domenica, Novembre 28

I nuovi equilibri mondiali field_506ffb1d3dbe2

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La Grande Crisi ci ha abituati a ripensare la realtà. Sia a livello individuale che collettivo. Siamo stati costretti a rivedere le nostre abitudini di consumo, dobbiamo affrontare una situazione economica del tutto particolare se paragonata ai decenni precedenti, abbiamo cominciato a ripensare alla struttura dell’economia italiana e siamo più consapevoli che a livello globale si stanno delineando nuovi equilibri. Proprio riguardo questi ultimi è importante analizzare come si stanno evolvendo le relazioni di forza tra le nazioni e capire se il nuovo quadro economico internazionale è realmente una novità nella storia dell’economia.

Siamo ormai consapevoli che i cambiamenti a livello globale sono sempre più veloci e radicali. Siamo a conoscenza della crescita dei Paesi emergenti, tant’è che vengono coniati nuovi termini come BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) o N11 (Next Eleven, le 11 nazioni a più elevata crescita prospettica: Bangladesh, Egitto, Indonesia, Iran, Messico, Nigeria, Pakistan, Filippine, Turchia, Corea del Sud, Vietnam ) e ci confrontiamo giornalmente con imprese orientali o di Paesi emergenti che effettuano investimenti in occidente, anche in Italia.

Proprio a testimonianza di questa imponente crescita, è notizia recente che la valuta cinese, lo yuan, ad ottobre 2013 ha superato l’Euro diventando la seconda moneta più utilizzata a livello globale nell’uso di lettere di credito e incassi, con un balzo impressionante rispetto al 2012. Queste nazioni, con la Cina in testa, si stanno facendo largo nell’economia globale.

La classifica mondiale delle nazioni per Prodotto Interno Lordo mostra in modo palese quanto sia aumentato il peso dei Paesi emergenti negli ultimi anni. Il FMI (Fondo Monetario Internazionale) fornisce alcune utili statistiche per capire quanto velocemente stia cambiando l’economia mondiale.

Nella figura 1 osserviamo la quota di PIL mondiale di alcune nazioni. Sono mostrati i valori ogni inizio decennio, partendo dal 1980. Viene inoltre fornita la stima al 2018 elaborata dal Fondo Monetario. Le nazioni sono ordinate in base alle quote registrate nel 1980. Un semplice sguardo al grafico ci fa cogliere quanto sia cambiata la classifica. Emerge chiaramente il ridimensionamento dei Paesi industrializzati e la crescita impetuosa dei Paesi emergenti, soprattutto della Cina. Il trend mostra una decisa accelerazione tra 1990 e 2000 e poi una vera e propria esplosione degli emergenti.

Nel 2018 il Fondo Monetario Internazionale prevede che Stati Uniti e Cina abbiano una quota sostanzialmente simile rispettivamente il 18,6 e il 18 per cento del Pil mondiale.

All’interno di queste macrotendenze è interessante notare l’evoluzione italiana. Nel 1980 il nostro Paese rappresentava il 4,5 per cento del Pil mondiale. Nel decennio ’80 ha perso 4 decimi di punto di quota, nel decennio successivo 8 decimi, nel primo decennio del 2000 ben 9 decimi e le proiezioni del FMI indicano una perdita di altri 6 decimi tra 2010 e 2018. Nel 2018 la quota italiana di PIL mondiale si sarà più che dimezzata rispetto al 1980 e al 1990, pari all’1,8 per cento.

Tra gli andamenti mostrato nel grafico, veramente impressionante è quello cinese. Infatti, se le nazioni emergenti crescono in modo deciso, ma non esponenziale, e se i Paesi economicamente maturi vedono ridursi le loro quote, la Cina, invece, mostra una vera esplosione nei numeri. Nel 1980 la quota cinese del Pil mondiale (2,2 per cento) era addirittura inferiore a quella indiana (2,6 per cento). Dopo un decennio la Cina aveva già sorpassato l’India, ma entrambe detenevano una quota inferiore al 4 per cento. Dal decennio ’90 in poi la differenza tra le due nazioni è crescente e la velocità cinese è sbalorditiva. Nel 2010 la Cina aveva già una quota del 13 per cento, più di 6 volte superiore a quella del 1980, mentre l’India aveva poco più che raddoppiato il suo peso. La proiezione al 2018 pone la Cina al 18 per cento del Pil mondiale, più di 8 volte la quota del 1980, mentre per l’India le previsioni fissano una quota di poco superiore al 6 per cento.

I valori del grafico 1 hanno mostrato, seppur in modo sintetico, una realtà economica mondiale in profonda evoluzione e nuova rispetto a quella cui eravamo abituati fino a qualche decennio fa.

Ma questa situazione è realmente nuova nella storia economica? Siamo abituati, infatti, a fare confronti con periodi antecedenti al nostro, ma non a prolungare lo sguardo un po’ più indietro nel tempo, ai secoli che ci hanno preceduto. Se lo facessimo con un po’ più di attenzione ci accorgeremmo che il passato è stato molto più simile al futuro cui andiamo incontro.

La percezione comune radicatasi negli ultimi decenni è viziata dal contesto che stiamo vivendo. L’emergere di grandi Paesi come Cina e India ci sembra un avvenimento nuovo, inusuale, inatteso. Un approccio di più lungo periodo, invece, ci mostra che Cina e India non sono due nuovi attori di livello globale, ma sono due ritorni sulla scena economica internazionale. La Grande Crisi ha solo accelerato un processo già in corso, come abbiamo notato analizzando la figura 1, che riporterà gli equilibri economici indietro nel tempo.

La figura 2, infatti, ci mostra la suddivisione del prodotto mondiale pro capite in un arco temporale molto esteso, dall’anno 1 fino ai primi anni del presente millennio. L’andamento dei campi colorati ci permette di capire quale parte del prodotto mondiale è stata detenuta nel corso dei secoli dalle varie aree geografiche. Dall’anno 1 e fino al 1820 la somma di Cina e India ha rappresentato sempre oltre il 50 per cento del prodotto mondiale pro capite. Erano le due nazioni con la maggior quota al mondo. Inoltre, se sommiamo tutte le aree riferite ai Paesi asiatici (Cina, India, Giappone e Other Asia) osserviamo che la quota riferita a quest’area del Mondo è stata sempre superiore al 60 per cento. Da inizio Ottocento in poi si è avuto un crollo generalizzato del peso dell’Asia a livello globale che ha toccato il punto di minimo nel 1950, quando la quota totale asiatica si attestava intorno al 20 per cento. Da quel periodo in poi la rilevanza dei Paesi asiatici è stata crescente, fino a riconquistare il 40 per cento del totale nel 2006 e le proiezioni del FMI mostrate in precedenza certificano che questo trend è destinato a proseguire. Ne consegue che nei prossimi decenni l’Asia ritornerà a rappresentare una quota di prodotto pro capite pari, se non addirittura superiore, a quella che ha avuto nel periodo terminato a inizio Ottocento.

Da analizzare con attenzione è la situazione dell’Europa Occidentale. Nei primi mille anni la quota di quest’area è stata pari o inferiore al 10 per cento. Quindi, seppur sia abituale pensare all’Europa come al centro del mondo, è bene sottolineare che la sua importanza è stata limitata per molti secoli. La quota relativa all’Europa Occidentale ha cominciato ad espandersi in concomitanza con la Rivoluzione Industriale. Da inizio Novecento in poi, però, il peso dell’Europa Occidentale è andato gradualmente riducendosi e la quota, che era cresciuta oltre il 20 per cento, si è ridotta fino a poco più del 10 per cento a inizio anni Duemila. Le previsioni del Fondo Monetario relative a Germania, Italia, Francia e UK, che abbiamo mostrato nella figura 1, testimoniano che nei prossimi anni la quota europea tenderà ancora a declinare.

Infine, osserviamo l’andamento degli Stati Uniti d’America. Fino a inizio Ottocento la loro quota era ridotta e il peso a livello internazionale decisamente trascurabile. Con la Rivoluzione Industriale, la scoperta del petrolio e i grandi progressi tecnologici, gli Stati Uniti sono riusciti a conquistare il primato mondiale alla pari con l’Europa Occidentale. Nel 1950, Stati Uniti, Europa Occidentale, Europa Orientale e Russia rappresentavano il 50 per cento del PIL pro capite. Dopo il 1950 gli equilibri sono cambiati e anche gli Stati Uniti hanno visto ridursi gradualmente la quota. A differenza dell’Europa Occidentale, gli Stati Uniti stanno difendendo con migliori risultati la loro supremazia. Le stesse previsioni del Fondo Monetario Internazionale indicano nel 2018 gli Stati Uniti come ancora la nazione con la percentuale di PIL pro capite mondiale più elevata.

L’esame fin qui svolto, unendo dati storici e previsivi, ha fornito una visione degli equilibri internazionali che molto spesso è sconosciuta ai cittadini. Siamo sempre indotti a pensare che l’Europa sia il centro economico mondiale, alla pari con gli Stati Uniti, e che questa situazione sia ormai radicata. Tendiamo, inoltre, a considerare l’Occidente come l’area da sempre più prospera al mondo. Inoltre, riteniamo che la crescita cinese, e dall’Asia in generale, sia un fenomeno nuovo, in alcuni casi lo riteniamo strano, si potrebbe dire innaturale. Invece, utilizzando un approccio di lungo periodo ci si rende conto di come siano stati i decenni di supremazia europea a rappresentare un’anomalia nella storia economica.

Proprio per questo motivo è bene che i cittadini europei, e in primis gli italiani, capiscano che le relazioni di forza a livello mondiale stanno cambiando molto più velocemente rispetto a quanto si possa percepire e che il Globo sta andando verso un nuovo equilibrio mondiale che, se verranno confermati gli attuali trend, vedrà l’Europa Occidentale in posizione quasi subalterna rispetto agli Stati Uniti e ai paesi emergenti, in primo luogo la Cina. Solo la consapevolezza di questo fenomeno di portata epocale può indurre cittadini e istituzioni a ripensare per tempo al ruolo che l’Europa e l’Italia potranno ricoprire nel prossimo nuovo scacchiere economico internazionale.

Figura 1: Quote del Pil mondiale calcolate in base alla Parità dei Poteri d’Acquisto, maggiori economie

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Fonte: elaborazione su dati Fondo Monetario Internazionale.

Nota: per la Russia non è disponibile il dato del 1980 e 1990.

 

Figura 2: Quote del Pil mondiale pro capite dall’anno 1 al 2006

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Fonte: http://www.ggdc.net/maddison/maddison-project/home.htm

 

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