martedì, Ottobre 19

I soldati taiwanesi che combatterono per l'impero giapponese field_506ffb1d3dbe2

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All’alba del 18 dicembre del 1974, un gruppo di soldati indonesiani circondò una capanna che si trovava all’interno dell’isola di Morotai. Un uomo, emaciato e senza vestiti, emerse dall’abitazione, situata nel bel mezzo di un accampamento militare abbandonato, ai piedi delle colline di Pilowo. I soldati avanzavano cantando ‘Kimigayo‘, l’inno nazionale giapponese. L’uomo era Nakamura Teruo. Aveva cinquantacinque anni, più della metà dei quali aveva trascorso nella foresta indonesiana, quasi completamente isolato dal resto del mondo, nascondendosi dalle forze Alleate. Egli era l’ultimo soldato dell’esercito imperiale giapponese che, a quasi trent’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, non si era ancora arreso.

La storia di Nakamura Teruo è divenuta un simbolo emblematico non solo della volontà di resistenza delle truppe giapponesi, ma anche della complessità etnica, ideologica, e politica di quello che fu l’impero coloniale del Giappone. Nakamura Teruo, infatti, era nato a Taiwan, e proveniva dalla minoranza etnica degli Amis, una delle popolazioni aborigene dell’isola.

Nella seconda metà del 19° secolo il Giappone, minacciato dalle potenze occidentali, aveva lanciato un ambizioso programma di riforme politiche ed economiche, fondendo elementi della cultura, del sistema politico e della scienza degli Stati europei con la tradizione autoctona. Da ciò nacque uno stato ibrido, che con successo si industrializzò e si modernizzò nell’arco di una generazione. Ma per divenire grande potenza, all’altezza della «razza bianca», Tokyo bramava un impero coloniale. Esso avrebbe fornito al Giappone materie prime fondamentali per lo sviluppo industriale, una zona cuscinetto per difendersi dall’espansionismo occidentale, e prestigio agli occhi dell’Europa.

Nel 1895, il Giappone sconfisse l’impero cinese dei Qing e annesse l’isola di Taiwan. Essa divenne la prima colonia del Paese del sol levante. Immediatamente, il governo coloniale giapponese soppresse la resistenza armata sia della maggioranza cinese che della minoranza aborigena, ed investì ingenti risorse nello sviluppo economico dell’isola. Già prima del 1895, Taiwan era più prospera della maggior parte delle province cinesi. Questo perché essa si era meglio integrata nell’economia globale creata dagli imperi occidentali. I più importanti articoli di esportazione taiwanesi erano la canfora e il tè.

I giapponesi catapultarono la colonia nell’era moderna sviluppandone l’economia in modo mai visto in precedenza. Essi investirono nell’agricoltura, aumentandone la produttività, crearono un sistema bancario moderno, diedero il via all’industria locale, costruirono infrastrutture, rivoluzionarono la sanità introducendo la medicina occidentale e costruendo ospedali avanzati, e trasformarono il sistema d’istruzione. In solo pochi decenni, Taiwan, pur rimandendo profondamente cinese dal punto di vista culturale, era da molti punti di vista irriconoscibile. L’aspettativa di vita era aumentata dai 34 anni nel 1906 ai 51.5 anni fra il 1936 e il 1940. Dal 1905 al 1943 la popolazione raddoppiò, raggiungendo circa sei milioni (di cui circa 200,000 erano aborigeni). L’economia registrò una crescita media annua del 4% durante l’epoca coloniale. A pochi anni dalla conquista, l’isola divenne autosufficiente, finanziando il proprio sviluppo con capitali e risparmi locali, e trasferendo il surplus al Giappone. Nel 1935, 68,000 taiwanesi lavoravano in 7,000 fabbriche; nel 1943, il numero di operai salì a 147,000. Questi dati dimostrano che, sotto il dominio coloniale giapponese, l’economia di Taiwan si sviluppò in maniera positiva, anche se non comparabile allo straordinario boom economico che iniziò negli anni ’50.

L’importanza economica e militare di Taiwan aumentò con lo scoppio della Seconda guerra sino-giapponese del 1937. La marina giapponese definiva Taiwan come una «portarei inaffondabile.» Essa era, infatti, in una posizione geografica ottimale per fungere da base da dove lanciare attacchi aerei verso i territori che il Giappone voleva conquistare. Da Taiwan, ad esempio, l’aeronautica giapponese sferrò l’attacco alle vicine Filippine nel 1941.

Da un lato, la presenza dell’esercito e gli investimenti militari portarono ad una crescita dell’industria e dei servizi, beneficiando l’economia. Dall’altro, le difficoltà incontrate dai giapponesi nel corso della guerra rendevano necessaria una sempre maggiore collaborazione della popolazione locale. Taiwan, in quanto prima colonia giapponese, era stata trattata con relativa benevolenza da Tokyo, anche se i taiwanesi erano cittadini di seconda classe, discriminati a livello economico, politico e sociale. Negli ultimi anni di guerra, però, il governo coloniale cercò di assimilare completamente i taiwanesi affinché questi si sacrificassero per il bene dell’impero. «I taiwanesi non sono diversi dai giapponesi,» dichiarò Ando Rikichi, l’ultimo governatore giapponese di Taiwan, nel febbraio del 1945. «Tutti gli abitanti di quest’isola sono giapponesi.»

Il significato di queste politiche di assimilazione («kominka», letteralmente: «divenire sudditi dell’Imperatore») servivano a mobilitare la popolazione taiwanese. Se i taiwanesi, infatti, erano da considerarsi giapponesi, ci si aspettava che anch’essi combattessero nell’esercito imperiale. Secondo Christopher Hughes, 207,183 taiwanesi furono reclutati, più o meno volontariamente, nell’esercito imperiale.

Nakamura Teruo era stato reclutato nell’esercito imperiale nel novembre del 1943, e all’inizio del 1944 era stato mandato a Morotai, in Indonesia. Due terzi delle truppe di Morotai erano taiwanesi. Nel settembre dello stesso anno, i 500 soldati dell’Impero giapponese furono sopraffatti da 50,000 soldati alleati. Le perdite fra le fila dei giapponesi erano alte. Gli ufficiali dissero ai sopravvissuti di nascondersi e formare gruppi di guerriglia armata. E così alcuni di loro, fra cui Nakamura, si nascosero nella foresta e aspettarono l’arrivo di rinforzi che mai giunsero. Negli anni ’50 Nakamura, apparentemente per conflitti personali con i suoi camerati, si separò dal gruppo e andò a vivere da solo, coltivando un piccolo campo e costruendosi una capanna. Nove dei soldati dispersi furono ritrovati nel 1956 e spediti in Giappone. Nakamura Teruo, invece, rimase a Morotai, ignaro che la guerra fosse finita e che Taiwan non era più parte del Giappone.

Nel 1974 egli fu avvistato da un pilota indonesiano che stava sorvolando la zona. I governi di Jakarta e di Tokyo si misero in contatto. Era necessario scoprire se si trattasse di un soldato giapponese. Il 18 dicembre 11 soldati indonesiani furono mandati a Morotai. Per prepararsi alla missione, avevano imparato varie canzoni di guerra, l’inno giapponese, e avevano con loro una bandiera giapponese e il ritratto di una geisha. Alla vista dei soldati, Nakamura «si arrese» e fu portato a Jakarta.

Nakamura Teruo non volle essere «rimpatriato» in Giappone, dove mai aveva vissuto, ma direttamente a Taiwan, che nel frattempo era sotto la sovranità della Repubblica di Cina (RCD). Nelle sue dichiarazioni, l’ex soldato mise in difficoltà l’opinione pubblica. Evidentemente, egli non aveva una concezione ben definita di identità nazionale. Benché egli fosse conscio di far parte della tribù degli Amis, si considerava giapponese e parlava giapponese meglio di quella che avrebbe dovuto essere la sua lingua madre. Quando gli fu detto che Taiwan non era più giapponese ma cinese, egli rispose, «Sono stato giapponese per molto tempo. Non ha importanza che Taiwan sia diventata un Paese diverso.» Anche se conosciuto con il suo nome giapponese, egli originariamente si chiamava Attun Palalin. Dopo il ritorno a Taiwan, il governo della RDC gli impose di assumere il nome cinese Li Guanghui (fino alla metà degli anni ’90 la RDC costringeva gli aborigeni ad usare nome cinesi).

Il caso di Nakamura Teruo riportò alla luce tutte le contraddizioni dell’ideologia imperiale giapponese e dei nazionalismi asiatici. Molti veterani taiwanesi, fra cui sei dei nove soldati scoperti nel 1956, cominciarono a denunciare pubblicamente ciò che vedevano come una discriminazione. Infatti, le indennità per i veterani taiwanesi erano inferiori a quelle dei giapponesi. L’opinione pubblica giapponese tendeva a dare ragione ai veterani, dato che avevano combattuto per l’Imperatore.

Nel 1987, il governo giapponese approvò una legge che garantiva ad ogni veterano o alla famiglia di ogni soldato taiwanese deceduto un compenso di due milioni di yen. Il compenso poteva essere richiesto fra il 1988 e il 1994. 29,645 ricevettero la somma, ma 659 taiwanesi – tutti aborigeni – non avevano fatto domanda. Vivendo in comunità molto isolate, essi non avevano appreso di questa possibilità. Ancora nel 2000, le famiglie di veterani aborigeni combattevano perché anche a loro venisse versata l’indennità.

Quando, nel 1945, Taiwan fu incorporata nella RDC, la situazione dei veterani divenne paradossale. Essi avevano, infatti, combattuto nell’esercito imperiale giapponese che aveva invaso e devastato la RDC in un brutale conflitto durato dal 1937 al 1945. Un caso emblematico è quello di Xu Zhaorong. Nato nel 1928 a Taiwan, egli fu recrutato dall’esercito imperiale giapponese nel 1943. Ma dopo la sconfitta del Giappone e il ritorno di Taiwan alla Cina, il governo del Guomindang (Partito Nazionalista Cinese) lo costrinse ad arruolarsi nell’esercito della RDC che stava combattendo una ferocissima guerra civile contro i comunisti di Mao Zedong (una guerra che i comunisti vinsero). Xu Zhaorong si suicidò nel 2008, in un atto di protesta estremo contro il trattamento che il governo della RDC continua a riservare ai veterani dell’esercito giapponese.

In Giappone, invece, gli «spiriti» dei taiwanesi che morirono per «difendere» l’impero sono stati inclusi nel controverso Santuario Yasukuni. Yasukuni è un santuario della religione shinto, il culto «imperiale» del Giappone. Sulla pagina web ufficiale del santuario, si legge che a Yasukuni si venerano le anime di coloro che «hanno sacrificato la loro vita per la nazione.» Yasukuni fu costruito nel secondo anno dell’era Meiji (1869) a seguito delle guerre civili di Boshin, Saga e Seinan, in cui le forze ostili all’Imperatore Meiji vennero sconfitte. Per venerare i soldati caduti per difenderlo, l’Imperatore creò il Santuario Shokonsha, ribattezzato Yasukuni nel 1879. «Assicuro coloro che fra di voi combatterono e morirono per il proprio paese,» scrisse il sovrano in una poesia, «che le vostre anime vivranno per sempre in questo santuario.»

Yasukuni, però, include anche le anime di tutti i soldati caduti in guerra dall’inizio dell’era Meiji ad oggi. Come spiega la pagina web del santuario, Yasukuni commemora le anime dei soldati caduti durante «la Prima guerra sino-giapponese, la Guerra sino-russa, la Prima guerra mondiale, e la Seconda guerra mondiale per proteggere il loro Paese», nonché le anime di «comuni cittadini giapponesi e di persone taiwanesi e coreane cadute come giapponesi, di persone morte nella cattività siberiana, e di persone denunciate come criminali di guerra e giustiziate dopo essere state processate dagli Alleati.»

Non è un caso che Yasukuni sia da anni al centro di controversie fra il Giappone, la Cina e la Corea del Sud, in quanto viene regolarmente visitato da politici giapponesi e dallo stesso Imperatore. Il santuario include 28,863 anime di taiwanesi e 21,181 anime di coreani. Paradossalmente, questi sudditi coloniali sono morti per l’espansione di quell’impero di cui molti dei loro connazionali (e spesso anche essi stessi) erano stati vittime.

Ma mentre in Corea Yasukuni viene condannato quasi unanimemente, a Taiwan la situazione è più complessa. Mentre alcuni, soprattutto il Guomindang e le vittime delle atrocità giapponesi, lo considerano un affronto alla dignità di coloro che subirono ingiustizie da parte delle forze imperiali, altri, come Lee Teng-hui, presidente taiwanese dal 1988 al 2000 e che alla fine dell’era coloniale giapponese era un giovane di 22 anni, ha un ricordo positivo del governo imperiale. Nel 2007, Lee Teng-hui visitò il Santuario Yasukuni, dove è venerata l’anima di suo fratello maggiore, Lee Teng-chin, caduto in guerra al servizio dell’Imperatore giapponese. Nel gennaio del 2014, Lee Teng-hui difese il primo ministro giapponese Shinzo Abe, il quale aveva di recente visitato Yasukuni, suscitando le ire della Cina e della Corea del Sud. Nell’era dei nazionalismi, delle ideologie, e della strumentalizzazione della memoria per fini politici, i soldati taiwanesi dell’Impero giapponese si sono ritrovati in una zona grigia, coinvolti in un conflitto storico irresolubile fra due identità e due patrie contrapposte.

 

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