venerdì, Ottobre 22

I riti funebri dei Maori

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Una volta terminata questa fase, il corpo del rangatira veniva sepolto e, a distanza di molti mesi, riesumato dallo stesso religioso che aveva guidato la cerimonia di sepoltura. Il tohunga aveva infatti il compito di raccogliere tutte le ossa del defunto, ripulirle in modo da renderle completamente bianche e poi dipingerle con la terra di ocra rossa, per poi nasconderle in un luogo noto solo a lui e pochi altri, in modo da evitare che i resti mortali dell’importante persona scomparsa potessero essere dissacrati.

In alcuni casi, invece, la persona di spicco – sempre dotata di moko, il tatuaggio facciale – seguiva un procedimento simile, ma la testa veniva staccata e preservata in maniera differente. In questo caso si realizzava una mokomokai, ovvero una testa mummificata del capo defunto. Gli organi venivano rimossi, gli orifizi sigillati con fibra di formio e gomma kaori, la testa veniva essiccata con vapore o dentro un forno per poi venire affumicata e trattata con olio di fegato di squalo. In questo modo le teste venivano preservate, se in condizioni ideali, per un tempo indefinito.

 

Horatio Gordon Robley con la sua nota collezione di mokomokai

Horatio Gordon Robley con la sua nota collezione di mokomokai

 

Oggi, com’è lecito attendersi, diverse di queste tradizioni si sono estinte, laddove la cerimonia del tangihanga prevede ancora l’esposizione del corpo del defunto in una bara posta al centro del marae o di un altro luogo prescelto, mentre la cerchia più ristretta della famiglia deve ancora attendere che ospiti e visitatori siano andati via prima di poter mangiare. Coloro che prendono parte alla cerimonia del lutto possono indossare grandi corone di foglie e sono incoraggiati ad esprimere il proprio dolore, così come sono abituali le discussioni sul luogo di sepoltura del corpo, tradizioni emotive e polemiche che si perpetuano per rendere omaggio alla forza spirituale, il mana, di chi ha lasciato questo mondo.

Questo importante insieme di riti e culture, fortunatamente, si è ben conservato in Nuova Zelanda, anche grazie al ruolo dei Maori nella Nuova Zelanda di oggi. Oggi, questi ultimi sono largamente accettati ed integrati con i Neozelandesi di origine europea, contribuendo a fare della Nuova Zelanda il Paese con il 6° indice di sviluppo umano (HDI) più alto del mondo. La popolazione Maori conta oggi circa 750.000 individui, di cui 1.300 in Canada, 3.400 negli USA, 8.000 nel Regno Unito, 130.000 in Australia e circa 600.000 in Nuova Zelanda, rappresentando quasi un sesto della popolazione totale neozelandese. Vi sono dibattiti in corso sulla potenziale concessione di maggiore autonomia ad alcune particolari comunità Maori e diverse festività legate alla loro storia vengono tuttora celebrate.

Il profondo legame del popolo Maori con la morte non deve, quindi, essere frainteso. L’attaccamento dei primi Neozelandesi per i loro riti funebri tradizionali va infatti contestualizzato nel tentativo, sicuramente riuscito, di mantenere vivi riti che altrimenti andrebbero perduti nell’arco di tre o quattro generazioni. Come più volte ribadito dai saggi e dagli anziani Maori, infatti, il rito del lutto è senza dubbio una delle tradizioni meglio preservate della cultura Maori, uno dei rituali più simili a come venivano celebrati secoli fa, prima dell’avvento traumatico degli Inglesi e, in seguito, degli altri Europei. Secondo le parole del saggio Tīmoti Kāretu: «Se lasciamo che i nostri figli dimentichino i nostri retaggi culturali, specialmente quelli relativi alla morte, allora la nostra vera essenza e la nostra intera esistenza in quanto Maori sparirà per sempre dalla faccia di questa terra, per andare nell’oltretomba per l’eternità».

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