lunedì, Maggio 17

I lavoratori centroasiatici alla prova delle sanzioni La minaccia di sanzioni occidentali contro la Russia preoccupa l'Asia centrale

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Almaty – Se l’occidente deciderà mai di imporre sanzioni sulla Russia per il suo comportamento in Ucraina, le ripercussioni potrebbero essere avvertite anche tra i vicini meridionali, i Paesi centroasiatici che inviano migliaia di lavoratori all’anno verso l’immensaa ‘terra delle opportunità’, migliaia di chilometri a nord. La povertà ereditata dalla caduta dell’Unione Sovietica e dal ritiro delle industrie e dei capitali di Mosca ha messo a rischio diversi tra questi Paesi, come Tagikistan e Kyrgyzstan. Questi governi hanno faticato a trovare stabilità interna. Nel caso tagiko, la guerra civile della prima metà degli anni novanta è stata devastante per il Paese. La ricostruzione è passata per le stazioni ferroviarie e gli aeroporti, dove centinaia di migliaia di lavoratori hanno salutato le proprie famiglie, per trasferirsi nell’Eldorado russo dell’era Yeltsin.

Tra il 1990 e il 2003, ben 10 milioni di centroasiatici sono partiti per la Russia. Di questi, circa la metà erano emigrati russi che volevano ritornare in patria. L’altra faccia della medaglie era rappresentata da tagiki, uzbeki e kyrgyzi, partiti al fine di trovare un lavoro, così da avere la possibilità di inviare a casa le rimesse dei loro guadagni. Molti tra questi ultimi sono illegali; vivere senza documenti in Russia non è facile, vista la diffusa accettazione di un razzismo neanche tanto velato. Salari bassi, nessuna sicurezza sul lavoro e la spada di Damocle della polizia dell’immigrazione fanno accettare ai centroasiatici i lavori meno prestigiosi che i russi non vogliono. La burocrazia russa non facilita l’inserimento dei migranti nel sistema ufficiale, ma quand’anche si ottimizzasse la procedura, i ‘campieri’ del ventunesimo secolo preferiscono tenere gli immigrati sotto la minaccia della denuncia per pagarli di meno e non dover comunicare le condizioni in cui sono costretti a lavorare.

Nel tempo, questo fenomeno ha creato due diverse dipendenze: lo sviluppo russo, soprattutto nel settore edilizio e dei servizi di nettezza urbana, è legato alla presenza di lavoratori immigrati a basso costo; dall’altra parte, le economie centroasiatiche sono diventate dipendenti dalle rimesse dei propri cittadini dalla Russia, visto che gran parte della loro forza lavoro è costretta a emigrare. Un altro caso simile in Europa, che riguarda lo spazio post-sovietico, è la Lettonia, dalla quale in decine di migliaia si sono spostati a causa della grave crisi economica, cercando lavoro nel Regno Unito e in altri Paesi europei. La doppia dipendenza è completamente sbilanciata in favore dei Paesi più prosperosi, visto che la chiusura dei confini riverserebbe grandi masse di lavoratori nei loro Paesi di origine, dove non ci sono abbastanza posti di lavoro per assicurare la piena occupazione.

L’esempio del Tagikistan è lampante. Secondo gli ultimi dati, più della metà del PIL tagiko è generato dalle rimesse degli emigrati in Russia. Nel 2012, i lavoratori tagiki in Russia hanno inviato ai propri parenti una cifra complessiva vicina ai 3,3 miliardi di dollari, il PIL totale era di poco al di sotto dei 7 miliardi. La Banca Mondiale ha recentemente pubblicato le cifre per il 2013, che portano a 4 miliardi le rimesse, a fronte di un PIL totale di 7,6 miliardi. In pratica, l’intera crescita del PIL tagiko (700 milioni di dollari) è dovuta alla crescita delle rimesse. In termini percentuali nei confronti del PIL, il Tagikistan è primo nella classifica dei Paesi che ricevono rimesse dall’estero.

A seguire, in questa speciale classifica che indica la fragilità dell’economia interna, c’è proprio il vicino Kyrgyzstan. Circa un terzo del PIL arriva attraverso meccanismi più o meno tracciabili di rimesse dalla Russia. Le risorse minerarie, la cooperazione economica con il Kazakistan e la maggiore ricchezza rispetto al Tagikistan fanno la differenza, ma Bishkek continua a trovarsi al secondo posto. I lavoratori migranti che rappresentano il legame embrionale tra Mosca e l’Asia centrale sono la variabile principale per comprendere questa relazione. Se non ci fosse questo mutuo bisogno, probabilmente l’orgoglio del Cremlino non si spingerebbe a fare affari con questi Paesi, molto poveri e con limitate prospettive di sviluppo. L’altra variabile fondamentale per comprendere le preoccupazioni di Mosca verso Dushanbe e Bishkek è il traffico di droga, ma questo non compare nelle statistiche ufficiali.

Secondo alcuni esperti, le ripercussioni delle sanzioni verso la Russia che l’occidente potrebbe decidere a causa della situazione in Ucraina sarebbero dannose per le economie centroasiatiche. Senza gli investimenti dall’estero, infatti, secondo Bruce Pannier di ‘Radio Free Europe – Radio Liberty‘ «ci saranno meno capitali da far circolare in Russia e meno capitali per acquistare beni e forza lavoro in Asia centrale». La preoccupazione degli esperti si è anche diretta verso i Paesi centroasiatici che esportano idrocarburi verso l’occidente, ma attraverso la Russia. Tuttavia, questi ragionamenti sono infondati, visto che ormai la gran parte delle esportazioni centroastatiche non passa attraverso il territorio russo, oppure, come nel caso dell’oleodotto Caspian Pipeline Consortium, sono protette da contratti internazionali. Il vero punto dolente è l’economia russa: se fosse colpita in maniera forte, non riuscirebbe a far da traino nell’Unione Doganale, che presto diventerà Unione Eurasiatica.

«Senza la locomotiva russa, Tagikistan e Kyrgyzstan potrebbero modificare il loro giudizio sull’Unione Eurasiatica che presto emergerà» ha sottolineato Sureyya Yigit, docente presso l’Università Aydin di Istanbul. Nursultan Nazarbayev, presidente del Kazakistan e principale fautore dell’idea eurasiatica, ha dichiarato negli scorsi giorni che il salto da unione economica a organizzazione politica per il momento non è previsto. Se la nuova struttura dovesse vacillare da un punto di vista economico, non ci sarebbero fondamenta abbastanza forti da farla reggere.

Con la dipendenza tagika al 52% e quella kyrgyza al 32%, il bisogno di rimesse dalla Russia non potrà essere appagato da altre fonti di entrate. Tuttavia, a causa della dipendenza occidentale dagli idrocarburi russi, è difficile prevedere sanzioni economiche contro Mosca proprio nel settore energetico. Qualsiasi altro tipo di sanzioni si ripercuoterebbe sulle economie centroasiatiche che, probabilmente dovranno allontanarsi dall’orbita del Cremlino per trovare una via d’uscita. Questa prospettiva è tutt’altro che prevedibile, visto il legame che unisce lo spazio post-sovietico in quest’area. Una conseguenza su cui scommettere, invece, sarebbe l’incremento di instabilità in questi Paesi tra le montagne del Tian Shan e i picchi del Pamir.

 

 

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