sabato, Maggio 15

I profughi Tamil in Australia field_506ffb1d3dbe2

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Tamil

Il casus belli è stato l’ennesimo viaggio della speranza, anche se in questa occasione si parla dell’Oceano Indiano, e non del Mediterraneo martoriato dagli affondamenti delle imbarcazioni stracolme di immigrati clandestini. Lo scorso 25 giugno, un barcone che navigava al largo delle coste australiane, fuori dalle acque territoriali, è stato recuperato dalle unità della Marina Militare di Canberra. A bordo vi erano 153 migranti dallo Sri Lanka di etnia Tamil, in prevalenza uomini.

I migranti, una volta recuperati, sono stati trasferiti subito in un centro di detenzione sul continente, ed è a questo punto che l’atteggiamento del governo australiano si è tinto di ambiguità. Solamente il 6 luglio, infatti, il Ministero degli Interni di Canberra ha annunciato il recupero dei migranti, aggiungendo che il gruppo sarebbe stato respinto antro 24 ore e riconsegnato alle autorità cingalesi.

La segretezza e la repentinità dell’annuncio hanno suscitato veementi proteste da parte delle ONG che si occupano dei diritti dei migranti, ma la vicenda era solo all’inizio.

Buona parte del gruppo era infatti intenzionato a richiedere all’Australia lo status di rifugiato per ragioni politiche. Ma il Ministero degli Interni e quello degli Affari Esteri hanno subito precisato che, essendo il barcone stato recuperato nelle acque internazionali, la comitiva non ricadeva sotto le leggi australiane. Il diritto di asilo, a rigor di quanto affermato dal Governo, non avrebbe avuto nemmeno titolo per essere richiesto.

I giovani Tamil protagonisti della traversata hanno però subito protestato, affermando che la loro richiesta di asilo era del tutto sincera, in quanto il loro rimpatrio nelle mani delle autorità cingalesi avrebbe automaticamente significato finire nelle mani dei perpetratori di discriminazioni etniche ed arresti arbitrari. Il coro di critiche conseguente ha spinto Canberra a ritardare di 72 ore il rimpatrio, per consentire ai Tamil di consegnare le contestazioni agli organi dell’esecutivo.

Se nei primi giorni l’Australia sembrava aver peccato di poca trasparenza e sbrigatività, le affermazioni delle autorità seguite ai reclami dei migranti hanno scatenato un vero vespaio. Il Governo australiano ha infatti negato che i Tamil rimpatriati siano sottoposti ad alcuna condizione tale per la quale il respingimento avrebbe conseguenze che violano il diritto di asilo internazionale, quali guerre, persecuzioni politiche, etniche o religiose. L’ex Ministro degli Esteri, Robert Carr, ha rincarato la dose definendo le accuse del gruppo dei Tamil ‘pura fantasia strumentale‘.

Gli attivisti per i diritti dei migranti e la comunità Tamil residente in Australia hanno risposto duramente a tali affermazioni. L’avvocato-attivista Julian Burniside è giunto ad affermare che se l’abbordaggio del barcone non implicava il riconoscimento dei diritti di asilo, questo rende l’azione della Marina Militare australiana un atto di pirateria, proprio in quanto portato a termine fuori dalle acque nazionali.

L’Australia è da anni nel mirino delle ONG per la tutela dei diritti umani per l’inflessibilità delle sue normative anti-immigrazione, giunta al punto di aver trasformato due isole al largo delle sue coste, Marcus e Christmas Island, in gigantesche prigioni a cielo aperto. Il Governo conservatore di Tony Abbott, eletto proprio su una piattaforma di inflessibilità, ha rigettato ogni critica. Ma solamente due settimane fa le politiche sull’immigrazione avevano suscitato critiche anche dal Commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR), dopo che 41 migranti, sempre provenienti dall’area Tamil dello Sri Lanka, sono stati rispediti indietro nonostante la loro imbarcazione fosse stata intercettata in acque nazionali.

L’Agenzia delle Nazioni Unite ha inoltre sottolineato come le denunce nei confronti delle autorità cingalesi siano tutt’altro che poco circostanziate, a partire proprio dalle dure punizioni previste anche contro chi lascia il Paese senza registrarsi presso i pubblici uffici. In questo caso, il Governo di Colombo commina una pena di ben due anni di reclusione. È chiaro il tentativo del Governo cingalese di porsi come collaboratore attivo contro i flussi migratori non regolamentati per attrarre il favore delle potenze economiche dell’area, non solo Australia ma anche Singapore, Thailandia e Malesia.

Dibattute, ma ulteriormente note, sono le persistenti discriminazioni sociali di cui sono vittime i Tamil nelle aree del nord dello Sri Lanka, costate al governo cingalese più di una denuncia da parte della comunità internazionale. Requisizioni forzate di terreni, mancanza di giustizia per i crimini di guerra commessi dalle forze armate governative durante la guerra civile conclusa nel 2009 e sfruttamento sui luoghi di lavoro sono ancora la norma nella penisola di Jaffna e dintorni. Oltre 100mila Tamil residenti in India rifiutano tutt’ora di tornare nella terra di origine, nonostante le condizioni sociali ed economiche dell’India meridionale siano perfino inferiori alla media dello Sri Lanka.

Esattamente il contrario di quanto accaduto in Australia, dove la comunità degli immigrati Tamil, anche se molto meno consistente, è stata fino ad oggi ben integrata e prospera. Ben 50mila sono gli appartenenti alla minoranza etnica – provenienti non solo dallo Sri Lanka, ma anche da India, Malesia e Singapore – e le seconde e terze generazioni di migranti, ben distribuite sul territorio nazionale australiano, circostanza che ha impedito qualunque forma di ghettizzazione. Secondo le statistiche del governo di Canberra, la comunità Tamil vanta un tasso di istruzione superiore pari all’80% del totale, di gran lunga superiore a quello del resto della popolazione australiana e delle altre comunità immigrate, che si ferma al 50%. Il 59% dei Tamil sono proprietari di una o più abitazioni dove risiedono, una percentuale di poco inferiore alla media nazionale, ferma al 62%.

La migrazione Tamil in Australia non è infatti il frutto esclusivo della guerra civile e di tensioni etniche e confessionali, ma un processo lento e costante, iniziato quando ancora il Paese era sotto giurisdizione britannica, e ingrossatosi poi con le tragiche vicende cingalesi ed indiane degli anni ’70, ’80 e ’90.

Ma nell’era degli spostamenti di massa di popolazione tra il terzo ed il primo mondo, specie nel caso australiano, dove la domanda di lavoratori si coniuga con una enorme offerta dal continente asiatico, anche il network di integrazione stabilito in oltre un secolo non basta per vincere le resistenze dei governi locali. Qui non vi sono in ballo difficoltà culturali o di integrazione, ma il solo timore di una invasione di massa, che possa strappare al gigantesco Paese oceanico i suoi lauti stipendi e salari.

 

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