lunedì, Ottobre 25

I survived New York City blackout Bisogna guardare nel buio per scoprire la luce. 12 anni fa, 'dal fondo dell'opaco'

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«Dal fondo dell’opaco io scrivo, ricostruendo la mappa d’un aprico che è solo un inverificabile assioma per i calcoli della memoria, il luogo geometrico dell’io, di un me stesso di cui il me stesso ha bisogno per sapersi me stesso, l’io che serve solo perché il mondo riceva continuamente notizie dell’esistenza del mondo, un congegno di cui il mondo dispone per sapere se c’è»

Italo Calvino,Dall’opaco


La realtà ha almeno due lati: bianco e nero, chiaro e scuro, luce e buio. Sono anche di più, ma procediamo più facilmente per dualismi. Non si fatica infatti a riconoscere che il nostro corpo risponde a certe simmetrie, che la realtà ha diverse sfaccettature e che tra tutti i dualismi possibili quello tra luce e ombra assume un particolare significato. Anche a questo accenna Italo Calvino in un suo celebre e bellissimo saggio del 1971, partendo dalla metafora descrittiva della stessa ‘Liguria magra e ossuta’ che, con l’omonimo articolo del 1947, aveva dato avvio alla sua carriera di scrittore.

Dall’opaco‘ -questo il nome del saggio- produce però una metafora più sottile, raffinando la parola nel setaccio della filosofia pura e opponendo il lato in aprico, quello solatio, e quello in opaco (in dialetto, ‘ubagu’), che è il lato in ombra.

A volte le cose si vedono meglio al buio. Ecco perché il 14 agosto 2003, chi si trovava in una New York sprofondata nel buio pesto da un lungo blackout, ha avuto occasione di riflettere su molte cose. A pensarci oggi è stata un’occasione interessante, ma 20 mesi dopo gli attentati dell’11 settembre, nella notte, le ombre dei grattacieli assumevano un profilo piuttosto inquietante.

On my own

Faccio ancora fatica a focalizzare il centro del racconto e a mettere in ordine tutto il materiale. Forse non è proprio successo nulla, oppure per sopravvivere alla cattiveria delle città impariamo a metabolizzare le notizie solo se già pre-digerite da qualche notiziario ufficiale.

Il buio sceso su otto degli Stati Uniti e sul Canada 12 anni or sono fu causato dal guasto di una centrale. Dovrebbe essere stata colpa di quella che si trova sotto le cascate del Niagara. Nell’imminenza della cosa, le notizie in circolazione erano molto variabili, e in gran parte riconducibili alla storica antipatia che corre tra americani e canadesi. Si diceva fossero stati loro, i canadesi, forse apposta, a tagliare l’elettricità per usarla loro stessi, già che faceva caldo e i climatizzatori consumano molto.

Nella momentanea mancanza di luce, nella totale mancanza di informazioni, si intuiva il volto di un’America fragile e impreparata a difendersi. Vuota come un guscio di lumaca, dopo che la lumaca si era gettata dal 70° piano per sfuggire all’incendio più famoso degli ultimi secoli. Caratterizzato anch’esso dall’alternanza tra luce e buio, in un bizzarro gioco del tempo che rinvia al 2001 dell’attacco alle Twin Towers e, prima ancora, al 1991 della prima guerra d’Iraq. In mondovisione e a distanza di 10 anni abbiamo potuto vedere due cose prima impossibili: l’attacco alla fortezza invincibile dell’Occidente, nel primo caso, e di giorno. Sempre in mondovisione, ma di notte, 10 anni prima, avevamo appreso dell’esistenza di visori notturni e traccianti capaci di proiettare una luce sinistra là dove quella luce non ci doveva essere.  

In my shoes

Alle 16 e 11 minuti del 14 agosto 2003 camminavo sulla 7th Avenue. Mi sono infilata in una ‘pharmacy’ (negozi a metà tra farmacia e supermercato) che smerciava l’apoteosi del caos alimentare e magnifiche confezioni di aspirina. Avevo mal di testa. Alle prime avvisaglie di cedimento della tensione elettrica, l’addetto alla sicurezza ha iniziato a far evacuare il locale. Ci spingeva fuori, affannato, con il cuore che gli palpitava in gola e gli gonfiava le vene del collo, sembrava un cartone animato. Aveva una camicia bianca, a maniche corte, i bottoni che gli tiravano sulla pancia. Cravatta nera, pantalone nero, era nero pure lui (per inciso). La paura sottopelle genera reazioni istintive: a noi italiani non era crollato mai nulla in mondovisione e anche se fosse successo avremmo facilmente dato la colpa a un appalto male assegnato. Dunque non avevamo troppa paura.

Comprata l’aspirina, e un divertente blister metallico, pensavo comunque che avrei trovato una situazione un po’ confusa, fuori dalla pharmacy. I residui della mondovisione del 2001 avevano fatto togliere di mezzo tutti i bagni pubblici e le pattumiere, l’avvisaglia di un bis poteva anche far paura e rendere le cose difficili.

E non immaginavo che la sola cosa difficile a Central Park sarebbe stata quella di trovare qualcosa da introdurre in uno stomaco umano senza fare danni, dato che il terribile odore degli hot dog  -persistente-  non li faceva sembrare commestibili. Il sole si avviava al tramonto, rovente e inesorabile. Tenendomi a bordo strada, cercavo di capire la situazione e di individuare vie di fuga, utili in caso di problemi: pensavo che una mandria di cittadini potesse travolgermi da un momento all’altro. Non si sapeva assolutamente nulla del perché mancasse la corrente. Verso le 18, molte persone, scalze e scarmigliate, iniziavano ad emergere dalle stazioni della metro  -molti di loro con le scarpe in mano. “Strano popolo”, pensavo, “va bene che fa caldo, ma togliersi le scarpe…” 

 

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