lunedì, Settembre 27

I paperoni di Teheran field_506ffb1d3dbe2

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Chi è stato a Teheran o nelle mecche del commercio come l’isola di Kish, una delle tre free trade zone iraniane, ha visto crescere opulenza e business, anche negli anni più bui delle sanzioni.
Dal 20 gennaio 2014, l’embargo economico e finanziario verso la Repubblica islamica è, in minima parte, caduto, per effetto dell’accordo provvisorio sul nucleare di Ginevra con le potenze occidentali.

Nell’attesa che il protocollo diventi definitivo e che altre tranche degli introiti dalle vendite del petrolio, congelati con le misure, vengano sbloccate, commercianti, intermediari e affaristi persiani intessono relazioni commerciali con l’Europa, riallacciando i fili spezzati con la fine del Governo riformista di Mohammad Khatami.
L’Italia è in prima linea, sia nelle fiere commerciali organizzate in Iran dopo l’elezione, il 14 giugno 2013, del nuovo Presidente Hassan Rohani, sia nelle trattative in progress sugli investimenti nel comparto energetico. Riaprire il processo di modernizzazione interrotto nel 2005, con la vittoria del conservatore Mahmoud Ahmadinejad, darà ossigeno al ceto medio in difficoltà per l’aumento dei prezzi e della disoccupazione. Ma sdoganare liberalizzazioni e investimenti stranieri nel Paese farà anche decollare gli affari con l’Occidente – mai del tutto interrotti, neanche durante le sanzioni – del ricco ceto degli iraniani che contano.
Un’élite, ma neanche più di tanto visto che nella Repubblica islamica si stimano tra il 15% e il 20% di privilegiati, poco conosciuta all’estero. Ma abituata a sfrecciare in Mercedes e auto di lusso, nei quartieri bene della capitale e in altri centri. E a condurre, in privato, uno stile di vita occidentale. Tollerato, a patto che non dia troppo nell’occhio, dagli Ayatollah.

Non si tratta solo delle famiglie agiate ai tempi dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, prima della Rivoluzione khomeinista del 1979.
Ma di un nuovo e facoltoso establishment, che si è arricchito durante la Rivoluzione islamica, grazie a incarichi di alto rango, business e speculazioni fortunate come per esempio, il business del mattone degli ultimi anni.
Nell’isola di Kish, la Gibilterra iraniana dal 1989 zona di libero commercio per fare concorrenza a Dubai, non è difficile, per esempio, imbattersi in Limousine parcheggiate di fronte ai resort o ai grandi centri commerciali con prestigiose griffe.
Oltre a soggiornare nella «perla del Golfo Persico» (un flusso di 2 milioni di turisti l’anno, anche dalla vicina penisola araba), facendo sport in impianti olimpionici ed escursioni tra le attrattive storiche e naturalistiche dell’isola, businessmen e turisti “di passaggio” commerciano e aprono aziende, beneficiando di un’esenzione fiscale per 15 anni e dell’assenza di visto di ingresso, libero per due settimane e prorogabile per sei mesi. Al termine dei quali però, dopo due settimane, gli stranieri possono rientrare quando desiderano.

Sulla piazza di Kish, oltre a servizi bancari e monetari «flessibili», dal 2010 opera la prima borsa valori al mondo per la compravendita di greggio in valute diverse dal dollaro americano.
L’unico Paese bandito dallo scambio e dall’import è Israele. Con l’Iran, l’Arabia saudita partecipa al business con Paesi importatori come Russia, Cina e Giappone, con transazioni in euro, yen, rial iraniano e rubli.

Anche gas naturale e derivati del petrolio sono negoziabili. E, se negli anni le sanzioni di Stati Uniti, Unione Europea e Onu non avessero stroncato le operazioni bancarie con l’Occidente, con queste licenze la Repubblica islamica avrebbe da un po’ surclassato i rivali arabi di Doha, in Qatar, e Dubai.
Lo sviluppo di Kish come zona franca per il commercio e le imprese fu parte di una campagna aggressiva per rilanciare l’Iran negli anni della ricostruzione dopo la guerra con l’Iraq, tra il 1980 e il 1988, da parte dell’allora, pragmatico Presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, che oltre ad attrarre gli investitori stranieri, puntava a disincentivare gli imprenditori e le famiglie iraniane più agiate dall’investire i loro patrimoni a Dubai.L’Iran è il Paese dei paradossi”, ci spiega l’esperto di commercio iraniano Hooman Mirmohammad Sadeghi, attivo nell’import-export e residente da anni in Italia, “spesso è difficile far capire agli stranieri come la Repubblica islamica raccolga in sé complessità e contraddizioni. Lo stesso ceto medio, che insieme con le fasce più povere ha sofferto del blocco internazionale, possiede mediamente una casa e un altro immobile, magari affittato. Ha, insomma, a disposizione risorse maggiori della famiglia media italiana”.
Nei quartieri ricchi del nord di Teheran, “non è raro vedere in giro Porsche e Maserati. Gente facoltosa che, anche nel periodo di massimo isolamento, ha avuto le vie giuste per accedere a beni offilimits per le sanzioni”.

A Kish – free trade zone insieme all’isola di Qeshm, nel vicino Stretto di Hormuz, e al porto industriale di Chabahar, al confine con il Pakistan – oltre a fare shopping nei mercati e nei mall all’americana, alloggiando in sfarzosi grand hotel costruiti ai tempi dello scià e in nuovi resort, un popolo di oltre 20 mila residenti fa entrare merce dall’estero per poi smistarla nel Paese o riesportarla. Nei laboratori delle aziende, si producono materiali hi-tech, informatici, chimici e industriali grazie al regime agevolato dello Stato.
Prima delle proteste del 2009 e della stretta delle sanzioni bancarie, il giro d’affari del commercio straniero muoveva circa 9,2 miliardi di dollari l’anno, per un totale del 15% dell’import iraniano di passaggio dai duty free dell’isola.
In programma c’era anche l’apertura di voli da Milano a Kish e chissà se, con il nuovo corso di Rohani e le ventilate riforme, il progetto tornerà in auge: nel programma di rilancio del Governo c’è anche il massiccio rilancio del turismo nazionale, nel quale l’isola, insieme ad alcuni stabilimenti sciistici, ha un ruolo di punta.
Il commercio dalle zone franche iraniane verso l’interno e l’Asia centrale non si è mai fermato, neppure durante la seconda Amministrazione Ahmadinejad, anche attraverso triangolazioni bancarie con Dubai. “A differenza dei templi del consumo degli emirati nel Golfo”, precisa Sadeghi, “l’isola iraniana di Kish offre il valore aggiunto di un patrimonio storico e culturale che va oltre le avveniristiche costruzioni edilizie”.

Tra gli oltre 77 milioni di abitanti della Repubblica islamica, c’è una cerchia minoritaria – ma considerevole – che non ha mai rinunciato a bagnarsi nelle acqua cristalline delle spiagge di Kish, a una ventina di chilometri dalla terraferma. Un’isola che, nel 2010, l’insospettabile ‘New York Times’ ha eletto tra le 10 più belle al mondo.
Nella capitale, i paperoni iraniani si riconoscono dal valore delle loro abitazioni nelle zone residenziali della Teheran alta, oltre che dallo stile di vita discretamente licenzioso. In quartieri come Niavaran e Sa’adat Abad, abitazioni di 100 metri quadrati arrivano a costare anche 1 milione di dollari, con affitti mensili dai 5 mila ai 10 mila bigliettoni: cifre dell’ordine di Beverly Hills e San Francisco. Per non parlare degli chalet di Shamshak, la Cortina d’Ampezzo di Teheran. “Certo nell’ultmo decennio il loro valore si è quadruplicato, anche per effetto dell’inflazione e delle speculazioni. Chi ha comprato e rivenduto gli immobili a prezzo più che raddoppiato nel giro di pochi anni ha fatto miliardi” conclude l’esperto di commercio, “ma le ragioni del costo elevato delle case in alcune parti delle capitale sono molteplici. Oltre alle politiche edilizie hanno influito la grandezza degli appartamenti e il loro valore storico e artistico”.
A Teheran, si lavora per ampliare la metropolitana e, prima delle elezioni, il sindaco Mohammad Bagher Ghalibaf, uscito sconfitto dalle presidenziali, ha aperto grandi e nuovi cantieri. I rivenditori di Mercedes, Porsche e Maserati non sono mai entrati in crisi. I loro proprietari aspettano di fare affari e shopping in Europa come gli emiri del Golfo. Guida Suprema Ali Khamenei permettendo.

 

 

 

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