lunedì, dicembre 17

I nativi americani: una minoranza frammentata in cerca di una voce? Durante l’ultima campagna presidenziale sono stati indicati come la ‘minoranza dimenticata’. Ma sembra che qualcosa stia cambiando

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Dopo la mobilitazione seguita alla ripresa dei lavori per gli oleodotti ‘Keystone XL’ e ‘Dakota Oil’, gli ultimi mesi hanno assistito a una consistente ripresa dell’attivismo dei nativi americani. Tradizionalmente sottorappresentati nel panorama politico nazionale, i nativi sono una delle tante facce di una ‘frontiera del colore’ che negli ultimi anni pare tornata a occupare un posto importante sulla scena pubblica statunitense. I livelli cui si esprime questo attivismo sono diversi e si collocano al centro di un reticolo di tematiche (prime fra tutte quelle ambientali) tradizionalmente care al Partito democratico. Donne native sono candidate alle elezioni di midterm per la Camera dei Rappresentanti in New Mexico e Kansas nelle liste del Partito democratico e per il Senato in Arizona in quelle del Green Party. In questo come in altri fenomeni recenti, il successo di Donald Trump e la reazione sociale che questo a prodotto spiegano in parte il risultato. Anche in questo caso, tuttavia, le dinamiche sottese sono più profonde e rispondono a una evoluzione ‘di lungo periodo’ della società e della politica statunitensi.

Negli ultimi anni, il rapporto fra popolazioni native e mobilitazione politica negli Stati Uniti ha riscosso un certo interesse accademico, specie per quanto riguarda il complesso rapporto fra ‘ritorno alle radici’ e integrazione in un contesto che ha tradizionalmente premiato adesione e omologazione ai valori e ai modelli dominanti. Viceversa, a livello politico, il voto nativo continua a essere visto con scarso interesse soprattutto dai partiti maggiori. Salvo rare eccezioni, la partecipazione elettorale (turnout) delle popolazioni native è bassa; una situazione in qualche modo favorita dal fatto che le oltre 560 nazioni native riconosciute a livello federale sono a tutti gli effetti Stati sovrani, con gli effetti che ciò comporta sia sul piano pratico (ad esempio, i documenti di identità emessi dalla loro autorità non sempre sono compatibili con i requisiti richiesti a livello statale per l’esercizio del diritto di voto), sia su quello dell’autopercezione. Il fatto che il territorio delle riserve indiane sia amministrato dal Bureau of Indian Affairs e non dalle rispettive autorità statali è un altro fatto che spinge in questa direzione.

Sulla sponda opposta, le autorità dell’‘America bianca’ hanno tradizionalmente mostrato scarso interesse per gli ‘affari indiani’ e, quando lo hanno fatto, il loro approccio è stato, di norma, ispirato a un principio ‘livellante’ che ha finito più che altro per alimentare la disaffezione degli ‘amministrati’. Norme come quelle sul possesso e la tassazione delle terre comuni, da una parte hanno inserito le popolazioni native nel mainstream politico ed economico nazionale senza, dall’altra, portare loro benefici reali. In particolare, le riserve indiane (nelle quali, all’ultimo censimento, viveva oltre il 20% della popolazione nativa), restano aree economicamente arretrate, con un reddito medio molto più basso della media nazionale e con tassi di disoccupazione molto più alti, due elementi che – uniti alla forte dipendenza dalle (limitate) opportunità di impiego pubblico – concorrono a mantenere la percentuale di popolazione sotto la soglia federale di povertà parecchio sopra la media della popolazione nativa su scala nazionale, attestato – come nel caso dei neri e degli ispanici – nell’ordine del 25%.

Non stupisce che, durante l’ultima campagna presidenziale, i nativi americani siano stati indicati come la ‘minoranza dimenticata’. Anche in questo campo, tuttavia, sembra che qualcosa stia cambiando. Dopo l’attenzione a suo tempo dimostrata da Bernie Sanders, nelle ultime settimane anche Elizabeth Warren (da più parti indicata come un candidato credibile alla corsa del 2020) ha trovato opportuno rivolgersi alla constituency dei nativi americani con un discorso dal palco del recente National Congress of American Indians. Le sue – peraltro difficilmente dimostrabili – ascendenze native sono già state bersaglio degli strali dei suoi avversari politici. D’altro canto, le sue aperture al mondo dei nativi non le sono nemmeno valse il favore di tutte le numerose componenti di quest’ultimo. A differenza di altre minoranze, i nativi americani rappresentano, infatti, ancora oggi, una realtà profondamente frammentata e – sotto molti aspetti – orgogliosa di questo stato di cose; uno stato di cose che, se può renderla un attore importate a livello locale, ne limita in maniera forse fatale la possibilità di giocare a livello nazionale un ruolo paragonabile a quello delle minoranze ‘tradizionali’.

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