sabato, Novembre 27

I mille segreti di ‘Don Rafé’ Cutolo Un Viceministro alle carceri? Perché no?

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Raffaele Cutolo, morto qualche giorno fa: in un super-isolamento, vecchio, malato, incapace di intendere e volere, e tuttavia sottoposto a un crudele regime di carcere duro, quello del 41-bis. Ce ne hanno parlato,per un giorno: un pluri-assassino capace di tutto; per anni è stato a capo della Nuova Camorra Organizzata, che ha insanguinato strade e piazze di Napoli e della Campania. Non c’è crimine, per quanto orrendo e infame che non abbia commesso. Tutto vero.

Cutolo era ormai incapace di intendere e volere, senza più nessun seguito. Racconta la moglie Immacolata Iacone: “Non sapeva più nemmeno dove si trovava, chi aveva di fronte, ma continuavano a ritenerlo pericoloso”.

Cutolo era ritenuto depositario di ‘segreti’ devastanti che riguardavano le connessioni e le complicità tra la delinquenza organizzata e il potere politico. Mettere ordine alle tessere del mosaico non è facile. Cominciamo con un salto nel tempo. È il 17 giugno del 1983: Enzo Tortora viene arrestato e inizia quel lungo calvario che lo conduce a prematura morte.

Perché? Ecco che si affonda in uno dei periodi più oscuri e melmosi dell’Italia di questi anni: il rapimento dell’assessore all’urbanistica della Regione Campania, il democristiano Ciro Cirillo da parte delle Brigate Rosse, e la vera, trattativa tra Stato, terroristi e camorra di Cutolo. Il cuore della vicenda è qui. Il 27 aprile 1981 le Brigate Rosse sequestrano Cirillo. Segue una spasmodica trattativa condotta da esponenti politici della Dc, Cutolo, servizi segreti per liberarlo. Per lui si fa quello che non si volle fare per Aldo Moro. Si paga un riscatto, si parla di circa cinque miliardi. Denaro raccolto da costruttori amici. C’è un “ritorno”: si chiama ricostruzione post-terremoto, i colossali affari che si possono fare; la commissione parlamentare guidata da Oscar Luigi Scalfaro accerta che la torta è costituita da oltre 90mila miliardi di lire. Avessero dato un miliardo a ogni terremotato, sarebbero rimasti dei soldi. La ricostruzione è stata fatta solo in parte, e male; e il denaro è evaporato in mille rivoli.

Questo è il contesto. A legare il riscatto per Cirillo raccolto dai costruttori, compensati poi con gli appalti e la vicenda Tortora, non è un giornalista malato di dietrologia. È la denuncia, anni fa, della Direzione antimafia di Salerno: contro Tortora erano stati utilizzati ‘pentiti a orologeria’; per distogliere l’attenzione della pubblica opinione dal gran verminaio della ricostruzione del caso Cirillo, e la spaventosa guerra di camorra che ogni giorno registra uno, due, tre morti ammazzati tra cutoliani e anti-cutoliani. Fino a quando non si decide che bisogna reagire, fare qualcosa, occorre dare un segnale. È in questo contesto che nasce ‘il venerdì nero della camorra’, che in realtà si rivelerà il ‘venerdì nero della giustizia’: 850 mandati di cattura, e tra loro decine di arrestati colpevoli di omonimia, gli errori di persona. Ecco, questo è quello che non ci è stato raccontato, che è stato omesso.

Infine, ma non meno importante: nessuno ha colto l’occasione per una riflessione seria sull’applicazione, e i risultati del 41-bis.

La proposta viene da uno dei più autorevoli giuristi, Giovanni Fiandaca: a Via Arenula (sede del Ministero della Giustizia, ndr) servirebbe un viceministro solo per le carceri.

Per Fiandaca la prospettiva del nuovo esecutivo Draghi come governo di competenti accende speranze anche per lo specifico settore della giustizia penale: “Un settore che soffre di così gravi e multiformi patologie, da richiedere in teoria una strategia integrata di interventi chirurgici e di terapie troppo complessa e sofisticata per poter essere anche soltanto concepita da un Guardasigilli grillino intriso di rozza demagogia populista come l’uscente Alfonso Bonafede”.

L’emergenza sanitaria”, annota Fiandaca, “ha indirettamente fatto riaffiorare i problemi del pianeta carcere anche in una prospettiva più ampia, avendone inevitabilmente determinato un ulteriore aggravamento. È questa l’angolazione prospettica ispiratrice di un appello-documento redato da più di 200 professori di discipline penalistiche, i quali – in adesione alla recente mobilitazione pacifica con sciopero della fame di Rita Bernardini insieme con Sandro Veronesi, Luigi Manconi e Roberto Saviano – hanno sottolineato l’esigenza di riprendere il cammino delle riforme finalizzate a un “carcere più umano“.

L’esigenza di migliorare e riformare il sistema penitenziario non si motiva con un ingenuo “buonismo”: piuttosto si pone come obiettivo una concreta utilità sociale nell’interesse della generalità dei cittadini. Per questo “non è azzardato creare una figura simile a un viceministro appositamente destinato al settore specifico dell’esecuzione penale dotato innanzitutto di una pregressa competenza in questo campo e, inoltre, posto in condizione di operare (con effettivo potere di indirizzo politico nei confronti dei comparti amministrativi di riferimento) in diretto collegamento con il presidente e il Consiglio dei ministri.

Più in generale, in tema di giustizia: Una settantina di magistrati si rivolgono direttamente al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sollecitano un nuovo sistema elettorale per la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura: il sorteggio, un sistema che, a loro avviso, sradicherebbe il sistema delle correnti. Tra i firmatari l‘ex Giudice per le Indagini Preliminari di Milano, e ora a Roma, Clementina Forleo; Gabriella Nuzzi, ex Pubblico Ministero di Salerno che si occupò del caso De Magistris e finì sotto azione disciplinare al Csm; Guido Salvini di Milano, fche tra l’altro si è occupato dell’ultima inchiesta sulla strage a piazza Fontana; l’ex Pubblico Ministero di Catania, Felice Lima; Andrea Mirenda, giudice di sorveglianza a Verona; e ancora: Milena Balsamo toga della Cassazione, Francesco Bretone, Pubblico Ministero a Bari; Desireé Digeronimo, Pubblico Ministero a Roma. Un gruppo di magistrati che ha sempre contestato il sistema delle correnti. Ora, dopo il caso di Luca Palamara inasprisce ulteriormente giudizi e iniziative.

Nella lettera i 67 magistrati scrivono che “lo scandalo continua a imperversare e, lungi dal placarsi, è costantemente alimentato dall’uscita di nuove e allarmanti notizie che rendono il quadro complessivo sempre più inquietante e inaccettabile..si avverte una profonda contraddizione rispetto all’esigenza di trasparenza e completa conoscenza di quanto risultante dagli atti. Ufficialmente, essi sono confinati nelle mani di poche autorità; di fatto, però, sono nella disponibilità di tantissimi, a cominciare dai media. Così, in questo contesto delicatissimo, il rischio di un loro uso strumentale e distorto, condizionato da convenienze e scopi particolari, è straordinariamente grave“.

I firmatari lamentano “una diffusa inerzia rispetto a iniziative che sarebbero tanto naturali quanto doverose“. E polemizzano con chi è rimasto al suo posto scrivendo che “solo una parte, pur significativa ma certamente non completa, ha liberato l’istituzione che rappresentava dal peso di una situazione divenuta oggettivamente insostenibile, facendo un passo indietro, con le dimissioni da taluni incarichi ricoperti o con l’anticipato abbandono dell’ordine giudiziario“.

Per questo i firmatari chiedono il varo di una commissione parlamentare di inchiesta “volta a fare definitiva chiarezza“.

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