giovedì, Maggio 6

I social media e la società civile field_506ffb1d3dbe2

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Almaty – Secondo l’opinione prevalente, la modernità di una società si misura con il livello di partecipazione ai processi decisionali e alla risoluzione dei problemi da parte dei cittadini, organizzato in gruppi non affiliati alle strutture governative. Così nascono le ONG, le organizzazioni non governative che da un lato propongono un modello di sviluppo e dall’altro tentano do far pressione sui governi educando la società civile sui alcuni temi chiave.

Nello spazio post-sovietico, il Kazakistan è un esempio dell’esperienza non-tradizionale dell’attivismo della società civile. L’Estonia, invece, si avvicina molto di più al modello occidentale. Questo ha una ripercussione importante sul ruolo dei social media nello stimolo del dibattito. Abbiamo parlato con tre esperti del tema, complicato ma coinvolgente, del ruolo dei social media in diverse parti dello spazio post-sovietico. Alexey Yusupov è direttore del centro di Almaty della Fondazione Friederich Ebert, Ainura Absemetova è un’esperta dello sviluppo delle ONG, anche lei di Almaty, mentre Adrienne Warren è una giornalista che lavora per ‘eastbook.eu’ da Tallinn.

Cominciamo dall’esperienza estone, che può considerarsi a pieno titolo un’esperienza occidentale. Warren ci racconta che “in Estonia i social media e la tecnologia in generale siano qualcosa di così radicato nel terreno sociale che è un modus operandi standard, dato ormai per scontato. La cultura della tecnologia in Estonia agisce da collante per tutti. Qui, i social media possono giocare un ruolo importante nell’eliminazione delle barriere tra i cittadini e le istituzioni. Le relazioni tra stato e persona non sono più gerarchiche come nel vecchio senso. Per arrivare a questo livello, anche gli stessi leader hanno preferito dedicarsi al dialogo attraverso i social media, Twitter in particolare. Ciò che si rileva è che i social media agiscono da ‘equalizzatore’ delle relazioni sociali”. Grazie a questo background, per la giornalista americana è semplice affermare che: “questa configurazione consegna all’individuo le chiavi del cambiamento. Le idee possono essere avvertite e diffuse con una maggiore rapidità ed efficienza rispetto al passato. La lezione estone potrebbe essere significativa, soprattutto nel campo dell’IT”.

Absemetova e Yusupov danno un quadro diverso della situazione in Kazakistan, enorme Paese dell’Asia centrale post-sovietica. Anzi, già dalla definizione, bisogna correggersi, secondo Absemetova: “l’esperienza kazaka non è centroasiatica nel senso proprio del termine. Ha poco in comune con le procedure di risoluzione dei problemi tipiche delle città della Via della Seta. Negli insediamenti uzbeki, da secoli vere e proprie città, vige ancora il principio del Mahalla, dove le decisioni vengono prese sulla base della condivisione della terra. Le sconfinate steppe del Kazakistan non pemettono questo tipo di relazioni. Al contrario, le dispute vengono risolte sulla base di comuni intenti, della libertà di poter andare via se non si è d’accordo”. Non siamo in Asia centrale, quindi. Ma allora dove siamo, e come di definisce ‘società civile’ in questo angolo del mondo?

Yusupov spiega che dal 2005, le ONG e le istituzioni euro-atlantiche che le sostengono sono state progressivamente allontanate. “Il nuovo decreto nazionale sulla società civile ridefinisce lo scopo delle organizzazioni, in maggioranza in mano allo stato, che si occupano principalmente di beneficenza e suppliscono per un certo verso a certe funzioni pubbliche. Queste partecipano da concorrenti con le ONG tradizionali e spesso vincono i bandi indetti dai governi regionali”. Ma per quale motivo non si sviluppa un senso di società che chieda conto allo stato delle sue azioni? Per Yusupov, la risposta è chiara: “l’eredità sovietica ha lasciato un contratto sociale al contrario: è lo stato che controlla sia sul cittadino, sia su sé stesso. Questa dinamica si trasferisce facilmente sugli individui, che diventano essi stessi il problema, perché si estraniano completamente dalla sfera pubblica”.

Alla domanda sull’efficacia delle azioni della società civile in Kazakistan, le risposte non sono univoche. Yusupov crede che la mobilitazione passi solamente dalla privazione di qualcosa. “Ci si organizza e si protesta solo quando un servizio viene tagliato. Non si chiede qualcosa in più allo stato. È un atteggiamento puramente reattivo e di breve periodo”. Secondo Absemetova, l’inefficienza è di sistema e può essere considerata strumentale al progetto del Kazakistan di ridefinire il concetto di società civile: “di circa 36 mila ONG, solo il 20% lavora realmente. Di queste, moltissime sono governative e ricevono fondi proprio dal governo. Di per sé, il sistema non può essere molto efficiente”.

L’assenza di sindacati indipendenti e di dibattito politico in università si sente. La creazione della mobilitazione sociale passa proprio da piattaforme libere di confronto. Che i social media possano supplire a questa mancanza non è proprio facile, secondo gli esperti. Absemetova dà una certa importanza alla mobilitazione della classe urbana attraverso Facebook: “diversi gruppi di iniziativa si sono formati grazie alla previa discussione sulle piattaforme online. Un gruppo si impegna per la protezione dell’ambiente sulle montagne di Almaty, un altro si batte per mantenere il sussidio di maternità. Sono gruppi efficaci, ma proprio perché non organizzati e perché uniti da un interesse comune, come dalla tradizione della steppa kazaka”. Yusupov, dal canto suo, è ancora meno ottimista: “I social media sono uno status symbol in Kazakistan. Avere un account su Facebook è equivalente a vestire alla moda o unirsi ai nuovi trend. Dal 1991, la persona si giudica da ciò che possiede. Non si è arrivati ancora a comprendere il potenziale del web 2.0”.

Secondo Absemetova, la differenza è tutta nello scopo: “i gruppi di iniziativa sono limitati nel tempo e negli obiettivi, non hanno una visione a lungo termine, che è quello che le ONG dovrebbero avere (così da giustificare anche l’affitto degli uffici, la struttura societaria e i salari che vengono pagati agli impiegati). Nella ridefinizione delle funzioni, partita dall’alto, a perderci sono proprio queste ultime”. Yusupov chiude con un’analisi asciutta della società in Kazakistan in senso lato: “Per la costruzione di una società civile sana, bisogna che lo stato fornisca le migliori condizioni, ma anche che ci sia una domanda per questo tipo di piattaforme. Questo non lo riscontro in Kazakistan. In più, l’atomizzazione in centri urbanizzati sperduti nel vasto territorio kazako non aiuta la comunicazione dal vivo, che è quella che ha un maggiore impatto sulle persone. Per questo esiste un ampio strato della società in Kazakistan che è completamente separato dal dibattito pubblico, sia sui media tradizionali, sia sui nuovi mezzi”.

Indubbiamente, le esperienze di Estonia e Kazakistan sono completamente diverse e testimoniano due concetti diversi di società, di comunità e di individualismo. A testimoniare che poco accomuna i vari Paesi che comunemente categorizziamo sotto l’ombrello dell’ex-URSS. Nel campo dei social media e dello sviluppo della società civile, Tallinn e Astana non potrebbero essere più lontane.

 

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