lunedì, ottobre 22

I Luigi (Bettazzi e Ciotti) non deludono mai Ma sono ‘voce di uno che grida nel deserto’

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Prima (martedì 3 luglio 2018) la ‘Lettera aperta’ di Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, al Presidente del Consiglio: «Non si usino i migranti per ottenere consensi». Poi (venerdì 6) l’invito di don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele, a indossare sabato una maglietta rossa per ‘fermare l’emorragia di umanità’. E domani (martedì 10) si prosegue con il ‘digiuno a staffetta’.

Protagonisti: i migranti anzi, no, proprio l’‘emorragia di umanità’ che corrode e appassisce l’Occidente. I migranti sono, in questo scenario,‘soloil sintomo della malattia che ci attanaglia, la perdita della capacità quotidiana di ‘farsi uomo’ ed essere uomo in ogni momento, in ogni azione del nostro quotidiano esistere e respirare. Sabato con molta fierezza ho indossato una maglietta rossa e da (indegna, indegnissima) ‘figlia spirituale’ di Bettazzi sono uscita di casa a fare le cose solite del sabato, qui, nel Canavese, la zona circostante Ivrea. Proprio la città industriale che ha vissuto la nascita e l’affermazione della Olivetti, con la sua peculiare architettura olivettiana, da pochi giorni è stata riconosciuta Sito mondiale dell’umanità. Lo ha deciso il Comitato del Patrimonio mondiale Unesco, il1° luglio scorso. E’ il 54° italiano, Paese che ne detiene il maggior numero (segue la Cina con 52). Nell’ormai lontano 1908 proprio qui Camillo Olivetti faceva nascere l’azienda che poi Adriano trasformò rendendola il fulcro di un grande progetto sociale innovativo, implicante una nuova relazione tra imprenditore ed operaio, un nuovo rapporto tra fabbrica e città, basandosi sul principio del profitto reinvestito a beneficio della comunità. Per lunghi decenni del ‘900 Ivrea è stata il fulcro delle più avanzate riflessioni e prassi in campo industriale e socio-economico, architettonico e urbanistico che hanno contribuito a renderla una città all’avanguardia, a partire dalla prima fabbrica in mattoni rossi fino ai nuovi e rivoluzionari modelli sociali, costruiti attorno all’utopia umanistica posta come filosofia aziendale. Una storia formidabile, di cui oggi ben poco resta.

E qui, proprio qui, mi sono imposta di osservare attentamente, per le strade ‘feudo’ dal lontano 1963 di Bettazzi, qui, a pochi chilometri da quella Torino le cui vie sono state battute e ‘ascoltate’ per così lunghi anni da don Ciotti. Non ho incontrato magliette rosse. Non che mi aspettassi chissà che, ma il nulla no. Peggio è stato ‘sfogliare’ le notizie a partire da quelle che mi ero persa in settimana. Bettazzi deriso e insultato (e, si badi bene: dalla bacheca Facebook del giornale canavesano per eccellenza, ‘La Sentinella del Canavese’). Ciotti schernito dal Ministro dell’Interno, Matteo Salvini (non era lui che aveva giurato sulla Bibbia in campagna elettorale ?!) e dal grillino Alessandro Di Battista.

Don Ciotti è come il vino, più invecchia è più convince. Bettazzi è un quercia, all’ombra della quale ti torna a scorrere il sangue nelle vene, lo senti pulsare. I Luigi sono voce. Ma voce «di uno che grida nel deserto». E’ il deserto dell’umanitànell’accezione più laica del termine. Non sto parlando delle chiese vuote, sto parlando delle teste vuote, delle vene risecchite.
Guardo la mia piccola patria, il Canavese appunto, qui, la Silicon Valley del pensiero politico laico e ‘costruttivo’ di Olivetti, qui, da dove Bettazzi ha edificato un pezzo di storia, e non solo della chiesa. “Guardi tutti i capannoni chiusi, guardi i mitici stabilimenti Olivetti di Scarmagno in mezzo alle erbacce… Basterebbe niente per tornare a farli vivere dando lavoro ai migranti e ricchezza al territorio”: parole di un olivettiano di cuore che nella vita fa il medico olistico in mezzo al verde attorno ad Ivrea. Maurizio ha ragione, basterebbefarsi uomo’.
Ho provato a cercare ‘Farsi uomo-Confessioni di un vescovo’ scritto da Bettazzi e pubblicato da Gribaudi nel 1977: dovevo aspettarmelo, risulta esaurito e non più ristampato. Meno male, nella mia povera libreria ne ho ancora una copia.

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