venerdì, Maggio 14

I movimenti per i diritti per gli uomini e l’ era Trump Lo scontro fra globalismo-sovranismo, politico ed economico, si ripercuote anche a livello sociale e culturale. Vediamo come

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Se, politicamente parlando, negli Stati Uniti questi sono gli anni dell’alt-right, con l’elezione di Trump, l’ampio spazio che Steve Bannon e altri trovano nel dibattito politico americano e non solo, la levata di scudi economica con la guerra dei dazi con Cina e Europa, la strenua difesa dei confini e l’esaltazione dell’America First, da un punto di vista culturale e sociale, si levano voci di strenuo dissenso contro l’amministrazione di The Donald. Questo si concretizza in grandi manifestazioni di piazza, prese di posizione nette da parte di uomini e donne dello spettacolo o campagne social per sensibilizzare sui temi più delicati. I movimenti liberal sono probabilmente, l’ultimo baluardo di quella che fu l’amministrazione Obama: il #metoo, la difesa delle minoranze etniche, sociali e relative all’orientamento sessuale, etc.

D’altro lato, tuttavia, non si sta con le mani in mano: se i movimenti femministi da una parte fanno partire, da sinistra, campagne per la difesa e la tutela delle donne, dall’altra rispondono le associazioni per i diritti degli uomini. Pur tenendo in gran conto il fatto che nulla in questo mondo può essere suddiviso in bianco e nero, il men’s rights movement afferisce all’alt right e, sotto l’amministrazione Trump ha visto crescere notevolmente i propri consensi. Quali sono le richieste dei suoi attivisti? Sotto questa etichetta si cela un composito mosaico di sigle e associazioni, che vanno da gruppi non necessariamente alt-right, come quanti si prefissano di difendere i diritti dei padri separati, ai gruppi dichiaratamente misogini, che vede nei maggiori diritti delle donne dei nostri giorni un chiaro attacco agli uomini, discriminati per non discriminare le donne.

Movimenti come quello sopra citato sono però la controparte sociale e culturale del riassestamento economico a cui assistiamo in questi anni. Per analizzare il fenomeno, dunque, abbiamo contattato Andrew Spannaus, giornalista e scrittore americano, consigliere delegato di Stampa Estera di Milano.  

 

Fra i movimenti afferenti all’alt-right troviamo i sostenitori dei diritti degli uomini. A che cosa è dovuta la loro crescita?

I movimenti di protesta negli Stati Uniti non vanno catalogati allo stesso modo di quelli europei, cioè con riferimento ad ideologie come il comunismo e il fascismo. In America la destra populista – che contiene gruppi anche con forti pregiudizi – cerca comunque di rifarsi alla Costituzione. Ricordiamo la nascita del Tea Party nel 2009: il nome richiama le azioni dei coloni contro le politiche commerciali dell’impero britannico nel 1773, poco prima dello scoppio della rivoluzione americana.

C’è una questione di identità, che da una parte è negativa quando escono i pregiudizi, ma dall’altra è positiva quando rivendica valori come la libertà, per esempio da una classe politica troppo influenzata dagli interessi della grande finanza.

E’ stata la politica della globalizzazione a creare il terreno fertile per la crescita di questi movimenti. Rendere più poveri e insicuri molti cittadini, e difendere quel risultato in nome di una nuova interpretazione dei valori, ha aperto la porta ad una protesta che rischia di andare fuori controllo.

Un’industria culturale sempre più attenta alle istanze delle donne (e delle minoranze) può aver scatenato una reazione contraria?

La questione dei diritti delle donne e delle minoranze si intreccia con la visione globalista che ha provocato una reazione contraria in alcuni strati della popolazione. Questa visione, promossa fortemente negli ultimi anni, dice che viviamo in un mondo senza più confini economici e politici, un mondo di diritti condivisi in cui sono tutti uguali. Il problema è che qui la sfera culturale (diritti) si intreccia con la sfera economica (globalizzazione finanziaria). L’immigrazione è l’esempio più ovvio, vista come una minaccia da chi teme per il proprio benessere e sicurezza, ma promossa come positiva da chi evoca un mondo di diritti senza confini. Passa il messaggio che i valori tradizionali sono da estinguere, e in un mondo dove l’incertezza aumenta, non sorprende che tante persone vedano questo cambiamento in modo negativo.

Anche le parole “democrazia” e “libertà” sono state travasate negli ultimi decenni, utilizzati rispettivamente per promuovere le guerre di cambiamento di regime, e poi le politiche neoliberiste che hanno fatto male a buona parte della popolazione dei paesi più sviluppati.

Tutto questo non dovrebbe c’entrare con la necessità di evitare qualsiasi discriminazione contro le donne e le minoranze, ma purtroppo la crisi incoraggia i pregiudizi, come dimostrano anche le ricerche accademiche.

Non significa che bisogna evitare di insistere sui diritti; si tratta di valori universali che vanno difesi sempre. Bisogna però ragionare sulla chiarezza del proprio messaggio e stare attenti ad evitare le strumentalizzazioni.

E’ facile notare qualche eccesso, per esempio nel movimento #Metoo: si parte da una rivendicazione sacrosanta, che è inaccettabile utilizzare la forza e il ricatto contro le donne. Poi cresce l’ondata fino a quando comincia a sembrare una caccia alle streghe, con giustizia sommaria, e alla fine anche il messaggio originale rischia di essere offuscato.

L’ondata protezionistica del governo Trump (guerra dei dazi, politiche contro la delocalizzazione, etc) può essere stato un boost per la crescita di questi movimenti?

Trump interpreta la difesa degli Stati Uniti come l’affermazione della sovranità nazionale. In termini economici ha sicuramente ragione su alcuni punti, come la necessità di proteggersi contro le produzioni a basso costo che non rispettano le normative sul lavoro e sull’ambiente. L’obiettivo correlato è di riportare il lavoro industriale in America, e di riequilibrare la propria bilancia commerciale.

I movimenti anti-establishment hanno contribuito a guidare questi cambiamenti, e ne hanno anche beneficiato. Per esempio, Breitbart ha pubblicato degli articoli importanti su figure storiche del sistema americano di economia del diciannovesimo secolo, come Henry Clay, riprendendo la visione anti-imperiale, pro-sviluppo che ha dato tanti benefici all’America a vari punti della sua storia. Gli economisti e politici mainstream invece si rifiutano di discutere questo tema, perché va a toccare la loro ideologia neoliberista. In questo modo lasciano il campo ai movimenti che dicono di voler combattere, un errore tattico che già ha costato caro all’establishment. Purtroppo non si vede ancora la volontà seria di affrontare questa contraddizione.

Come si inserisce all’interno della lotta fra classi privilegiate e classi svantaggiate?

E’ in atto un riallineamento politico in tutto il mondo occidentale. Quando arriva il momento di votare, la divisione destra-sinistra diventa meno importante di quelle economiche. Il fattore di classe aumenta di peso, spesso superando le vecchie differenze ideologiche. Basti pensare che ci sono persone che hanno votato per Barack Obama nel 2008, poi per Bernie Sanders nelle primarie del 2016, e infine per Donald Trump nelle elezioni politiche qualche mese dopo.

Per queste persone il fattore discriminante non è il colore della pelle o la posizione su temi sociali come l’aborto o i diritti LGBT; la questione fondamentale è chi le difenderà contro i bassi salari e la precarietà. Il “nemico” diventa chi è privilegiato perché trae benefici da un sistema che aiuta solo la parte alta della società. Le disuguaglianze aumentano, e quindi gli svantaggiati sono sempre più disposti a votare qualche outsider contro la casta della politica e della grande finanza; anche quando l’outsider ha degli evidenti limiti. L’importante diventa dare una scossa ad un sistema ingessato da troppi anni.


Sì può dire che, nell’ottica di questi movimenti, i privilegiati sono i nuovi svantaggiati?

Non mi sembra che i privilegiati siano stati cacciati dalle loro posizioni. Piuttosto l’establishment fa resistenza contro i brutti, sporchi cattivi populisti, sottolineando i loro difetti, ma commettendo lo stesso errore di prima quando non affronta seriamente le istanze giuste che vengono sollevate.

La resistenza non riesce a bloccare l’arrivo al potere di figure nuove e diverse, ma cambiamenti profondi sono difficili da ottenere. Ci vuole competenza, strategia, e bisogna vincere la fiducia di una parte delle istituzioni permanenti, impresa non facile. Per questo credo che ci sia ancora molto strada da fare per ribaltare la situazione. Anche i nuovi leader rischiano di essere poco efficaci, il che significa che il periodo di incertezza continuerà ancora per molto.

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