martedì, Ottobre 26

I mari e il rischio pirateria

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Parlare di piraterie oggi fa subito venire in mente la figura di Jack Sparrow nel film ‘I Pirati dei Caraibi’, in realtà questa visione non è affatto lontana dal vero: il fenomeno è più che mai attuale e gli assalti vengono praticati anche con mezzi altamente tecnologici (come GPS e altri dispositivi radar di localizzazione delle imbarcazioni). Si registra anzi una recrudescenza delle azioni piratesche che mirano in sostanza a cercare il denaro o le merci, ossia il cosiddetto ‘tesoro navale’, anche sequestrando le imbarcazioni e mutandone poi l’aspetto esterno, una volta portate al cantiere navale più vicino, per appropriarsene in maniera visibile, oppure disfacendosene per mostrare la potenza di tale azione.

I pirati suscitano interesse nell’immaginario in prevalenza femminile per il loro aspetto esotico e per la loro carica di personalità fuori dalle regole del vivere civile: in realtà sono figure di uomini liberi, ma soggetti ad un addestramento severo per poter operare in mare aperto e conquistarsi il bottino di cui vanno in cerca. Tra loro vige un codice non scritto, che garantisce un minimo di protezione a chi resta menomato durante le operazioni di pirateria, o alla famiglia di chi perde la vita.

Nulla di romantico, dunque, ma solo una scelta di vita estrema che ha come scopo di arricchirsi con i beni sottratti agli altri con la forzaNicolò Giovanni Carnimeo, docente di Diritto della Navigazione all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, e scrittore, ci illustra la questione.

Ci definisce la pirateria e i pirati di oggi? Si può ancora parlare di pirateria?

Questo è uno dei più grandi crimini marittimi che si sono rivelati negli ultimi anni: possiamo dire che la pirateria, quella che conosciamo attraverso la letteratura, non è mai finita, ma ha cambiato semplicemente latitudine. Piuttosto dovremmo parlare di piraterie, perché sono diverse fra di loro. Quella che si è sviluppata negli ultimi anni, è quella del Golfo di Aden, partita dalle coste della Somalia, un paese senza governo, sotto controllo da parte dei signori della guerra e di bande di criminali che hanno deciso di usare la pirateria come mezzo di finanziamento e per altri affari illeciti, che hanno assaltato moltissime navi sino a creare una vera e propria emergenza internazionale. Sono intervenute nel Golfo di Aden tutte quante le flotte del mondo, anche l’Unione Europea con l’operazione Atalanta che ha coinvolto anche molte unità italiane, per fronteggiare un fenomeno che fino a pochi anni fa aveva raggiunto il suo apice. Quasi tutte le rotte dell’Oceano Indiano non erano più sicure, perché con i barchini venivano assaltate le navi e nel giro di pochi minuti i pirati salgono a bordo mediante scalette, mettono la pistola alla tempia del comandante e lo costringono a lasciare loro l’unità che viene in tal modo sequestrata, portata nei porti sicuri in acque territoriali somale e ne viene chiesto il riscatto. Questo fenomeno è però oggi in diminuzione, proprio per l’intervento delle flotte internazionali; quello che è in aumento, invece, è la pirateria in Nigeria, dove si hanno due forme del fenomeno: quella che dà l’assalto alle navi con bande criminali, anche nei porti, e quella che serve a finanziare gli attacchi terroristici, i gruppi di terroristi, con attacchi verso le piattaforme e le navi, perché si lotta anche contro le grandi multinazionali del petrolio, in qualche maniera. In Nigeria c’è una recrudescenza della pirateria in cui si registrano moltissimi attacchi da parte dei pirati. Ne esiste un’altra nel Mar Cinese, nello stretto di Malacca, che è definita come pirateria tradizionale, nel senso che le navi sono oggetto di rapina a mano armata. I pirati attaccano lo stretto di Malacca, perché da qui bisogna passare perché è il solo tratto navigabile e dove c’è un restringimento. Nella strettoia viene tesa una cima con due barchini ai lati, quando la prua della nave attraversa tale tratto, i due barchini vanno a mulata di dritta e di sinistra, abbordano la nave ed i pirati effettuano la rapina.
C’è poi la questione delle navi fantasma, che i pirati abbordano, prendono l’equipaggio e le persone a bordo, cambiano i connotati all’imbarcazione, la dipingono e la portano in cantiere dove la trasformano e la cambiano del tutto, documenti compresi. Poi ci sono quelli che sono discendenti in qualche maniera da altri pirati, che attaccano non solo le navi ma anche i turisti, come i pirati dei Caraibi, un fenomeno ancora poco conosciuto nella sua entità, con pochi dati a nostra disposizione.

In che modo sono cambiati i pirati e la pirateria oggi rispetto al passato?

In realtà non sono cambiati molto, tranne che negli strumenti offensivi, ma le tecniche di pirateria sono più o meno le stesse. Noi i pirati li immaginiamo con gli occhi della letteratura, secondo un certo romanticismo. In un libro che ho scritto qualche anno fa sulla pirateria moderna, che si intitola Il mare dei pirati, edito da Longanesi, dichiaro appunto che il fascino dei pirati sta nella loro figura presunta: ma essi rinunciano a tutto, non hanno padri né padroni, fanno quello che vogliono, ma sanno di poter morire sulla loro unità, però rischiano per il proprio guadagno, o perché in questo è tutta la loro vita.

Quando parliamo di pirati, viene in mente il celebre film I Pirati dei Caraibi con la figura di Jack Sparrow, che sicuramente rappresenta una figura distorta del pirata. Qual è invece l’idea che si deve avere oggi dei pirati e della, o delle piraterie in genere?

A questo in fondo ho già risposto prima, e Jack Sparrow è in fondo in qualche modo sovrapponibile alle figure di pirati moderni, a quelli delle Filippine, anche nell’abbigliamento o nei modi. Ma essi sono dotati di GPS, per i contatti internazionali, da cui arrivano le soffiate sul carico più appetibile da depredare; di solito le navi sono più grandi e importanti, e coloro che sono dietro queste organizzazioni criminali di solito guadagnano di più in questa forma di realtà.

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