima istanza di tre paesi membri del Consiglio d’Europa (ma non dell’Ue): Svizzera, Norvegia e Principato di Monaco.

   E ora altri primati. Negli ultimi vent’anni i fascicoli Riparazione per ingiusta detenzione liquidati dal ministero dell’Economia sono 22.689 per un totale di 567.744.479,12 €. I risarcimenti sono andati a chi è stato sottoposto a custodia cautelare e poi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile. Ma i soldi sono andati anche a chi ha subito una ingiustizia formale a causa dell’applicazione illegittima della custodia in carcere a prescindere dalla successiva sentenza di assoluzione. Nella geografia delle procure e degli uffici Gip che sono costati di più in termini di risarcimenti spicca la piccola Catanzaro: nei primi sei mesi del 2014 ha prodotto 65 fascicoli R.I.D. liquidati per 2 milioni 303 mila 163 euro.

  La cifra media dei risarcimenti è di 6-700 euro al giorno. A Palermo (i reati di mafia prevedono una custodia cautelare più lunga e, dunque, risarcimenti più pesanti), i 35 casi di ingiusta detenzione hanno inciso solo quest’anno per 2 milioni 790 mila 476 euro. A Napoli, sempre nel 2014, i risarciti sono stati 48 per un totale di oltre un milione e 200 mila euro. Virtuose, anche perché piccole, le corti d’Appello di Perugia (2 casi, circa 12 mila euro) e di Trento (1 caso, circa 27 mila euro). Al di là delle cifre, che pure sono importanti, non bisogna mai dimenticare che si tratta di storie umane e drammi di chi ha dovuto conoscere il carcere a causa dell’errore, o quanto meno della superficialità, di un Pubblico Ministero o di un Giudice per le Indagini Preliminari.

   Della serie: promesse non mantenute. Lo avevano immaginato e promesso a gennaio del 2012. Due anni e mezzo da quella data, e nonostante mesi di annunci, il piano carceri in project financing può dirsi naufragato. La norma era contenuta nel decreto 1/2012, uno dei provvedimenti “strategici” del governo Monti, nato “al fine di realizzare gli interventi necessari a fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento delle carceri”.

 L’idea, in assenza di denaro pubblico, era dare spazio in maniera massiccia alle operazioni in finanza di progetto. L’edilizia carceraria, almeno in teoria, si adatterebbe bene all’utilizzo del projectfinancing. Il provvedimento prevedeva che al concessionario fosse riconosciuta, a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura, lasciando a suo totale carico l’alea economico-finanziaria della costruzione e gestione dell’opera. Le concessioni avrebbero dovuto avere durata non superiore ai vent’anni. In pratica, però, questo piano è rimasto sulla carta. Un decreto del ministero della Giustizia avrebbe dovuto disciplinare “condizioni, modalità e limiti di attuazione” di questa operazione. Tenendo presente le specificità del settore carcerario. A oggi. però, questo provvedimento non è ancora stato licenziato; e il piano carceri in project financing può dirsi morto. 

   

 

 

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