lunedì, Settembre 20

I mal di pancia del PD al Senato Strada in salita per la riforma costituzionale

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In serata il Consiglio dei Ministri ha approvato il Documento Economia e Finanza, che inizierà il suo percorso parlamentare il 17 aprile. Partiamo dai dati macroeconomici: per il 2014 «La crescita la stimiamo allo 0,8%, diversa dall’1,1%» annunciato dal Governo Letta, ha detto il Premier Matteo Renzi durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi, precisando che tali previsioni sono dettate da «estrema prudenza e aderenza alla realtà. Spero che saranno smentite in positivo». Più in generale, il prospetto economico presentato dal Premier e dal Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, indicano nel 2014 l’anno con maggiori criticità; l’effetto virtuoso delle riforme strutturali messe in campo dal Governo tenderà infatti a manifestarsi progressivamente nel prossimo triennio.

Confermate sostanzialmente tutte le indiscrezioni della vigilia in merito ai provvedimenti di politica economica annunciati in queste settimane.

Confermato il taglio del cuneo fiscale, che per l’anno corrente richiederà una copertura di 6,7 miliardi: 4,5 miliardi arriveranno dalla spending review, mentre gli altri 2,2 miliardi deriveranno dall’aumento del gettito IVA e dall’aumento dal 12% al 26% della tassazione sulla rivalutazione delle quote di Bankitalia possedute dalle banche. Il taglio del cuneo consentirà di «Mettere 80 euro nelle tasche di chi guadagna 1500 euro è rimettere qualcosa nelle tasche degli italiani, anche restituire un minimo di speranza e fiducia. È un passaggio decisivo», ha sottolineato Renzi. Un passaggio decisivo, in verità, per lo stesso Primo Ministro, che in queste settimane ha fatto degli 80 euro in più in busta paga uno dei temi più portanti della propria comunicazione, un tema dal quale potrebbe dipendere anche la durata del Governo. Con questi soldi extra in busta paga, ha proseguito il premier, «gli Italiani avranno la 14esima grazie all’operazione di questo Governo. È giustizia sociale: in questi anni alcuni hanno preso tanto. Troppo. Ad esempio i manager pubblici».

A tale specifico riguardo, il Premier ha annunciato che il 18 aprile sarà presentato un DL che confermerà tagli progressivi degli stipendi dei manager pubblici: «Siccome Napolitano si è ridotto lo stipendio a 238mila euro, non potranno prendere più di 238 mila euro. […] Tantissime realtà aziendali e legate alla P.a. erano al di sopra di questa cifra: adesso non possiamo nominare persone che guadagnino più di quelle cifre lì. È importante il valore culturale dell’operazione. L’idea è che lo Stato si liberi degli eccessi. Se il manager dell’ASL smette di andare in auto blu campa lo stesso». Nel complesso, i tagli comporteranno un risparmio di 350-400 milioni all’anno per lo Stato.

Tra le altre conferme vi sono: la riduzione del 10% l’Irap per le aziende, provvedimento i cui costi saranno bilanciati dall’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie; la riduzione del debito pubblico attraverso privatizzazioni e cessioni delle partecipazioni dello Stato in alcune società, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti.

Nonostante gli sforzi e gli annunci del Governo, la riforma costituzionale continua a essere un mare parecchio agitato. FI, per bocca di Maurizio Gasparri, non ha mancato di rumoreggiare il proprio disappunto: «L’atteggiamento di Renzi è scandaloso, offensivo, inaccettabile. Pretende che si approvi la riforma costituzionale in pochi giorni quando il testo non è stato ancora depositato al Senato. Dovremmo forse approvare le slide che ci ha propinato in uno dei suoi comizi la sua portavoce-ministro? Segnalo questo fatto increscioso anche in qualità di vice presidente del Senato alle massime autorità dello Stato. Non si vuol procedere con la legge elettorale già passata alla Camera, mentre si esige di approvare un testo inesistente, le cui anticipazioni appaiono confuse e assurde. Siamo di fronte a una volgare truffa. E di questo bisogna tenere conto sia nelle file della maggioranza che dell’opposizione».

I marosi più impattanti, tuttavia, arrivano dalla minoranza interna al PD. Ad agitare le acque è ancora il DDL sottoscritto la scorsa settimana da 22 sentori democratici capeggiati da Vannino Chiti: diversamente dal ‘Senato delle autonomie’ indicato dalla proposta del Governo, il testo dei “dissidenti” del PD prevede la riduzione del Senato a 106 membri da eleggere in collegi regionali. La proposta dei senatori dem è stata oggetto quest’oggi delle dichiarazioni di Vincenzo Santangelo, capogruppo del M5S al Senato «Il DDL Chiti è praticamente la fotocopia del nostro, ad eccezione di una questione che riguarda il taglio delle indennità. Ma su tutto il resto, anche per quanto riguarda l’eleggibilità, se ne può ragionare. Non possiamo non essere d’accordo visto che ricalca la nostra proposta».

Anche se poi leggermente ridimensionata da una successiva dichiarazione («Resta inteso che si discuterà in rete con tutti gli iscritti del Movimento queste proposte») dello stesso Santangelo e di Giuseppe Brescia, capogruppo alla Camera, l’apertura del M5S rischia di accentuare la spaccatura già in essere nel PD, se non la nascita al Senato di un’inedita maggioranza per le riforme con il M5S. Per cercare di scongiurare tali derive, 2 autorevoli esponenti del PD al Senato, Nicola Latorre e Andrea Marcucci, hanno invitato invitano i 22 a ritirare il DDL. All’appello hanno risposto Corradino Mineo e Felice Casson, i firmatari della proposta Chiti. «Il nostro testo – ha detto Mineo – resta sul tavolo e non si tocca. Non vogliamo spaccare il partito, ma dare il nostro contributo». Mentre Casson ha affermato che, in merito all’ipotesi di una maggioranza “alternativa” in Senato, ha «raccolto diverse posizioni favorevoli in un ampio spettro parlamentare sia di sinistra che di destra, del M5S e anche del centro».

Di contro, il capogruppo PD al Senato, Luigi Zanda ha assicurato: «Stiamo lavorando perché si arrivi a una posizione unitaria» anche per consentire «il rispetto della data del 25 maggio», posta dal Governo come termine per il primo voto sul DDL costituzionale. Su una linea di conciliazione è anche Pierluigi Bersani, secondo il quale è più che legittimo che le riforme siano discusse approfonditamente nel PD e in Parlamento per trovare gli opportuni “contrappesi” democratici a una Camera alta di non eletti; tuttavia l’ex segretario ha aggiunto di essere “fedele alla ditta” e che la riforma delineata dal Governo può essere emendata, ma non sostituita.

Delle spaccature interne al PD e della creazione di diverse maggioranze sulle riforme ha parlato anche Giovanni Toti, il consigliere politico di Silvio Berlusconi: «Deve essere il Pd a fare delle convergenze su se stesso ma non credo possano esserci delle maggioranze parallele sulle riforme. Abbiamo un impianto che è quello del Nazareno con un patto sottoscritto da alcune forze politiche. Andiamo avanti su quella strada». Più possibilista è apparso invece il capogruppo di FI alla Camera, Paolo Romani, «la proposta Chiti per certi versi corrisponde anche alla nostra, il dibattito è aperto». Le dichiarazioni di Toti sono incorse nella piccata replica di Renato Schifani (NCD): «Noi siamo pronti a fare le riforme, siamo convinti che comunque in Senato le maggioranze con o senza FI ci siano. Noi del NCd siamo in questo governo per fare le riforme, senza se, senza ma».

Rimanendo su FI, si registra una nuova iniziativa presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo che riguarda la candidabilità di Silvio Berlusconi alle elezioni europee. Iniziativa immediatamente bloccata sul nascere da Strasburgo, per quanto in forma non ufficiale.  I contenuti dell’iniziativa, condotta dall’avvocato Ana Palacio, recante la firma di diecimila elettori di Forza Italia, avrebbero dovuto essere illustrati a Strasburgo domani, ovvero durante la vigilia del giorno in cui il Tribunale di Milano si pronuncerà su come Berlusconi dovrà scontare la sua pena.

 

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