giovedì, Giugno 17

I Mille Giorni di Renzi e le mille caserme sfitte field_506ffb1d3dbe2

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E se la famosa ripresa non passasse affatto attraverso opere da costruire o meccanismi normativi da improvvisare? Se quello che c’è già bastasse (e pure avanzasse, sul serio)? Perché la ripresa italiana stenta davvero a decollare – il Ministro dell’Economia Pietro Carlo Padoan ce lo ha ricordato giusto ieri – e allora perché non riprendere il filo del discorso da dove era stato lasciato ancora prima che Matteo Renzi diventasse Presidente del Consiglio. Al tempo, infatti, si faceva un gran parlare di quanto l’Italia avesse belle cose, case, chiese e monumenti, ma che non fosse capace a valorizzarli. E non che sia cambiato poi molto, in questi mesi.

La fresca nomina di Roberto Reggi, già Sottosegretario all’Istruzione, alla Direzione del Demanio, riporta in auge il discorso sullo sterminato patrimonio immobiliare dello Stato. È vero: Reggi non è stato scelto da Renzi per chissà quali doti da ‘spending reviewer’. Non c’è quindi il pericolo che qualcuno rubi il lavoro a Carlo Cottarelli. Ma nonostante il giovane ingegnere, ex Sindaco di Piacenza, sia stato nominato (chi dice promosso, chi dice allontanato) dallo stesso Premier per questioni puramente politiche e non di necessità, il tema della riqualificazione del nostro territorio si riapre. In breve, il Demanio possiede un numero enorme di palazzi e terreni ingestibili sia dal punto di vista tecnico che finanziario. Da anni si discute di come snellire le procedure burocratiche per dare un nuovo impulso alla vendita di determinati fabbricati, e di come incentivare l’iniziativa privata per sgravare lo Stato da costi ormai inaccettabili. Ma la questione politica è tornata in primo piano questa estate, quando il Ministero della Difesa di Roberta Pinotti ha siglato una serie di protocolli d’intesa per lasciare ai comuni più di un milione di metri quadrati di vecchie caserme.

Milano, Roma e Torino, infatti, hanno portato avanti un dialogo fitto con il Ministro genovese sulla cessione di un totale di tredici complessi militari non più utilizzati dalle Forze Armate. Le tre città, che hanno firmato lo scorso 7 agosto il passaggio formale della proprietà delle strutture, avranno un anno per modificarne la destinazione d’uso. Pena, il ritorno degli edifici al Demanio. A Firenze il passaggio è avvenuto qualche mese fa. Palazzo Vecchio ha investito qualcosa come 70 milioni di euro per riconvertire le caserme e i magazzini in un nuovo piccolo quartiere di case popolari. Gli alloggi, circa 180, sarebbero circondati da un parco, un’area di piccoli negozi mirati al commercio, oltre a funzioni culturali. Il Comune dovrebbe guadagnare dall’operazione il 10% circa dei ricavi, tra i 20 e i 25 milioni di euro. Il dialogo tra Comuni e Demanio per la concessione o il finanziamento di terreni ed edifici spesso giganteschi è molto più che una mera questione organizzativa. Dai parchi tematici alle “new town”, dai progetti di co-housing alla riqualificazione ambientale, il business del riciclo è un affare miliardario. Ecco perché Palazzo Chigi ha messo in moto già da qualche tempo un piano di dismissione del suo insostenibile portafoglio.

Se le caserme delle Forze Armate, spesso nel centro delle città, fossero almeno utilizzate per i servizi di pubblica sicurezza, lo Stato risparmierebbe cifre da capogiro. A Genova, si discute da anni sulla possibilità di riutilizzo della Caserma Gavoglio, incastonata tra il mare e la collina del Lagaccio. Il Sindaco di Genova Marco Doria, in occasione del passaggio di proprietà dal Ministero al Comune lo scorso marzo, commentava: «Questo primo passo è significativo perché significa che abbiamo compiuto dei passi amministrativi importanti. Il primo lotto prevede che siano tre gli spazi concessi al Comune, e noi vogliamo, prima di tutto, ribadire che non intendiamo costruire neanche un metro cubo in più di ciò che esiste già. Semmai vogliamo restituire al quartiere una nuova viabilità, spazi verdi e un riutilizzo intelligente delle aree».

«Centinaia di migliaia di chilometri quadrati distribuiti sul territorio nazionale potranno essere valorizzati. Si tratta di un’importante operazione in grado di contribuire in maniera sostanziale al rilancio del Paese», ha spiegato Roberta Pinotti in occasione della ratifica di un protocollo d’intesa. La commissione che si occupa di riconvertire le aree militari dismesse, guidata dal Generale Antonio Caporotundo, ha già individuato molti siti pronti al cambio. Roma avrà nuovamente a disposizione le caserme “livelli”, “Ruffo”, “Donato” e lo “Stabilimento trasmissioni”, oltre alla “Direzione Magazzini del Commissariato” e il “Forte Boccea”. A Milano tornerà alla città la “Piazza d’Armi”, la “Caserma Mameli” e i “Magazzini Baggio”. Torino tornerà in possesso della “Cesare di Saluzzo”, “Marmora”, “De Sonnaz” e di un altro magazzino, mentre sono già avviati contatti con le amministrazioni comunali di Piacenza e Bari.

Intanto il decreto “Sblocca Italia”, presentato alla fine di agosto tra le grandi aspettative, ha partorito anche alcune modifiche per i Comuni per quanto riguarda l’edilizia pubblica e privata. Rigenerare le città senza consumare altro territorio è l’obiettivo cardine. Per questo motivo, gli strumenti per modificare la destinazione d’uso di un edificio, anche se questo è già stato inserito nella pianificazione urbanistica, risultano alleggeriti rispetto al passato. Si potrà infatti costruire in deroga ai permessi urbanistici per gli interventi di ristrutturazione anche in aree dismesse. La deroga non riguarda soltanto limiti quali la densità, l’altezza o la distanza tra i fabbricati, ma sarà anche possibile modificare l’utilizzo futuro dell’area, anche se questa è già stata programmata dalla pianificazione urbanistica. Un possibile terremoto urbano, insomma, che potrebbe da una parte smuovere un settore, come quello dell’edilizia, che è stato tra i più colpiti dalla stagnazione, ma che potrebbe anche creare non pochi problemi legali e ambientali ai Comuni interessati. Una pioggia di ricorsi è prevista su tutta la penisola.

 

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