domenica, Giugno 20

I profughi d’Oriente field_506ffbaa4a8d4

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Quello che sta accadendo nel Mar delle Andamane, nel territorio a cavallo tra Thailandia e Myanmar e nell’intera area orientale dell’Oceano Indiano ricorda drammaticamente quanto sta accadendo nel Mediterraneo, in termini di disastro umanitario a causa dei profughi e degli sbarchi di rifugiati in fuga. Storie di morte, torture, di persone scomparse in mare. Storie di paura, sangue e torture dove il fattore umano ferito sembra essere il cupo tratto di unione tra i due contesti, asiatico e mediterraneo.

Nel caso del Mediterraneo, il Medio Oriente in fiamme, il collasso della Siria, la sofferenza del Nord Africa, il costante flusso del Corno d’Africa e la perseverante condizione di grande conflittualità in Afghanistan e Iraq sono la fonte principale dell’affacciarsi disperato dei profughi che oggi addentano le coste greche e scorrono nella parte meridionale dei Paesi Slavi, scontrandosi con muri di varia entità, compresi quelli di filo spinato ai confini dell’Ungheria. La Germania, dopo le vicende dell’autobus con una settantina di morti per asfissia in un tir in territorio austriaco ha allentato il proprio muro burocratico ma la situazione –in generale- è diventata drammaticamente incandescente.

Nel caso del Mar delle Andamane, della Thailandia e del Myanmar, la fonte principale del dramma dei profughi è quello del collasso della etnia dei Rohingya, perseguitati e circondati da popoli la cui chiara intenzione è quella di respingerli (o di sfruttarli) dalle Nazioni dell’area. Tutti Paesi che da lungo tempo mostrano di non avere alcuna intenzione di coordinare una soluzione cogestita. L’ASEAN  che va via via strutturandosi come Unione degli Stati del Sud Est Asia ha posto vari temi sul tavolo delle discussioni relative alla integrazione d’area, innanzitutto le tematiche di tipo commerciale e mercantilizio, economico e finanziario. Persino la costante conflittualità di svariate Nazioni Sud Est asiatiche ed estremo-orientali nei confronti delle aspirazioni egemoniche cinesi è diventato tema-collante e di discussione. Ma un argomento “duro” come la gestione dei profughi è stata lungamente nascosta come la polvere sotto i tappeti. Ma – come sempre accade – la collinetta ipocrita delle cose nascoste, prima o poi viene fuori e manifesta tutta la propria drammaticità e la necessità di vere risposte.

Secondo recentissime stime realizzate dall’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite, ultimamente almeno una settantina di persone è deceduta a causa di fame, disidratazione, malattie e vari abusi o violenze applicate dai trafficanti di esseri umani a bordo delle imbarcazioni spesso abbandonate in mare aperto. Con questi nuovi dati, l’UNHCR stima che più di 1.100 persone (del Bangladesh oppure appartenenti alla etnia Rohingya provenienti dal Myanmar) siano decedute tra gennaio 2014 e giugno 2015. Vi sono poi da annoverare anche le segnalazioni di annegamenti durante i tentativi di sbarco e molti ancor oggi risultano dispersi, come la stessa Agenzia UNHCR  ha confermato nel suo rapporto trimestrale datato aprile e giugno.

In seguito alla crisi asiatica dei flussi migratori, CARAM Asia, un’organizzazione non governativa regionale con sede in Malesia, ha detto in giugno oltre 500 bengalesi sono risultati dispersi.

Le morti di maggio si sono verificate quando le autorità thailandesi hanno avviato un giro di vite sull’immigrazione clandestina in seguito alla scoperta di fosse comuni proprio all’inizio di maggio e le Nazioni della regione – Malesia, Indonesia e Thailandia – avevano inizialmente rifiutato di accettare i boat people sebbene alla deriva in mare. In alcuni casi, le imbarcazioni con rifugiati o migranti illegali, abbandonate dai trafficanti di esseri umani, sono state nuovamente ed ulteriormente respinte in mare. Oltretutto, circa 1.000 persone che si riteneva fossero in mare da maggio, restano ancor oggi inscritti nella lista dei dispersi.

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