giovedì, Settembre 23

I limiti del nazionalismo cinese in Birmania Gli scontri lungo il confine sino-birmano mettono Pechino davanti a un dilemma

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Mentre scriviamo, gli scontri tra l’esercito birmano (Tatmadaw) e la Myanmar National Democratic Alliance Army (MNDAA) ha già fatto oltre 130 morti, tra militari e ribelli. Il 9 febbraio le ostilità tra il Governo centrale e le forze separatiste -sopite dal sanguinoso scambio a fuoco del 2009 hanno gettato la regione speciale di Kokang, nello Stato settentrionale di Shan, nuovamente nel caos. Da martedì della settimana scorsa nell’area vige la legge marziale. L’epicentro dei disordini, proprio lungo il confine sino-birmano che separa il Myanmar dalla provincia cinese dello Yunnan, fa sì che la questioni sia motivo di svariati grattacapi anche per Pechino. Già cinque anni fa la deflagrazione delle violenze aveva spinto circa 37mila sfollati a cercare riparo aldilà della frontiera suscitando la risposta piccata delle autorità cinesi (letteralmente: La Birmania «dovrebbe gestire appropriatamente i problemi interni e mantenere la stabilità nella regione di confine»). Stavolta l’emergenza umanitaria sembra aver raggiunto livelli ancora più allarmanti. Se le stime ufficiali delle autorità dello Yunnan (risalenti alla scorsa settimana) stimano il flusso oltreconfine a 30mila rifugiati, fonti della Croce Rossa parlano di almeno 100mila persone.

Stando a quanto riporta China.org, per far fronte all’esodo i residenti della Cina rurale hanno allestito delle organizzazione grassroot incaricate di trovare alloggi temporanei ai nuovi arrivati. Nansan, cittadina subito aldilà della frontiera, ha visto la propria popolazione aumentare paurosamente con ripercussioni nella vita di tutti giorni: traffico impazzito, hotel strapieni e prezzi ritoccati all’insù dai commercianti pronti a lucrare sullo stato emergenziale in cui si trovano i fuggiaschi. Molti i privati ad aver messo a disposizione le proprie case. Come si legge sul sito governativo, la fuga dei kokang dal Myanmar (nome con cui è conosciuta la Birmania dal colpo di Stato del 1988) «ha mosso a compassione i vicini accomunati dall’utilizzo della stessa lingua». Si da il caso, infatti, che i kokang (guogan in mandarino) siano un gruppo etnico di origine cinese compreso nel meltin pot di minoranze che popola il Myanmar orientale. Nell’omonima regione si usa lo yuan, la valuta cinese; i servizi di telecomunicazione, postali e finanziari provengono sostanzialmente da oltre frontiera. Sangue cinese scorre nelle vene del leader dell’MNDAA, Peng Jiasheng (Phone Kya Shin in birmano), 85 anni di cui gli ultimi cinque trascorsi lontano dai riflettori. Di lui si erano perse le tracce dopo l’offensiva lanciata dalle truppe governative del 2009, ma alcune interviste rilasciate alla stampa cinese negli ultimi anni lo collocano tra la Repubblica popolare e il Sudest asiatico.

 

Chi è Peng?

Senza dubbio una figura controversa. La sua biografia ha il sapore di una caduta degli dei. Appartenente alla minoranza Kokang, Peng nasce nel 1931 a Hong Seu Htoo, nello Stato Shan, da una famiglia originaria della provincia cinese del Sichuan. Nel 1960 serve nella Kokang Revolutionary Force contro il regime del generale-dittatore birmano Ne Win. Dopo aver trascorso qualche tempo a Pechino, rimpatria nel 1968 divenendo comandante della Kokang People’s Liberation Army. Il gruppo confluisce nelle forze comuniste birmane sostenute dal Governo cinese per poi distaccarsene con un ammutinamento nel 1989 e ricompattarsi sotto la sigla dell’MNDAA. Da quel momento, di fatto, Peng diventa il leader della regione autonoma militarmente e finanziariamente, salvo poi perderne il controllo nel 2009 con il rinfocolare delle ostilità tra i ribelli e la giunta. Voci di un suo coinvolgimento nel narcotraffico risalgono agli anni ’70, in parte strumentalizzate dal regime militare per giustificare l’intervento nelle regioni-polveriera del Nord. In parte, avvalorate dal ruolo mantenuto nei negoziati tra il Governo centrale e gli ammutinati dal signore della droga, Lo Hsing-han (anch’egli kokang) arrestato in Thailandia, deportato in Birmania, condannato a morte e salvato in extremis dall’amnistia generale del 1980. Diventato in seguito costruttore di successo con la sua Asia World Comapny e precipitato nuovamente dall’Olimpo dopo essere finito sulla blacklist di Washington. E’ morto nel luglio del 2013 passando lo scettro alla progenie. Si dice che il figlio Steven Law, oltre ad aver accompagnato la prima missione del neo-eletto Governo ‘civile’ a Pechino, sia persino coinvolto in una serie di mega progetti portati avanti dalle compagnie statali cinesi nel Paese. Anche Law è sulla lista delle sanzioni americane.

Come spiega Bertil Lintner, tra i massimi esperti di cose birmane, la linea sottile che demarca ciò che è legale da ciò che non lo è ha dato ampio spazio di manovra ai signorotti locali -come Peng e Lo- dediti al riciclaggio di denaro sporco con la benedizione delle autorità. “Burma and Transactional Crime“, rapporto pubblicato dal US Congressional Research Service nel 2009, raccoglie le prove di come il regime abbia incoraggiato i trafficanti a investire in una serie di opere pubbliche, dalle infrastrutture ai trasporti, intascandosi commissioni e imposte. D’altronde, scrive Aung Zaw, fondatore dell’‘Irrawaddy’, dal raggiungimento dell’accordo sul cessate il fuoco cinque anni fa, Peng Jiasheng è apparso in più occasioni al fianco della giunta, anche in presenza delle delegazioni Onu che di tanto in tanto visitano il Paese del Pavoni per testare l’andamento delle riforme democratiche. E sebbene le prove accumulate non siano sufficienti a tracciare un coinvolgimento diretto degli alti papaveri nel contrabbando di sostanze illegali, «è tuttavia evidente che i funzionari di rango superiore, così come i militari, hanno beneficiato finanziariamente dai guadagni delle organizzazioni criminali transnazionali».

 

Nazionalismo vs realdiplomatik

Alcuni giorni fa, al culmine degli scontri, il vecchio leader si è rivolto alla popolazione cinese in una lettera aperta divenuta virale sul web. «Com’è possibile che, a oltre cento anni dalle Guerre dell’Oppio, più di 200mila cinesi subiscano ancora discriminazioni etniche? Ogni volta che Jiasheng si ricorda della situazione scoppia in lacrime e il dolore è insopportabile», scriveva invocando il supporto dei vicini in nome delle radici comuni. La risposta accorata degli internauti è la cartina tornasole di uno spirito patriottico piuttosto diffuso tra i giovani cinesi. «Aiutiamo Kokang!» scrive uno. «Le bestie della Myanmar Army continuano a massacrare i cinesi a Laukkai (la capitale regionale, ndr)», accusa un altro. Qualcuno, ispirato dall’annessione russa della Crimea, si è spinto a suggerire un’occupazione cinese della regione birmana. Per Pechino, principale benefattore della giunta militare fino alla nomina del Governo semi-civile di Thein Sein, si tratta di una questione spinosa. Non a caso il ‘Global Times’, quotidiano-bulldozer della politica estera cinese normalmente noto per le sue posizioni spiccatamente nazionaliste, in questo caso ha provveduto a placare gli animi con un op-ed dal titolo North Myanmar peace imperative for China“. Qui si invitano «varie parti della società cinese a mantenere un atteggiamento misurato e a evitare qualsiasi posizione affrettata o interferenza negli affari del Myanmar settentrionale in modo da non influenzare la diplomazia governativa». E smontando la teoria ‘Kokang uguale Crimea’, ricorda che tra Cina e Birmania non vi sono in sospeso contenziosi territoriali. E che nel 1987 la regione speciale era già stata inglobata nell’India britannica di cui al tempo il territorio birmano era parte integrante. Con il trattato sino-birmano del 1960, la Cina ha rinunciato definitivamente ad ogni pretesa sull’area. Riassunto: «La familiarità e simpatia che la società cinese nutre per la popolazione kokang non condizioneranno la politica di Pechino [in Myanmar]».

Poco persuase, le autorità di Naypyidaw hanno invitato Pechino a collaborare nella prevenzione di «attacchi terroristici» lanciati dal territorio cinese. E non serve dire che dietro i giri di parole del ‘diplomatichese’ si nasconda una mezza critica contro il lassismo con il quale la Cina permette al ribelle Peng di scorazzare indisturbato oltre la Muraglia. Da giovedì scorso, altre tre milizie locali -la Ta’ang National Liberation Army, la Kachin Liberation Army (KIA) e una fazione della Shan State Army- affiancano la MNDAA nella guerriglia contro l’esercito regolare. Nonostante le smentite, secondo il Governo birmano, tra i rinforzi ci sarebbero anche mercenari ed ex soldati cinesi.

Le relazioni sino-birmane, già minate dal coinvolgimento cinese nel contrabbando di giada e più di recente dallarresto di 155 trafficanti di legname nel vicino Stato Kachin, continuano progressivamente a sfilacciarsi. “Il Governo birmano ha una lunga storia di diffidenza della presenza cinese a Kokang che risale alle insurrezioni comuniste all’epoca della Guerra Fredda“, spiega a ‘L’Indro’ Hunter Marston, analista di ‘Indo-Pacific Review‘ ed ex , “Le violenze e la presenza di un numero sempre maggiore di truppe mette in pericolo il commercio con la Cina, mentre lascia spazio per un aumento delle vendite di armi e altri traffici illeciti dai quali trarranno beneficio cattivi attori da entrambe le parti del confine“.

Secondo Yun Sun del Brooking Institute, il ritorno di Peng nella regione, proprio alla vigilia delle celebrazioni per il Capodanno cinese (19 febbraio), andrebbe letto come una mossa ben ponderata per spingere Pechino a fare pressione su Naypyidaw per un ritiro delle forze armate da Kokang. Una volta ripreso il controllo dell’area, c’è chi ipotizza addirittura una sua candidatura alle prossime elezioni generali in veste di pacificatore e legittimo rappresentante dei kokang. Ma conquistare le simpatie della pancia del Paese è più facile che convincere l’establishment cinese a prendere una posizione più netta nella questione birmana, rinnegando di fatto il principio cardine della propria politica estera, quello della ‘non interferenza‘ negli affari altrui. Per attirare il Dragone dalla sua, il leader kokang è ricorso ad un vecchio espediente: agitare il fantasma del complotto americano. Dall’avvio delle riforme democratiche, la liaison economico-militare tra i due vicini asiatici ha perso la consueta verve in favore di un progressivo avvicinamento del Paese dei Pavoni a Washington. Avvicinamento che Pechino osserva con sopracciglio alzato.

Nei giorni scorsi, al montare delle belligeranze nella regione, il Comandante della KIA Gam Shawng ha rilasciato un’intervista al ‘Global Times‘ asserendo che «[gli attacchi ai danni dei cinesi] sono cominciati grossomodo in concomitanza con l’arrivo a Myitkyina (capoluogo dello Stato Kachin, ndr) del Vice Comandante del PACOM (United States Pacific Command) e di alcuni alti funzionari del U.S. Department of Defense per colloqui segreti. Non può essere una coincidenza. La campagna del Tatmadaw contro i cinesi serve a mostrare agli americani la forza del Tatmadaw e la sua posizione nelle negoziazioni politiche con gli Usa». L’infondatezza della versione complottista (rilanciata da Peng Jiasheng e smontata da Yun Sun qui) è lampante: la delegazione statunitense si trovava nel Paese dei Pavoni per presenziare al Second U.S.- Myanamar Human Rights Dialogue e i suoi contatti con l’esercito sono finalizzati a verificarne il rispetto del diritto internazionale umanitario. Tuttavia, dà bene l’idea di come le relazioni sino-birmane siano ormai tutt’altro che granitiche. Già in passato i media cinesi avevano cavalcato la teoria della cospirazione a stelle e strisce per giustificare alcuni inciampi nei rapporti con Naypyidaw. E’ questo il caso dell’interruzione del progetto per la diga di Myitsone sulla scia delle proteste della comunità locale -secondo la Cina- sovvenzionate da Washington. Stando così le cose, ci si potrebbe domandare perché tanta ritrosia davanti ai SOS dei fratelli cinesi-birmani.

La cautela di Pechino ha motivazioni di ordine economico ma non solo. Sul versante interno, prendere le parti dei kokang vorrebbe dire avvallare l’eventualità che analoghe spinte indipendentiste prosperino nel cortile di casa, con chiari rimandi a Tibet, Taiwan e Xinjiang. E se una cerchia ristretta di teorici cinesi vede ancora nelle rivolte etniche birmane una leva strategica‘ con cui tenersi stretto il vicino asiatico, la scuola di pensiero mainstream pone piuttosto l’accento sulle perdite commerciali derivanti da una Birmania squassata dalla guerra civile. La posta in gioco è alta. Nella grande visione cinese di una Nuova Via della Seta terrestre e marittima, il Myanmar, con il suo accesso nel Golfo del Bengala, dovrebbe ricoprire un ruolo centrale. Oltre a rientrare in un piano di diversificazione delle rotte energetiche che permetterà al Dragone -primo acquirente al mondo di crudo- di aggirare il volatile stretto di Malacca. Come sottolinea Yun Sun, Pechino non supporta Peng Jiasheng ma nemmeno gli si oppone. Semplicemente continua a mantenere un approccio già evidenziato in altri Paesi afflitti da lacerazioni interne, come nel caso di Pakistan e Afghanistan, dove la diplomazia cinese si cimenta in proficui equilibrismi tra tribù locali e governi legittimi.

 

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