sabato, Maggio 15

I preparativi della BCE Allo studio un piano di interventi straordinari per scongiurare la deflazione

0

Mario Draghi

È accaduto ancora: è bastata qualche parola del Presidente della BCE (Banca Centrale Europea) Mario Draghi per migliorare la percezione degli operatori finanziari. Come consuetudine, il primo giovedì del mese si è riunito il board della BCE per decidere le azioni di politica monetaria. Negli ultimi tempi la preoccupazione degli economisti si è spostata dalla recessione, che sembra essersi arrestata nella maggior parte dei Paesi europei, alla deflazione. Questo fenomeno economico è direttamente collegato alla politica monetaria e, quindi, la BCE è chiamata ad agire quanto prima per contrastarlo. Per questo motivo ogni parola di Draghi viene ben soppesata e può cambiare il sentiment del mercato.

Prima di spiegare quali saranno le probabili mosse della BCE è utile capire perché la deflazione è considerata un grave pericolo per un’economia moderna. Per deflazione si intende la riduzione del livello dei prezzi, cioè il contrario dell’inflazione. Vista in modo superficiale la deflazione potrebbe essere considerata positiva per l’economia. Infatti, quando si pensa ad una riduzione dei prezzi si desume che ciò, incrementando il potere d’acquisto, favorisca l’economia.

Nella realtà, la deflazione produce conseguenze molto più complesse e negative. In primo luogo, quando nelle persone si instaura la convinzione che i prezzi dei beni sono destinati a ridursi ciò induce le persone a rinviare i consumi non necessari, poiché con il trascorrere del tempo si potrà acquistare il bene ad un prezzo inferiore. Purtroppo questo cambiamento nell’approccio verso il consumo avvia una catena di trasmissione che blocca l’economia. Infatti, il calo dei consumi legato all’attesa che i prezzi scendano implica una riduzione delle vendite delle imprese, una riduzione della produzione e un aumento della disoccupazione (se le imprese non riescono a vendere i prodotti hanno bisogno di meno personale). Per rispondere al calo delle vendite le imprese tendono ad aumentare gli sconti o a ridurre ulteriormente il prezzo di vendita dei prodotti. Ciò, a sua volta, aggrava il fenomeno deflativo, rafforza l’idea che è bene ritardare i consumi e le imprese continuano a ridurre la produzione e a licenziare. Inoltre, l’incremento della disoccupazione riduce ulteriormente la domanda. Queste spirali negative che si autoalimentano sono difficili da contrastare con politiche convenzionali e, a volte, anche con quelle straordinarie.

Il Giappone ha convissuto per oltre un decennio con questa situazione e viene usualmente considerato l’esempio da non seguire quando si vuole debellare la deflazione. Memori della lunga fase di deflazione-stagnazione giapponese, tutti i policy makers sono attenti a captare ogni minimo segnale di deflazione per intervenire prontamente affinché una riduzione dell’inflazione o una congiunturale riduzione dei prezzi non trasformino in modo strutturale la percezione e le aspettative di imprese e famiglie avviando la sequenza di avvenimenti negativi prima descritti.

Vi è un’altra conseguenza negativa legata alla deflazione. È risaputo che l’inflazione, anche se limitata alle percentuali cui siamo ormai abituati, tende ad alleviare il peso dei debiti. Infatti, l’inflazione avvantaggia il debitore, che deve restituire un prestito che con il tempo si valuta poiché vede eroso il suo valore proprio dalla crescita dei prezzi, e sfavorisce i creditori, che vedono ridursi nel tempo il valore del prestito effettuato. Quindi, l’inflazione tende ad aiutare soprattutto chi deve restituire ingenti prestiti. È intuibile chi siano, quindi, i più svantaggiati da uno scenario deflativo: gli Stati indebitati. Anche per questo motivo vi è pressione affinché la BCE scongiuri il verificarsi della deflazione.

Per ultimo, la deflazione inficia anche il raggiungimento degli obiettivi del bilancio pubblico. Infatti, nei famosi parametri deficit/Pil e debito/Pil il denominatore è considerato a valori nominali, cioè include i prezzi. In caso di deflazione, quindi, il denominatore cresce meno del previsto, o addirittura si contrae, e fa incrementare il valore del rapporto peggiorando i risultati. È un ulteriore giustificazione per intervenire in modo immediato sul problema.

Tale scenario non è affatto rassicurante, anche considerando che una buona parte dei Paesi dell’Area Euro viene fuori da una crisi che dura ormai da anni. È fondamentale che la ripresa in atto non venga fermata da scenari deflativi. Per questo motivo l’attenzione è posta sulle azioni della BCE, l’autorità che può, e deve, intervenire per regolare l’andamento dei prezzi evitando che il tasso di inflazione dell’Area Euro si allontani dal 2 per cento.

Come si vede dal grafico, a febbraio 2014 l’inflazione dell’Area Euro è stata pari allo 0,7 per cento, e la prima stima di marzo la pone allo 0,5 per cento, ben distante dall’obiettivo 2 per cento. Dai dati Eurostat di febbraio, gli ultimi ad ora disponibili da fonte europea, si nota che quattro Paesi erano già in deflazione. A questi si è aggiunta a marzo la Spagna, che secondo i dati nazionali, non ancora mostrati da Eurostat, ha registrato una variazione dei prezzi negativa rispetto a marzo 2013. Anche in Italia si ha timore che la bassa inflazione degli ultimi mesi possa trasformarsi a breve in deflazione.

Consapevoli di questa situazione, i membri del board della BCE hanno votato all’unanimità nel corso della riunione di giovedì 3 aprile sulla necessità di intervenire con strumenti tradizionali e/o con azioni straordinarie per scongiurare la deflazione e far risalire l’inflazione. Nel corso della conferenza stampa, Mario Draghi, pur sollecitato da molte domande, non ha indicato con precisione quali azioni la BCE intende attuare. Ha ribadito che i tassi rimarranno a questi livelli o verranno ulteriormente ridotti nel corso dei prossimi mesi e che la BCE sta studiando un intervento straordinario, ma non ha espresso una preferenza sullo strumento che verrà adottato né ha descritto i dettagli del possibile piano di intervento.

Sul fronte degli interventi ordinari, la BCE potrebbe ridurre il tasso di interesse guida dallo 0,25 per cento attuale fino al pavimento dello 0 per cento. Questa sarebbe l’ultima mossa possibile per quel che riguarda il tasso principale di riferimento. Ma gli effetti concreti di una tale opzione potrebbero essere trascurabili.

Più numerose sono gli interventi non convenzionali che la BCE potrebbe attivare. Una prima possibilità è quella di ridurre il tasso sui depositi al di sotto dell’attuale 0 per cento portandolo in territorio negativo. Questo tasso rappresenta la remunerazione che la BCE assicura sulle somme che le banche depositano nei conti correnti utilizzati per operare con l’istituto di Francoforte. Un tasso negativo significa che le banche dovrebbero pagare la BCE per lasciare somme in deposito, invece di ricevere interessi come succede normalmente. Questa mossa, rendendo oneroso per le banche lasciare la liquidità presso la BCE, dovrebbe indurle ad utilizzare tali fondi per prestiti a famiglie e imprese. Sarebbe un tentativo di rianimare il credito in Eurolandia stimolando consumi, investimenti e, quindi, anche i prezzi.

Draghi ha confermato che nella “ricca discussione” tenuta nel board si è anche parlato di una nuova LTRO (Long Term Refinancing Operation), cioè di un nuovo prestito a lungo termine per le banche. Questi prestiti, di cui abbiamo parlato in un recente articolo, dovrebbero servire ad aumentare la liquidità in circolazione, favorire i prestiti e, attraverso la ripresa della domanda, rianimare l’inflazione.

Altra opzione attivabile è la fine della sterilizzazione del SMP (Securities Markets Programme). Questo Programma fu attivato nel 2010 e 2011 e servì alla BCE per comprare i titoli di stato dei Paesi in difficoltà (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia). I denari immessi nel circuito finanziario per comprare questi titoli vengono settimanalmente sterilizzati, cioè la BCE ritira dal mercato una quantità di moneta pari a quella immessa per l’acquisto di questi titoli. Una opzione sarebbe, quindi, quella di terminare la sterilizzazione lasciando nel sistema i circa 150 miliardi di euro che, invece, fino ad ora sono stati drenati. È un altro modo per aumentare la liquidità in circolazione e stimolare l’economia e i prezzi.

Nel corso della conferenza stampa, Draghi ha confermato che la BCE potrebbe attivare, buon ultima tra le maggiori Banche Centrali mondiali, il cosiddetto QE (Quantitative Easing). Una conferma si è avuta venerdì 4 aprile quando è circolata la voce che il QE della BCE potrebbe arrivare alla cifra di 1.000 miliardi di Euro. Ma sia Draghi sia la notizia circolata il giorno successivo alla conferenza stampa non hanno svelato alcun dettaglio sugli aspetti tecnici di questa operazione. Infatti, attivando il QE la banca centrale decide di acquistare titoli al fine di immettere nuova liquidità nel mercato finanziario. Ma al momento non si sa quali titoli sono nel mirino della BCE. Gli acquisti potrebbero interessare i titoli di stato emessi dai membri dell’Eurozona, le obbligazioni di banche e imprese, oppure i titoli frutto delle cartolarizzazioni dei crediti delle banche.

Ma vi sono numerose incognite legate al QE, qualunque sia l’oggetto degli acquisti: come verranno suddivisi gli acquisti? Quale quota verrà destinata, ad esempio, all’acquisto dei titoli di stato italiani, tedeschi e francesi? L’intervento sarà differenziato in base alle difficoltà dell’economia o seguirà una semplice suddivisione in base alla quota del Pil nazionale rispetto al Pil totale dell’Area Euro? E si acquisteranno anche titoli di stato tedeschi che hanno già rendimenti bassissimi? Al contempo, se la BCE decidesse di concentrare l’intervento sui titoli, privati e/o pubblici, dei Paesi più in difficoltà, ad esempio quelli in deflazione o con una inflazione prossima allo 0 per cento, non potrebbero nascere opposizioni negli altri Paesi? Alcuni affermano che la BCE potrebbe comprare solo titoli tripla AAA per farne scendere ulteriormente i tassi, indirizzando, così, la domanda del mercato verso i titoli più rischiosi.

Poiché non sono questioni di poco momento e visto che nella BCE non ci sono state ancora decisioni formali è probabile che l’attivazione del QE, che è la misura straordinaria più complessa tra quelle enunciate da Draghi, vedrà la luce non immediatamente. Il problema è che la BCE sarebbe l’ultima banca centrale ad attuare una tale politica (dopo la Federal Reserve, la Bank of England e la Bank of Japan) e il rischio è che si sia atteso troppo tempo. Se le aspettative di imprese e famiglie sui prezzi dovessero cominciare ad inglobare la deflazione qualsiasi intervento si rivelerebbe insufficiente.

Negli ultimi anni la BCE si è dovuta districare tra i veti del Nord Europa, che hanno bloccato ogni tentativo di allentamento monetario in stile Federal Reserve, nonostante la situazione economica su questa sponda dell’Atlantico sia stata e sia peggiore rispetto a quella statunitense. Inoltre, è ormai dall’inizio del 2012 che la BCE non attua alcun concreto intervento straordinario di stimolo. Fino ad ora è bastata la voce di Draghi a risolvere i problemi, ma ora i soli annunci, come nel caso delle OMT (Outright Monetary Transactions), probabilmente non sarebbero più sufficienti. Si spera che lo spettro della deflazione faccia cadere gli ultimi tabù tedeschi e che l’azione della BCE non arrivi troppo tardi. In caso contrario non sarà un QE di 1000 miliardi a poter salvare l’Area Euro dalla deflazione.

 

Figura 1: Tassi di inflazione dei Paesi dell’Area Euro a febbraio 2014

Forte tab pezzo

Fonte: elaborazione su dati Eurostat

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->