mercoledì, Settembre 22

I rumorosi silenzi sull'arresto di Cosentino Arresti e silenzi

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La giornata politica è stata aperta dall’arresto dell’ex parlamentare Nicola Cosentino e dei fratelli Antonio e Giovanni da parte dei carabinieri di Caserta. L’ordinanza di custodia cautelare è stata disposta dal gip di Napoli nell’ambito dell’inchiesta sulla vendita di carburanti in provincia di Caserta. Le accuse sarebbero di estorsione e concorrenza sleale aggravata dalla finalità camorristica, a favore del clan dei Casalesi, econtro i fratelli Cosentino ci sarebbero intercettazioni e dichiarazioni di pentiti. Per Cosentino è il secondo provvedimento di custodia cautelare in poco più di un anno, è infatti imputato nel processo relativo al presunto impiego è imputato nel processo sul presunto reimpiego di capitali illeciti per la costruzione di un centro commerciale a Casal di Principe, in provincia di Caserta. Negli ultimi mesi, dopo un periodo nel carcere di Secondigliano e uno di arresti domiciliari, l’ex sottosegretario all’Economia era tornato in libertà, in attesa dell’esito del processo.

Stupisce non poco il fatto che il nuovo arresto di Cosentino, un tempo campione di preferenze e coordinatore del PDL in Campania, sia stato accolto dal mondo politico con un fitto silenzio bipartisan.

Con un rush finale che Matteo Renzi avrà senz’altro gradito, la Camera ha approvato per il DDL Gaetano Delrio che sulle Province. I voti a favore del provvedimento sono stati 260, 158 quelli contrari e 7 gli astenuti. Contro il DDL hanno votato FI, Lega, M5S e SEL. Con l’approvazione del provvedimento, le Province vengono svuotate delle proprie funzioni e, in attesa della riforma del Titolo V (attualmente in discussione al Senato) che ne prevederà la definitiva abolizione, diventeranno “enti di secondo livello”, cioè i loro organi di governo non saranno più eletti dai cittadini. Proprio questo punto è stato uno dei maggiormente bersagliati dall’opposizione anche durante la seduta di oggi alla Camera: il capogruppo di FI, Renato Brunetta, ha gridato a più riprese «Questo è un golpe! Votiamo compatti no».

Sull’argomento non ha tardato ad arrivare la replica del Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi: «Non condivido le perplessità sulle elezioni di secondo livello: i consiglieri e i sindaci hanno una legittimazione popolare quando vengono eletti.(…) È un meccanismo previsto in altri ordinamenti. Se vogliamo rifarci al diritto comparato, non è una stranezza che si è inventato questo Governo ma è presente in altri Paesi di comprovata democrazia, come Francia o Germania».

Nel dettaglio, la riforma stabilisce che, a partire dal 1 gennaio 2015, le Province saranno sostituite dalle città metropolitane e dalle unioni tra Comuni. Oltre a Roma capitale – che avrà comunque uno status a parte –, vengono istituite 9 città metropolitane: Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Torino e Venezia. Tali città metropolitane subentreranno alle Province in tutte le loro prerogative, con particolare riferimento al rispetto degli obiettivi del patto di stabilità. Ogni città metropolitana avrà un sindaco metropolitano (carica che spetterà al sindaco della città capoluogo), un consiglio metropolitano e una conferenza metropolitana, composta da tutti i sindaci dei comuni dell’area metropolitana. In una fase transitoria, alcune Province continueranno a esistere come enti di secondo grado (vale a dire non eletti dai cittadini) che manterranno funzioni di pianificazione in materia di territorio, ambiente, trasporto, rete scolastica. Organi delle Province saranno: il presidente, il consiglio provinciale e l’assemblea dei sindaci; incarichi, questi che saranno (almeno sulla carta) esercitati a titolo gratuito.

Meno fluido appare l’iter dell’altra ben più consistente riforma, quella del Titolo V e del Senato, attualmente in discussione a Palazzo Madama. Nei giorni scorsi non sono mancate critiche e minacce di barricate da parte di Brunetta, in particolare; la situazione si è però notevolmente appesantita dopo il colloquio di ieri tra Silvio Berlusconi e il Presidente Giorgio Napolitano. Durante l’incontro da lui fortissimamente voluto, l’ex premier avrebbe assicurato il sostegno del proprio partito alle riforme in cambio di un salvacondotto (la grazia? un’amnistia?) che gli consenta di avere la necessaria “agibilità politica” per la campagna elettorale europea, ma che soprattutto lo garantisca rispetto al 10 aprile, data fatidica in cui il Tribunale di sorveglianza di Milano si pronuncerà sulle modalità in cui Berlusconi dovrà scontare la sua condanna (arresti domiciliari, servizi sociali…). La gestione della patata bollente è passata oggi a Palazzo Chigi, dove il premier Renzi ha ricevuto Denis Verdini, plenipotenziario del leader di FI, e Gianni Letta. Il colloquio, durato circa un’ora, e si è concentrato sul percorso parlamentare delle riforme istituzionali, con la richiesta-diktat da parte di FI di dare precedenza all’approvazione dell’Italicumpiuttosto che alla riforma del Senato. Durissimo, a riguardo, anche il Mattinale, ovvero la nota politica redatta dallo staff FIa Montecitorio, che ha bollato il restiling della ‘Camera Alta’ come un capriccio di Renzi, «una specie di riforma truffa, congegnata per consegnare alla sinistra 135 seggi su 148, con poteri vaghi e invasivi, assegnati a amministratori locali che dovrebbero vagliare tutti i provvedimenti della Camera, ma come fanno, se hanno da fare i sindaci e i presidenti di regione?».

Secondo alcuni, il colloquio tra il premier e i due strettissimi collaboratori dell’ex Cavaliere potrebbe essere propedeutico a un incontro tra Renzi e Berlusconi nei prossimi giorni.

Non meno favorevole per il Governo sembra essere il clima interno al PD, dove 22 senatori capeggiati da Vannino Chiti hanno presentato un DDL costituzionale di riforma del Senato che lo mantiene come Camera elettiva. Uno strappo non da poco che sembra dare seguito ai ripetuti richiami di Gianni Cuperlo, presidente del PD, all’indipendenza della linea politica del partito rispetto a quella del Governo. A riguardo, la replica del Ministro Boschi non si fa attendere: «Sul Senato elettivo al momento non ci sono spazi», dal momento che il tema «è uno degli elementi discussi fra tutte le forze politiche. (…)Pur nel doveroso rispetto del confronto e dei cambiamenti che queste nostre riflessioni possono apportare al testo, c’è una consapevolezza: c’è urgenza. Nessuno vuole dare ultimatum ma stimolare una accelerazione».

Sullo sfondo della giornata, seguendo un profilo basso molto british, si è mossa la visita lampo a Roma della Regina Elisabetta II e del Duca di Filippo Edimburgo. I reali sono atterrati questa mattina alle 12.30 all’aeroporto militare di Ciampino e hanno lasciato la Capitale poco dopo le 16.30. Nelle 4 ore di permanenza sul suolo italiano, Elisabetta II ha incontrato prima il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, col quale si è trattenuta a pranzo al Quirinale, poi con Papa Francesco in Vaticano.

Si allunga la lista dei provvedimenti della spending review. Il Ministro della Difesa Roberta Pinotti, nel corso di una conferenza stampa a Firenze, ha dichiarato: «La riduzione delle forze armate discende da una legge e dai decreti attuativi che sono stati già approvati. Quindi adesso si tratta di gestire concretamente la questione. La previsione è quella scendere da qui al 2024 da 190 mila a 150 mila, per quello che riguarda la parte militare, e da 30 mila a 20 mila per quello che riguarda i dipendenti civili». A quanto pare, tra gli strumenti che s’intende adottare per centrare questi obiettivi vi è quello della mobilità, con 8 mila possibili trasferimenti al Ministero della Giustizia.

Su questo stesso tema, il Ministro degli Esteri Federica Mogherini, davanti alle Commissioni Esteri di Camera e Senato riunite in seduta congiunta, ha annunciato che «nel quadro della spending review, la Farnesina ha presentato in questi giorni un pacchetto di proposte che prevede un risparmio per 108 milioni in tre anni». Tra le voci sulle quali si intende intervenire c’è anche la «revisione del trattamento economico del personale all’estero».

Come il mondo politico di fronte all’arresto di Cosentino, i sindacati tacciono.

 

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