sabato, Settembre 18

I negri, gli italiani e Salvini Barnum Italia. Leoni, funamboli, ippopotami e pagliacci / 7

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E poi lo chiamiamo ‘il negro’ anche perché se da altre parti dire ‘il nero’ è più accettabile, sul Piazzale della Stazione di Bologna, quasi affacciati sulla Sala d’aspetto che con un vetro sfrangiato mostra e ricorda quello che è successo lì, e trentasette anni dopo quel fatidico 2 Agosto 1980 con i suoi 85 morti (o magari 86) e gli innumerevoli feriti, e l’inenarrabile carico di dolore correlato, beh forse definire uno ‘il nero’ è, quello sì, tremendo e offensivo, visto che proprio ‘i neri’ di pelle bianca, e di antica nazionalità italiana, hanno compiuto quella strage (anzi: quella Strage, il più grave atto di terrorismo effettuato in Italia nel secondo dopoguerra, e dire che nel corso degli anni e dei decenni non ci siamo fatti mancare nulla in materia). Stando almeno alle risultanze processuali al momento definitive, e finché non venissero eventualmente, molto eventualmente, ribaltate, in uno Stato di diritto a quelle dobbiamo attenerci.

E  dunque, il negro di cui si è raccontato lunedì 18 giugno (di questo 2018) in ‘Se una notte di quasi estate un viaggiatore’ su ‘L’Indro’ rivela al Viaggiatore medesimo, dopo l’allontanarsi della Polizia, di averlo accusato di aver detto «Guardate che io sono un italiano» come rivendicazione di un status di superiorità. Si aggira dattorno una fauna in cui, bianche o nere che siano, alcune potrebbero essere di passaggio per offrire quegli ‘intrattenimenti alternativi’ cui si alludeva nel Capitolo precedente. Mentono sostenendo di averlo sentito anche loro. Sarebbero stati in quattro, afferma ancora il negro, anche se al momento sono solo in due a confermarlo al Viaggiatore allibito ed esterrefatto. E comunque già due non sono pochi. Un maschio italiano, una bionda e giovane signorina presumibilmente dell’Est Europa che forse un po’ se ne vergogna, un po’ ha forse paura delle eventuali conseguenze e comincia a fare di fronte al Viaggiatore qualche passo indietro.

Fatto sta che il Viaggiatore mentre sta per riprendere il treno per ‘scendere’ verso la Riviera Adriatica, e Rimini e poi Cattolica, riprende anche in mano il telefono e chiama nuovamente il 113, e sempre la ‘povera’ e solerte ‘Operatrice 51’, alle 4:25 (per la cronaca la prima telefonata cui aveva risposto la stessa, era stata alle 3:32), chiarendo appunto che lui quella cosa (e quelle cose) che evidentemente il negro ha sostenuto con i poliziotti delle Volanti, non solo non l’ha mai detta, ma neppure pensato di poterla dire, neanche nei momenti in cui poi deve dissociarsi da sé stesso. E, appurato ulteriormente che tutte le telefonate agli operatori di pubblica sicurezza vengono registrate, spiega quanto avvenuto e chiede anche di informarne cortesemente il capopattuglia cui evidentemente quelle cose erano state pure dette. Del caso nel frattempo questo non fosse avvenuto, capita con tutto quello di più importante che c’è da fare, e visto che il Viaggiatore ci tiene a farglielo sapere, si può ipotizzare che sia lui il Lettore o uno dei Lettori. In ogni caso l’onore del Viaggiatore viene così ricostituito (si auspica). Quanto all’ormai mitica ‘Operatrice 51’, non ne potrà più di bar, negri, sciarratine, ma soprattutto del Viaggiatore che le fa perdere tempo per questioni banali.

Ma che banali non sono, né peraltro l’’Operatrice 51 ha mai sostenuto nulla del genere, anzi, ma il Viaggiatore è consapevole di essere su certe questioni e certi ambiti a volte un gran spaccamaroni. C’è chi sostiene non solo su certe questioni, non solo per certi ambiti, e soprattutto non solo a volte. Il Viaggiatore era, ed è, però giustamente indignato per essere stato ritenuto artefice di comportamenti e parole (e di questo specifico comportamento ed affermazione) che non solo non ha mai avuto, ma che neppure ha mai pensato di poter avere. Anche se, capita a tutti ma a tutti ed a lui di questi tempi più spesso del solito e del voluto, sempre più spesso gli vengono in mente idee che non condivide. E poi dice che uno si butta sulla Lega

«Ogni opera di valore ne genera altre» scrive Leonardo Sciascia presentando il suo ‘Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia’, evidentemente ispirato da Voltaire. Così noi, seppur ben più modestamente, siamo stati altrettanto evidentemente ispirati da ‘Se una notte d’inverno un viaggiatore’ di Italo Calvino, del 1979.

E già, abusando del fatto che Calvino non può più difendersi, per ‘Il Conte dimezzato’ su ‘L’Indro’ del 24 maggio 2018, il nostro amico e sodale Gabriele Della Rovere si era patentemente ispirato al suo ‘Il visconte dimezzato’ (scritto nel 1951, pubblicato nel 1952, primo nato della Trilogia ‘I nostri antenati’ che comprese poi ‘Il barone rampante’ del 1957 e ‘Il cavaliere inesistente’ del 1959).

L’autore della presente narrazione, partita dalla notte del 14-15 giugno (2018) alla Stazione di Bologna e dintorni con il ‘viaggio narrativo’ che ne consegue, è convinto di avere sentito in più di un momento mentre scriveva l’ala di Calvino (sempre Italo, ma magari anche Giovanni) passare su di sé. O invece, più pedestremente equivocando, era solo che «j’ai senti passer sur moi le vent de l’aile de l’imbécillité».

 

Hanno collaborato, più o meno volontariamente, Ermes Marana, Andrea Camilleri, Michele Serra, Antonio De Curtis e Charles Baudelaire.

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Sull'autore

Giornalista. Editore con ‘La Voce multimedia’

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