domenica, Luglio 25

I Paesi del Golfo nella lotta alla pirateria Verso una maggiore cooperazione regionale nelle operazioni marittime

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pirateria golfo

Il Reporting Centre dell’IMB – International Maritime Bureau, nel suo ultimo report sulle aree a rischio pirateria, ha evidenziato una significativa diminuzione degli attacchi nel Golfo di Aden e nel Mar Rosso. Le attività di controllo sulle imbarcazioni sospette, l’implementazione delle operazioni di anti-pirateria e l’aumento del numero di guardie armate a bordo, avrebbero contribuito alla diminuzione degli attacchi e dei tentativi di abbordaggio nell’area. Ciononostante, l’IMB persiste nel segnalare lo stato di allerta. La minaccia, infatti, è costantemente presente, in particolare a causa della presenza di pirati somali molto attivi lungo le coste a nord della Somalia nel Golfo di Aden e a sud nel Mar Rosso.

La mappa che mostra gli episodi di pirateria e rapina a mano armata nel mondo nel primo semestre del 2014, mostra almeno sei tentativi di attacco confermati, due scontri a fuoco e la presenza di tre imbarcazioni sospette in tutta l’area marittima comprendente il Golfo di Aden, il Mar Rosso, il Golfo dell’Oman e il Golfo Persico. Gli episodi registrati, rientrano tutti nei termini della definizione di ‘pirateria’ ai sensi dell’Articolo 101 della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Mare del 1982 e della risoluzione A.1025 (26) del 2009 dell’IMO (International Maritime Organization).

Il primo episodio risale al 17 gennaio di quest’anno, i pirati a bordo di un barchino staccatosi dal ‘vascello madre’ avrebbe attaccato con colpi d’arma da fuoco una nave cisterna che stava procedendo a sud di Salalah, lungo la costa omanita. L’attacco è stato sventato dalle guardie armate presenti a bordo, che sono state in grado di respingere il fuoco dei pirati. Il secondo episodio, più recente, risale al 30 marzo. Sei persone a bordo di un barchino, tutte armate di mitragliatrice, hanno aperto il fuoco contro il ponte e gli alloggi di una nave cisterna che stava trasportando del greggio nei pressi dell’Isola di Musandam, al largo dell’Oman. La nave ha immediatamente attivato le misure di sicurezza, respingendo l’avanzata del barchino con gli idranti.

Episodi come quelli descritti, avvengono con cadenza regolare e hanno iniziato ad interessare anche numerose porzioni di mare al di là del Golfo di Aden. Il coinvolgimento dei Paesi del Golfo, sia GCC che non (come lo Yemen), è molto stretto. La maggior parte nelle navi che attraversano le acque infestate dai pirati, trasportano il greggio e le materie prime estratte dai giacimenti della penisola arabica. La questione della pirateria, associata al terrorismo, riveste una delle principali minacce alla sicurezza dell’area per gli anni a venire. Le autorità degli Emirati Arabi Uniti, in svariate occasioni, hanno definito la pirateria marittima come una delle principali sfide da affrontare nel ventunesimo secolo.

Certamente, Paesi GCC e comunità internazionale, come Unione Europea e Stati Uniti, concordano nel considerare la pirateria marittima come un fenomeno degno della massima attenzione. Gli attacchi lungo le coste della penisola arabica da parte dei pirati somali, rallentano o bloccano il trasporto di migliaia di tonnellate di petrolio, mettendo a rischio non solo l’economia della regione, ma l’intero mercato energetico globale. Le stime indicano che più del trenta per cento del trasporto di petrolio e di gas naturale fra l’Europa, la Cina, l’India e il Giappone, passa attraverso il Golfo di Aden.

In più, ogni giorno, un’altra fetta che ricopre quasi un quinto della domanda mondiale di petrolio e gas transita nello Stretto di Hormuz. Lo Stretto di Hormuz, corridoio strategico di circa 60 chilometri fra la penisola arabica e l’Iran, sarebbe uno dei principali obiettivi di Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP). La preoccupazione relativa ad una affiliazione fra la frangia di Al Qaeda e Al-Shabaab, gruppo insurrezionalista attivo in Somalia, ha portato ad una maggiore forma di controllo delle acque interessate. Le operazioni anti-pirateria attive al momento sono tre: Operazione Atalanta, sotto l’egida dell’Unione Europea; l’operazione Ocean Shield, a guida NATO; e la Combined Task Force 151, uno sforzo multinazionale a guida USA.

La EU NAVFOR Somalia ‘Operazione Atalanta’, è una missione di tipo diplomatico-militare nata nel 2008 con l’obiettivo di assicurare protezione alle navi mercantili del World Food Programme in transito al largo delle coste somale, nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano. Le navi, che possono variare in numero da 4 a 13, operano con supporto areo. All’operazione partecipano solo paesi membri dell’Unione Europa, fra cui l’Italia.

L’Operazione Ocean Shield nasce dall’esperienza della precedente operazione Allied Protector. E’ uno strumento che si basa su un approccio di cooperazione regionale fra la NATO e i singoli paesi coinvolti, che possono cooperare per sviluppare le proprie capacità di contrasto al fenomeno della pirateria. Fra i paesi non membri della NATO che partecipano all’operazione, sono presenti l’Oman e l’Arabia Saudita.

La Combined Task Force 151, o CTF-151, fu istituita nel 2009 in risposta agli attacchi dei pirati somali nel Golfo di Aden al largo delle coste della Somalia. A guida USA, comprende 25 nazioni. Con quartier generale in Bahrein, opera congiuntamente ad Ocean Shield ed Atalanta. La Task Force è impegnata anche in attività di deterrenza contro il traffico di droga o di armi, nella acqua del Golfo dell’Oman, del Golfo di Aden, del Mare Arabico, del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano.

Nonostante dipendenza economica dei Paesi del Golfo dai trasporti marittimi, sono gli Stati Uniti e l’Unione Europea a farsi carico della maggior parte degli sforzi anti-pirateria nella regione. Se da un lato tale ‘mancanza’ è ravvisabile nell’assenza di una forza militare regionale multilaterale, dall’altro sottolinea una crescente interazione bilaterale fra i singoli paesi del Golfo con la NATO e l’Unione Europea. I Paesi del Golfo, però, ancora non si sono dimostrati capaci di porsi in una posizione di leadership nella gestione della minaccia legata alla pirateria marittima. Qualche piccolo passo è stato fatto, nel 2011 gli Emirati Arabi Uniti hanno ospitato una conferenza internazionale sulla pirateria marittima e i possibili sforzi di cooperazione regionale per affrontarla. Al momento, praticamente tutte le operazioni navali anti-pirateria condotte dai paesi del Golfo sono sotto la guida di paesi terzi. Il Bahrein partecipa alla Task Force 151, l’Oman e l’Arabia Saudita ad Ocean Shield, ma il ruolo svolto dai paesi arabi è di secondo piano.

Un maggiore coinvolgimento a livello regionale dei Paesi del Golfo nella lotta alla pirateria, dovrebbe godere di un supporto militare adeguato. Il Golfo non è privo di risorse militari autonome, ma soffre di una limitata efficacia strategica in virtù delle enormi lacune in materia di cooperazione regionale e difesa integrata. La definizione di strategie anti-pirateria a livello sub-regionale e lo sviluppo di un quadro normativo che permetta dei meccanismi di giudizio e prosecuzione efficaci, sono questi gli strumenti che i paesi della Penisola Arabica sono chiamati ad implementare. Gli esperti sono concordi nell’affermare che il coordinamento di un entità terza, come gli Stati Uniti, la NATO o l’Unione Europea, non sarà prescindibile nel medio-breve termine. I traffici commerciali per via marittima, però, rappresenteranno il core business dei paesi del Golfo ancora per molto tempo.

 

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