sabato, Novembre 27

I morti sul lavoro nella società dei consumatori Al tempo dell’etica il lavoro strutturava persone, nell’epoca dell’estetica del lavoro si formano consumatori di merci. Come che sia, vince sempre il capitale

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Non crediamo mai abbastanza

a ciò in cui non crediamo

(M. Conte S. 2004)

Ogni giorno in Italia muoiono almeno 2 operai, mentre struttura, condizioni, tutela dei lavori sono gravemente peggiorate negli anni nell’attacco ai diritti alla persona nelle diverse realtà lavorative. Ovunque, dalla produzione, alla distribuzione, alla cura e riproduzione, fino alla logistica, raccordo tra produttori-fornitori con la consegna-disponibilità dei prodotti finiti agli utenti-clienti.

Pensate solo alla logistica di Amazon o in questo complicato anno e mezzo pandemico alla crescita economica nel settore dei trasporti di beni ed utilità varie a casa. Un comparto frammentato con molti piccoli distributori e sotto capetti, appalti, sub-appalti mai regolati nel disinteresse della politica di questi decenni. Un settore dimenticato come altri, essendo il lavoro divenuto nella nuova società un agire ‘de-centralizzato’ rispetto alla simbolica del consumatore, nuovo protagonista di un tempo ubiquo frazionato indifeso segmentato con cui il capitalismo nell’età dell’informazione regola controlla sorveglia i suoi compratori. Un passaggio cruciale dalla grande fabbrica del primo capitalismo industriale verso le ‘magnifiche sorti progressive’ del capitalismo delle piattaforme digitali e di lavori divenuti sempre meno protetti o neoschiavistici.

Basti pensare ad un’ideale mappa di varie forme di sfruttamento dalla Puglia degli immigrati che raccolgono prodotti della terra per le nostre tavole, tutelati per soli 6 mesi da un’altra ministra piangente e poi abbandonati, passando per giovani lavoratori stagionali dileggiati per non accettare paghe basse dei ristoratoriesaurite pagandosi alloggio e tutto il resto. Per passare alla logistica nei trasporti e arrivare magari a Milano dove i rider, fattorini, hanno garantito il cibo nelle terribili chiusure pandemiche, ‘valutati’ nei ritmi di lavoro da algoritmi per la distanza, la velocità, il numero delle consegne! E poi se vi resta del tempo fate una capatina ideale nei capannoni Amazon, nuovo ‘Dio’ della religione del capitalismo digitale che piace a tutti quelli che non lo subiscono, non certo i manager, dove giovani corrono, sì,corrono tra scaffali per tener dietro all’algoritmo delle consegne. E dopo un paio di anni scappano, senza fare gli stagionali, quelli dileggiati dal BdS, bifolco di Salerno, un cafone, volgare, violento, perché preferirebbero il reddito di cittadinanza e non farsi sfruttare come stagionali in un altro settore lavorativo dove lo Stato è assente da vari governi. Insomma quello che con il figlioletto, che non ha mai fatto lo stagionale….

Figuriamoci, si prenderà il Pd, tempo al tempo… Un capo clan, e ho detto tutto, che per vincere le regionali l’anno scorso ha imbarcato la peggiore politica di ex dc e trasformisti. Che ha ‘militarizzato’ la Campania volendo decidere anche che cosa e come dire nelle fondazioni culturali, tipo Ravello succhiato da tanti infermi di intelligenza, povero Antonio Scurati che ci aveva creduto… Dunque nella logistica Adil Belakhdim di 37 anni, un combattivo sindacalista Si Cobas è stato travolto ed ucciso nel Centro logistico di Biandrate (Novara) durante un picchetto di lavoratori Lidl, che su un totale di 300 conta 170 operai di cui il 70% sono migranti provenienti per i più dal Nord Africa, da un mezzo pesante guidato da un autista di 26 anni, fornitore esterno della Lidl schiacciandolo. Con bersaglio la FedEx Tnt, colosso della trasportistica. Uno dei tanti lavoratori ‘contro’ un blocco di protesta per le condizioni di lavoro, da superare senza altri ritardi, ammazzando Adil. Un altro a suo modo vittima di una filiera lavorativa dove si cerca di sopravvivere con tutti i mezzi.

Lavoratori contro, in una lotta tra poveri in un mondo che non ha più un centro, dove il comando dei consigli di amministrazione è lontano, anonimo, all’estero, in un Far West dove la legge è del più forte che arma squadre di vigilanti contro altri lavoratori in protesta pacifica per condizioni sempre più di neoschiavismo che parevano consegnate a tempi bui lontani. Scoppiando micro rivolte in assenza di ridefinizione di un blocco sociale critico. Così con la modernità il modo di lavorare diverso si accompagna alla ricomparsa di brutali sfruttamenti di donne e bambini. Dalla progressiva conquista di diritti e tutele con l’irruzione delle masse nella Storia del primo Novecento, con qualche decennio di protezione dello Stato, almeno in Europa, siamo oggi regrediti verso forme di nuovo schiavismo e servitù nell’era digitale, dove tutto pare così ovattato fresco accattivante, ma solo per ristrette élite trasnazionali a fronte di tutte le masse del mondo sfruttate ed umiliate. In Occidente come in Cina, Sud-Est asiatico, Russia, Brasile, ovunque nel globo. È la vittoria del capitalismo, agevolata da un’assenza pluridecennale di un pensiero ed azione di sinistra e pluralistico senza alternative alla visione neoliberista di mercato e società. Cosicché urgente sarebbe provare a riannodare fili sparsi per ripensare un’unità dispersa dalla configurazione con cui si presentano i lavori nelle società complesse del XXI secolo riducendo diritti e tutele lavorative nel ciclo storico di perdita di centralità del lavoro, passato da fine della vita (vivere per lavorare) a mezzo strumentale (lavorare per vivere). Nella prima modernità capitalistica il lavoro ‘era’ lo scopo vitale e si lavorava per migliorare la propria condizione con famiglia formata in età giovanile, finché ‘morte non vi separi’. Centralità vitale per l’uomo e ‘marginalizzata’ per la donna, angelo del focolare ma al lavoro anch’essa, con mille fatiche e discriminazioni, in un misconosciuto doppio ruolo. Perché dietro una camicia linda e pulita di un uomo c’è sempre una donna che l’ha stirataQui l’etica del lavoro costituiva il centro di un’identità di individui e masse in un’epoca in cui il lavoro era fulcro e luogo topico di manifestazione del conflitto capitale/lavoro. Estesosi dalle fabbriche agli uffici dopo la seconda metà del secolo scorso.

Diversi inascoltati studiosi di scienze sociali riflettevano da tempo sull’estensione del conflitto dalla grande fabbrica per riverberarsi con una dinamica silente in una ‘proletarizzazione’ dei lavori impiegatizi, poco studiatadall’organizzazione ministeriale pubblica ai sindacati sempre più ai margini (ma non tanto), ad una politica afasica e personalizzata da faccioni finto leaderistici. Mentre i sindacati vieppiù spettatori di lentissimi tardivi mutamenti rafforzavano personali posizioni di potere interno con lauti stipendi e prebende, tra deleghe e distacchi sindacali (si vedano i servizi di ‘Report’ Rai3 e le risposte saccenti di pseudo rappresentanti dei lavoratori), con ricchi stipendi delle figure apicali confederali. Mentre verso l’esterno contrattavano strategie ed azioni accordandosi spesso con controparti compiacenti con cui trattavano passaggi di livello, ore di straordinari strapagate ad alcuni, compiacenti concorsi. Essendo i sindacati “maggiormente” rappresentativi solo per dettato normativo, occultando i dati reali sulla rappresentanzarappresentando masse impiegatizie estranee alle loro logiche ed interessi personalistici, senza alcuna delega esplicita a sindacalisti “politici” di professione a rappresentarli (ma non nel senso di Max Weber!). Tendenza estesasi dalle conosciute Agenzie fiscali alla Scuola, alle diverse pubbliche amministrazioni, con personale sempre più servile ai neo ‘padroncini’ del terziario burocratico, piccoli beceri onnipotenti dai comportamenti para-mafiosi pronti, in disprezzo di ogni diritto, a brandire famigerati quanto oscuri “ordini di servizio” con cui i riottosi, critici, pensanti, ed eravamo in pochissimi, venivano spostati d’ufficio, volendosi piegare a vecchie forme di feudalesimo impiegatizio. Neovassallaggio con “lingua di gatto”, che lecca meglio…

Luoghi patogeni dove servi volontari porterebbero magari pure le mogli ai dirigenti, in un rinnovato ius primaenoctis pur di ricavarne vantaggi personali (facilitazioni, ore spropositate di straordinari, misteriose promozioni, ecc.). Per chi pensa vada tutto bene quello che avete appena letto non è uno sfogo, è la trasposizione reale di un andazzo politico-amministrativo di (mal) funzionamento della tragica collusa improduttiva ‘clanizzata’ pubblica amministrazione del nostro Paese. Alcune realtà ed ambienti tutelati e rispettosi non tolgono nulla ad un orientamento generale la cui disastrosità è il tema che si riaffaccia non per caso oggi alla vigilia di un piano di investimenti europei di proporzioni significative per i giovani di cui non frega nulla a nessuno, che dovranno essere gestite da piccoli o grandi potentati con regole strumenti procedure e vincoli su cui si misurerà la capacità non solo di spesa, la famosa qualità della spesa come i fondi europei che gli insolenti tromboni presidentoniregionali non sanno spendere, ma per le sue ricadute produttive ed innovative. Mentre il premier Draghi auspica vengano spesi bene e con onestà. Speranza e fiducia… andiamo bene! E qui, conoscendo la macchina di comando amministrativo gestionale, non c’è da stare allegri. Chiunque vi abbia lavorato provi a pensare ai meccanismi relazionali, alle manfrine, ai trabocchetti, alle pugnalate alle spalle, ai demansionamenti effettivi ed ai carichi di lavoro fortemente aumentati anche nella ‘sfaticata’ amministrazione pubblica dove nessuno conteggia carichi di lavoro e personale sempre più vecchio, dimenticando o non sapendo delle migliaia di impiegati usciti per anzianità lavorativa, dai 63 anni ai nuovi 67 per merito di un’altra ministra piangente.

Ma chi ne parla? Ah già, adesso siamo nella ‘nuova’ rivoluzione (un’altra? ma quando si faranno cose serie senza un’ennesima finta “Rivoluzione” bastando un serio percorso di diritti e doveri, procedure e vincoli, galera e premi?) di Brunetta dei Ricchi e Poveriche vuole i digitali, i giovani scienziati, i plurimasterizzati, nel senso di master, plurilaureati. Insomma, come già erano molti di noi, io di sicuro, con specializzazioni lauree dottorato di ricerca, in postacci fiscali e tantissimi altri. Dove per divenire dirigenti dovevi conoscere… e non si accettavano laurea e dottorato di ricerca, valendo solo un titolo, così da dimezzare il punteggio in sede di ‘valutazione’ (valutazione?) perché vincessero i già scelti!! Roba da clan… criminali. Passando negli anni di lavoro dal pensare e scrivere con il proprio cervello (perché già c’erano quelli titolati prima delle fantasmagoriche rivoluzioni della DIGITALIZZAZIONE, nuovo credo di una religione grottesca che pensa basti automatizzare!) ad una diffusione dei supporti informatici, pure necessari, con uno scambio tra qualificazione formale per anzianità di anni in ufficio, mentre la qualificazione sostanziale trasformava esseri prima molto pensanti, ‘funzionari’, in addetti amministrativi!, meri ‘manutentori’ delle macchine (come nelle fabbriche automatizzate, colletti blu trasformati con camici in colletti bianchi) e di sistemi informatici obsoleti lenti attaccabili da tutti i tipi di hacker, gestiti da centri di potere e controllo costituiti ad hoc nella PA, tipo Sogei in area fiscale. Escludendo figure e professionalità interne al servizio pubblico, ciò che avrebbe privato di potere controllo e molto altro clan di comando legati ad un potere politico variegato mutevole e soprattutto ondivago. Mai sparito ed oggi in pieno controllo del proprio potere di veto.

Così quel lavoro chiesto, difeso, contrattato odierno, da Adil e tanti altri, molti dei quali cittadini stranieri, gli unici ad aver assunto in questi una coscienza se non di classe almeno di condizione comune, da Rosarno per difendere pelle e diritti alla Puglia per idem, con i locali ormai ‘ingrassati’ di collusioni, lavori in nero, criminali che il bifolco salernitano non conosce, buffone di questi tempi bui. Così se, come ci ricorda con la consueta profondità Bauman, in «una vita motivata normativamente dall’etica del lavoro i guadagni materiali sono ritenuti secondari e strumentali in rapporto al lavoro stesso… in una vita guidata dall’‘etica del consumo’ vale esattamente l’opposto. Il questo caso, il lavoro è (al massimo) strumentale; è nella retribuzione materiale che si cerca e in cui trova soddisfazione, autonomia e libertà… (così) la realtà, nell’esperienza del consumatore (che ha sostituito il produttore, mio) è il perseguimento del piacere… per il sistema consumistico, un consumatore felice di spendere è una necessità, per il consumatore come individuo spendere è un dovere, forse il più importante». Insomma al tempo dell’etica il lavoro strutturava persone, nell’epoca dell’estetica del lavoro si formano consumatori di merci. Come che sia, vince sempre il capitale, mentre di Adil ne moriranno tanti ancora.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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