sabato, Ottobre 16

I ribelli siriani entrano a Kobane La Turchia autorizza il passaggio dei Peshmerga iracheni all’interno del proprio territorio. Usa-Israele di nuovo ai ferri corti

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kobane siria

Duecento, forse cento, forse meno. C’è molta confusione, in queste ore, riguardo l’afflusso di combattenti del Free Syrian Army nella cittadina curda di Kobane, nel nord della Siria, assediata dai jihadisti dello Stato Islamico. Secondo la tv satellitare al-Arabiya, che cita il comandante dell’FSA ad Aleppo, Abdel-Jabbar Ukaidi, i miliziani siriani sarebbero duecento. Membri dell’Osservatorio siriano per i diritti umani parlano, invece, di soli cinquanta combattenti. Intanto, si attende da un momento all’altro l’arrivo nell’enclave curda dei Peshmerga, le truppe curde irachene, che nella notte sono entrate in territorio turco per raggiungere la destinazione siriana. Contemporaneamente, nel Paese anatolico, questo pomeriggio un ufficiale dell’esercito turco è stato ucciso in un agguato nella provincia sudorientale di Diyarbakir, con gli inquirenti che puntano l’indice contro un gruppo armato legato al PKK, il partito dei Lavoratori curdi di Ocalan, che nelle settimane scorse aveva minacciato una rottura della tregua con il governo di Ankara.

Nel frattempo, mentre i Peshmerga curdi dell’Iraq e i miliziani dell’opposizione a Bashar al-Asad sono pronti a difendere Kobane dall’assedio dello Stato islamico, gli aerei della coalizione internazionale a guida Usa hanno nuovamente bombardato l’enclave curda in Siria. A riferirlo il Pentagono, che spiega come nei bombardamenti di ieri e di oggi siano stati colpiti sei veicoli militari, un edificio, e diverse posizioni dei jihadisti. Raid che però non hanno limitato la potenza di fuoco dei miliziani di al-Baghdadi, che ieri hanno conquistato un giacimento di gas a Homs dopo aver sferrato un attacco costato la vita a 30 soldati governativi siriani.

Sul fronte opposto, le principali fazioni armate dell’insurrezione siriana anti-regime, si sono riunite nelle ultime ore nel sud della Turchia per coordinare gli sforzi per evitare che Aleppo, nel nord della Siria, venga assediata e completamente circondata dalle forze lealiste. Lo riferisce stamani il quotidiano panarabo al Hayat, che cita alcuni partecipanti all’incontro svoltosi ieri a Gaziantep. Nelle ultime settimane, le forze di Damasco e i loro alleati sono avanzati nel nord di Aleppo stringendo la morsa attorno ai quartieri orientali, gli unici rimasti sotto controllo degli insorti, e che ora si trovano ad affrontare contemporaneamente la minaccia del regime e quella dello Stato islamico. Sempre in Siria, un elicottero militare dell’esercito siriano ha sganciato due bombe colpendo un campo profughi nella provincia settentrionale di Idlib, causando molte vittime, tra cui bambini e donne. Il campo colpito è quello di Abedin, dove hanno trovato rifugio soprattutto civili in fuga dai combattimenti nella provincia centrale di Hama.

Costantemente esplosiva la situazione in Libia. E’ di almeno dieci morti, infatti, il bilancio dei nuovi scontri a Bengasi tra l’esercito ed i miliziani islamici. A riferirlo il canale in lingua araba di Sky News, che precisa come i combattimenti si registrino in diversi quartieri della città, dove il bilancio di due settimane di scontri è ormai di oltre 200 morti. Gli ultimi combattimenti, stando all’emittente, sono iniziati stamani in diverse zone della città, con il coinvolgimento di miliziani ed esercito sostenuto dalle forze fedeli al generale libico Khalifa Haftar.

In Israele, continua il braccio di ferro tra Tel Aviv e Washington riguardo la costruzione di nuovi insediamenti. Scoppia, infatti, una nuova polemica tra le due capitali, proprio dopo l’annuncio israeliano di un’accelerazione nella costruzione di un migliaio di nuove case a Gerusalemme Est. Un alto funzionario dell’Amministrazione Obama ha definito il premier israeliano Benjamin Netanyahu «un codardo», di cui la cosa buona è «che ha paura di fare le guerre, quella brutta invece è che non farà mai nulla per raggiungere un accordo nè con i palestinesi, nè con gli Stati arabi sunniti. L’unica cosa che vuole è proteggere se stesso dalla sconfitta politica». Queste le parole di una fonte anonima dell’Amministrazione americana a Jeffrey Goldberg, corrispondente della rivista statunitense ‘The Atlantic’.

«Sono sotto attacco per aver difeso Israele e la sicurezza nazionale», ha replicato quindi Netanyahu, «nonostante le ultime tensioni l’alleanza tra Israele e gli Stati Uniti è comunque ancora solida» ha poi ribadito il premier in un discorso alla Knesset, il Parlamento israeliano. Ed anche se la Casa Bianca ha preso le distanze dalle parole pronunciate dall’alto funzionario, definendole “inappropriate”, la questione degli insediamenti pesa come un macigno nelle relazioni tra i due Paesi. Nello stesso tempo, in una intervista di oggi alla televisione israeliana Canale 10, il Presidente palestinese Abu Mazen ha sollecitato gli israeliani a non farsi sfuggire l’occasione per una tregua definitiva: «se farete la pace con noi – ha detto – verremo insieme con 57 paesi arabi ed islamici, che immediatamente riconosceranno Israele e normalizzeranno le relazioni».

Dall’altra parte del globo, in Corea del Nord, dieci membri del Partito dei lavoratori sono stati giustiziati da un plotone militare per avere guardato soap opere sudcoreane, per corruzione o per essere stati molesti nei confronti delle donne. Lo riferisce l’agenzia di intelligence sudcoreana, precisando che, finora, nel corso del 2014 siano almeno 50 gli alti funzionari del governo e dell’esercito di Pyongyang ad essere stati giustiziati pubblicamente. Molti dei funzionari individuati da Kim Jong-un, sarebbero stati stati vicini a Jang Song-Thaek, lo zio del leader nordcoreano arrestato a dicembre del 2013 e giustiziato per una serie di crimini contro lo Stato. Come raccontato da alcuni disertori nordcoreani al ‘Telegraph’, versioni piratate di programmi televisivi sudcoreani e cinesi sono ampiamente disponibili nel Paese e in vendita sul mercato nero. Nonostante l’avversità del governo di Pyongyang, il proliferare di cellulari e supporti elettronici facili da trasportare e da nascondere ha reso infatti impossibile tenere i nordcoreani alla larga dalle influenze straniere.

Non si arrestano, nel frattempo, le vittorie elettorali della sinistra in America Latina. Dal Cile al Brasile, dalla Bolivia e, presto, all’Uruguay, i risultati delle urne confermano infatti come nel continente sudamericano sia in corso una vera e propria “ribellione democratica” che sta contrastando l’attuale globalizzazione capitalistica della povertà. Ne è convinto uno dei leader di questa tendenza, il presidente boliviano Evo Morales, che da Roma, in un’intervista all’ANSA, dichiara come in «America latina ci sia una ribellione democratica», accompagnata da programmi di governo “progressisti“. Appena rieletto per la terza volta, con ben il 60% dei consensi, il primo presidente boliviano indigeno ha sostenuto che «nel popolo latinoamericano» c’è una profonda pulsione alla liberazione “politica ed economica”. «Molti popoli sono anti-imperialisti e anti-capitalisti» e come boliviani «stiamo esportando una politica sociale ed economica alternativa» ha poi dichiarato ai cronisti italiani.

 

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