sabato, Maggio 8

I survived New York City blackout Bisogna guardare nel buio per scoprire la luce. 12 anni fa, 'dal fondo dell'opaco'

0
1 2


The sound of silence

È mezzanotte, sono a Times Square, mi allontano dal cono di luce del generatore d’emergenza, mi addentro nel buio. Fa molto caldo. Tutto intorno, enormi automobili cariche di neri di dimensioni extra-large percorrono le vie con una lentezza enfatica, mandando musica a tutto volume. Uomini (forse anche donne, chissà perché ma la mia inquietudine assumeva fattezze maschili) attendevano, dentro auto parcheggiate su uno sfondo senza luce, non scambiavano una parola. Vecchi in bicicletta arrivavano dal Bronx, ridevano di noi. Nessuno deglisfollatinel cono di luce chiedeva nulla ai poliziotti, che intanto si sbracciavano in mezzo alla strada per dirigere il traffico, praticamente azzerato, in una piazza surreale contornata dalle oscure sagome dei grattacieli di Manhattan. Noi, dentro e fuori il cono di luce, li guardavamo e tutto intorno non funzionava niente: acqua, ascensori, telefoni, soprattutto i climatizzatori.

Il vero dramma sembravano essere i climatizzatori spenti. Ho cercato, per gran parte della notte, di chiedere ad alcuni come potevano restarsene così tranquilli, seduti per terra, sdraiati sul catrame caldo. “Non abbiamo paura perché ci hanno detto di non averne”, mi risponde uno, spaurito dalla mancanza di aria condizionata: “il Governo starà lavorando per noi. Certo, però… che caldo”. Schivo il primo pensiero: è bello che abbiano fiducia nel Governo. Precipito nel secondo: “No, maledizione, non è bello… possono dargli a bere qualunque cosa, purché gliela imbastiscano nel modo giusto”.

I miei ‘compagni di buio’, di qualsiasi colore fossero, erano uniformati sul nero o sul bianco, a seconda che stessero dentro o fuori il cerchio illuminato la cui punta, acuminata come un pugnale, affondava nel cuore luminoso di una lampada d’emergenza. Confidavano in qualcuno che si presumeva fosse molto intento nel risolvere la questione. Io mi sentivo imprigionata dentro ‘The sound of silence‘: una comunità seduta al buio, in silenziosa attesa che la illuminasse una candela. Sull’asfalto molle della città delle luci (solo l’insegna rossa di Reuters continuava a mandare le ultime notizie sul campionato universitario di rugby), la cosa più assurda era che nessuno chiedeva nulla a nessun altro.

Tornare in albergo? Pessima idea. All’ingresso alcuni comunicavano con il personale al di là delle porte, sigillate per non dilapidare nella notte afosa il tesoro di aria artificiale custodito dall’edificio. “Le finestre non si possono aprire“, pensavo, e concepivo l’idea folle che sarei potuta morire senza ossigeno, al 60° piano della mia stanza, ammesso che mi ci facessero salire a piedi.
Alle le due del mattino mi arrendo e torno a Times Square; mi butto per terra, cerco di dormire un po’.

From dusk till dawn

Poche ore dopo, l’alba stava gridando il suo delirio. Alcuni palazzi, parzialmente illuminati anche durante la notte, apparivano vistosamente vuoti. Circolavano T-shirt bianche con la scritta I survived New York blackout‘. Un tizio mi dice di aver fatto un incubo. Finalmente, penso, “temevi l’attentato?“. “No”, risponde, “ho sognato che il mio capo mi accusava di non aver voluto lavorare per pigrizia“. Otto Stati senza energia da quasi 24 ore, Cleveland e Detroit prive d’acqua ancora per diversi giorni, le pompe elettriche degli acquedotti non funzionano, gli aeroporti sono bloccati, i telefoni non funzionano. I frigoriferi dei negozi disperdono ghiaccio liquido e ci saranno danni incalcolabili per tutti. Chissà dove è il tuo capo, adesso.

Il mattino sotto un cielo così intensamente azzurro è perfino più fastidioso della notte passata al caldo, in silenzio, al buio. Sì, il buio custodisce il nulla, il buio è la casa della luna, il buio ti lascia pensare. Ma io avevo solo bisogno di una doccia.
Ripristinata la corrente nel centro città, verso l’ora di pranzo, il primo appuntamento di lavoro garbatamente spostato qualche ora in avanti, precipito in un sonno pesante. Programmo per il 16 agosto un giro in città. Forse la luce è mancata solo nella mia zona.

Little dark inside

Canal Street è il nome della strada che correva tra Little Italy e Chinatown, quando esistevano ancora entrambe. Ora le comunità italiane si sono trasferite al Bronx, e Mulberry Street è un arrocco di negozi ‘global-China’, che hanno invaso ogni angolo. Poco lontano, quella stessa strada costeggia le fondamenta delle Twin Towers, che odorano ancora di bruciato, e sono guardate da insegne dei bar che fanno il caffè peggiore della città. Bella sfida. Il fantasma delle torri oscilla i suoi enormi teli a lutto, dai palazzi feriti. Il memorial non c’era ancora. Entro poco tempo ci avrebbero portato una statua benedetta dal Papa, qualche distributore di ghiaccio e lattine, dei riferimenti alla necessità di portare la pace nel mondo. Uomini e donne, disposti attorno ai lembi di questa ferita aperta come pezzi degli scacchi, guardavano dentro, con intenzione. Tra i palazzi del Financial District, le voragini dell’11 settembre traboccavano di calcestruzzi e carpentieri con giubbotti di sicurezza bianchi e arancioni saltavano dentro e fuori, con una meticolosa geometria di passi che non riusciva a cancellare una brutta sensazione, un sentore di morte, un silenzio innaturale. Effetti dei mass media.

Cerco dell’acqua, costa molto più di una lattina di qualsivoglia specie. Penso al lusso di chi può aprire un rubinetto e bere quando e quanto vuole, penso che questa orrenda situazione abbia fatto riflettere qualcuno, facendolo immedesimare nella situazione di chi non ha mai conosciuto le comodità che qui mancano solo per alcune ore. Per restare in tema, spero in un momento di illuminazione collettiva.

Con la caduta delle Torri Gemelle un po’ di luce solare ha sfiorato le parti più oscure del ghetto. Questo, però, non è stato sufficiente. Continuano, infatti, ad esserci troppe persone che, prigioniere della bruttezza delle metropoli, il buio se lo portano dentro, e crescono bulimiche, e piene di paura.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->