venerdì, Maggio 7

I pericoli nell’ascoltare musica Da secoli filosofi, potenti, uomini di Chiesa ci avvertono dei pericoli nell’ascoltare musica: perché?

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La tendenza da parte di influenti figure religiose, assai giustamente stigmatizzata, ad ammonire i fedeli circa l’eccessivo ascolto di musica non è fenomeno recente, è cosa che si ripropone da svariati secoli come una peperonata mal digerita.

Se in molti si sono scandalizzati per le parole di un Imam che ha invitato giovani e non giovani a non ascoltare, se non in piccolissime dosi, musica, soprattutto occidentale, come gli stessi potrebbero commentare la posizione di aperta ostilità di Platone nei confronti delle profonde innovazioni che investirono la cultura musicale greca nel V secolo a.C.?
Non si trattava solo di un atteggiamento conservatore, di chi vuole preservare una tradizione culturale a fronte di stravolgimenti perniciosi, quanto piuttosto di una reazione decisa contro tutto ciò che avrebbe potuto spostare il focus delle attività musicali (comporre, suonare, cantare e ascoltare) dalla dimensione razionale a quello più direttamente legato all’emozione, ovvero alla dimensione irrazionale. Dunque, la musica, alla quale Platone comunque riconosce dignità superiore alle altre arti, può essere praticata solo come espressione della ragione, collegandola al concetto di musica come scienza e riprendendo in parte il concetto pitagorico dell’armonia delle sfere. Di conseguenza, la condanna di chi pratica la musica per il proprio piacere e divertimento è, da parte di Platone, pressoché totale. Solo ciò che rappresenta la luce dell’intelletto, l’apollinea lira, può dunque accompagnare canti che inducano i giovani a probi e sani comportamenti: il suono del dionisiaco aulos, dal timbro così inquietante, induce alla degenerazione dei costumi, insieme all’uso di generi e modi estranei alla pura tradizione greca e importati dal decadente oriente.

Senza voler fare un excursus su come filosofi e intellettuali abbiano considerato la pratica e l’ascolto della musica nel corso dei secoli, è comunque curioso notare che l’atteggiamento di chi richiama alla prudenza, alla temperanza, è quasi una costante, come se l’immergersi nei suoni potesse risultare pericoloso quanto l’immergersi in acque oscure e profonde.
Tale atteggiamento -assai più evidente in coloro che professano simpatie per concetti quali l’ordine, la disciplina e la morale (la loro, ovviamente)- denuncia un pericolo ulteriore, e ben più reale: quello che le strutture organizzative sociali, e le figure che ne interpretano le posizioni apicali, possano in qualche modo essere messe in discussione.
Ma in che modo?

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