domenica, Aprile 18

I sette desideri di Amartya Sen field_506ffb1d3dbe2

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Sen

«Ho saputo del lancio del nuovo satellite GSAT -14, i media ne parlano tutti come di un grande successo nazionale ….quindi mi sono recato anche io sopra le nuvole col nuovo satellite. Ma li ho incontrato una figura divina, che mi ha detto essere la Dea delle Cose di Media portata…». Con questa aria da filastrocca, il Nobel per l’Economia indiano Amartya Sen ha aperto il suo intervento al Festival della Letteratura di Jaipur. Una kermesse letteraria di fama internazionale, con scrittori, filosofi e letterati, spesso immancabilmente usata come passerella da politici ed imprenditori del gigante asiatico. Di fronte ad una platea tanto diversificata, lo studioso di economia, insignito dell’onorificenza nel 1998 per i suoi studi sulla Welfare Economics e la misurazione di povertà e benessere nei Paesi in via di sviluppo, ha iniziato con una ironia nemmeno troppo sottotraccia sul trionfalismo della classe dirigente del suo Paese. Una èlite politico-economica a sua avviso abituata fin troppo a fregiarsi di pochi successi high-tech, tralasciando nel frattempo le enormi povertà e arretratezze del resto del gigante asiatico.

«La divinità mi ha chiesto il perché della mia euforia, affermando di poter esaudire alcuni dei miei desideri, purché fossero parte delle Cose di media portata (aspirazioni modeste ma di grande significato). Gliene ho chiesti sette, tutti riguardanti il mio Paese, e ha detto che mi avrebbe ascoltato».

Il primo dei sette bisogni dell’India del futuro per Sen è in sintonia con l’anima del Festival letterario in cui la scena si è svolta. Ma non solo. L’India sta abbandonando gli studi letterari e classici. Nella nuova società capitalistica e globalizzata il consumismo sta divorando anche ciò che andrebbe preservato, a partire dalla letteratura. Difesa localistica condita di retorica nazionalista? Niente affatto: il Nobel sottolinea come sia importante non solo rivalutare il Sanscrito e gli alfabeti Tamil, ma anche gli studi di cultura arabica, persiana, greca e latina. Gli studi umanistici devono tornare ad essere il fiore all’occhiello dell’educazione del Paese, come lo furono nel XVII Secolo, quando contribuirono a forgiare l’esempio primordiale su scala mondiale di una società multiculturale.

La Dea decide quindi di indagare i desideri dell’economista in materia politica, sottolineando le credenziali storicamente progressiste di Sen. «Sai molte cose di me, e su quest’ultima non ti sbagli. Ma il mio primo desiderio politico è una nuova destra indiana». Di fronte allo sbigottimento della divinità immaginaria, il premio Nobel sorride al pubblico e spiega che le sue speranze sono per una riorganizzazione/evoluzione di tutto lo spettro politico del suo Paese. L’India ha bisogno di un’altra destra, diversa da quella del Bharatiya Janata Party e del suo comunitarismo religioso spesso flirtante con l’integralismo indù, l’odio interconfessionale ed il nazionalismo.

Il conservatorismo indiano deve abbandonare queste illusioni e le sue ambiguità, e trasformarsi in uno schieramento liberal-conservatore. Una forza pro-mercato e pro-business, ma non più prevaricante verso minoranze e donne, e disposto a sacrificare gli steccati settari che ancora lo imprigionano, e rendono pericolose le sue ascese al potere. Un riferimento neanche tanto velato all’attuale leader del BJP, Narendra Modi, stra-favorito alle elezioni di maggio prossimo e sul quale pende l’ombra dei pogrom anti-islamici del Gujarat del 2002.

Il terzo desiderio indagato dalla Dea non può che essere lo schieramento a cui il Nobel è storicamente più vicino, cioè la sinistra politica indiana. Ma anche nei confronti di quest’ultima il messaggio di Amartya Sen è estremamente critico. Con i comunisti cinesi che cercano di battere gli americani sul loro stesso capitalismo, e quelli vietnamiti e cambogiani che cavalcano liberalizzazioni commerciali, la sinistra indiana è rimasta l’unica in Asia a crogiolarsi ancora nei sogni di rivoluzioni proletarie e attribuire le disgrazie dell’India all’imperialismo politico ed economico straniero. «Non sarebbe meglio se la sinistra tornasse a fare il lavoro per la quale è nata? Lottare per strappare i poveri alla loro indigenza?».

La sinistra indiana che ha in mente Sen è però molto diversa da quella attuale anche su questo campo. Continuare a difendere produzioni e settori non competitivi con politiche protezionistiche e farragini burocratiche, mercati del lavoro rigidi e sussidi a questo o quel settore, è il modo migliore per lasciarli fuori, i poveri. Difendere i diritti acquisiti di categorie minoritarie, lasciando metà dei lavoratori indiani nel lavoro nero -un limbo di abusi e brutalità- non è un lasciapassare per il futuro di una sinistra moderna. La sinistra indiana deve abbandonare il conservatorismo statalista, burocratico e sussidiario, lasciando il mercato alle sue leggi ed utilizzare le medesime risorse per spostare l’interventismo pubblico verso un vero welfare al servizio dei deboli.

Non solo welfare, però. All’India – e si passa al quarto “desiderio”- servono investimenti che tolgano di mezzo la miseria più nera là dove si trova e le cause del suo perdurare. Al posto di sussidi e miliardi di spesa pubblica in burocrazia, servono infrastrutture idriche e di depurazione delle acque, in grado di abbattere la mortalità infantile e prevenire le epidemie che ancora fanno assomigliare parte del Paese all’Africa sub-sahariana. Portare a disposizione di tutti l’acqua potabile, vaccinazioni e cure mediche di base. E soprattutto investimenti pubblici nella sanità e nell’istruzione. Quest’ultima, sottolinea il Nobel. È la vera chiave per far uscire il Paese dal sottosviluppo in maniera duratura.

Una politica che renda credibili tali propositi deve soddisfare il quinto dei “desideri” espressi da Amartya Sen nel dialogo con la sua Dea: un sistema giudiziario funzionante ed il rispetto dei diritti fondamentali degli individui. Non si può continuare ad avere una giustizia politicamente condizionabile e che difende farabutti in politica mentre il cittadino medio attende anni per avere giustizia anche di fronte ad un reato violento. La farraginosità dell’apparato giudiziario riflette poi spesso il perdurare di norme para-medievali e apertamente discriminatorie, come sconti di pena per delitti d’onore, matrimoni riparatori. O la contestatissima Sezione 377 del Codice Penale, che punisce con il carcere gli atti omosessuali, appena reinnestata da una sentenza della Corte Suprema.

Il tutto in un Paese dove una donna non può denunciare un marito per una violenza carnale perché nell’ambito matrimoniale questa non è considerata reato. O dove perdura la piaga dell’infanticidio femminile, che rischia di condizionare pesantemente il Paese anche sul fronte degli equilibri demografici.

Il sesto desiderio, sempre relazionato ad una politica più funzionante, è quello di una capacità decisionale maggiore per i governanti. Meno potere a corporazioni e partitini soprattutto locali, spesso legati a logiche clientelari o di casta. La riorganizzazione dello spettro politico nazionale, afferma Sen, non può che passare da un superamento di steccati localistici del tutto parallelo alla fine di quelli settari e confessionali.

«Il settimo ed ultimo desiderio è che gli indiani abbandonino il disfattismo ed il fatalismo che li caratterizza. E per fare questo servono mass media moderni e preparati, che non usino i loro mezzi per diffondere paure, ma per aprire gli occhi ai cittadini e mostrare loro rischi ed opportunità». In questo i social media sono una novità importante…ma forse non necessariamente decisiva. Perché? Semplice, bisogna anche tornare a leggere molti libri. «Molto più di quanto si faccia ora. Infatti la Dea a questo punto mi ha augurato “”buon festival della Letteratura”». E rivolto al pubblico: “Buona lettura!”

 

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