venerdì, Aprile 23

I Kraftwerk, i primi Il gruppo musicale come il miglior prodotto tedesco d’esportazione. Ecco perché

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Berlino – La Neue Nationalgalerie di Berlino è un museo di arte contemporanea progettato tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta da uno dei massimi esponenti dell’architettura tedesca: Mies van der Rohe, già direttore della scuola della Bauhaus.  Il museo, situato vicino a Potsdamer Platz,  ma ben distante dall’idea archittetonica di novitá che si nasconde dietro la cupola colorata del moderno Sony Center, si presenta come un cubo di cristallo al centro di una piazza di cemento. D’inverno, quando il vento soffia gelido, passeggiare o sostare sulla piazza davanti al museo non é di certo una delle cose da fare che si trova nelle pretenziose liste di qualche guida turistica.

Tuttavia lo scorso venerdì 15 novembre, già dalle 22:00 di sera, nonostante il vento e l’aria frizzante novembrina, l’area intorno alla Neue Nationalgalerie era eccezionalmente affollata.  Una coda di persone circondava la trasparente struttura, aspettando in religioso silenzio l’inizio della vendita dei biglietti per le otto date berlinesi dei Kraftwerk, gruppo tedesco di musica elettronica. Otto date per otto dischi differenti. Otto concerti  che rappresentano il ritorno sulle scene di uno dei gruppi che fu, negli anni Settanta, uno tra i più importanti esempi di avanguardia musicale e culturale. I Kraftwerk sono tornati e suoneranno proprio all’interno della Neue Nationalgalerie, che prima di chiudere per alcuni anni anni causa ristrutturazione, si regala al suo interno uno degli eventi più attesi dagli amanti della musica elettronica e non solo. I Kraftwerk rappresentano il miglior “prodotto” d’esportazione tedesco dagli anni Settanta fino ad oggi, molto piú delle macchine per famiglie numerose. Ecco perché.

Dopo la seconda Guerra Mondiale la Germania era un territorio diviso sia politicamente che frammentato culturalmente. Wolfgang Seldel, musicista, tinteggia la situazione dell’epoca nel documentario “Kraftwerk and the electronic revolution”  con queste parole: «Le vecchie strutture erano sotto controllo. Le vecchie generazioni, segnate dal Nazismo, ormai erano “andate”, istruite e formate mentalmente per essere dei bravi soldati e dei buoni lavoratori. Le nuove generazioni volevano smarcarsi dalle vecchie ideologie dominanti. Volevano la libertà personale, annusata già con la libertà economica importata dagli americani e dagli inglesi. Le nuove generazioni ascoltavano le radio degli americani e degli inglesi e tramite la loro musica potevano vedere nuove prospettive».

C’era fame di rinascita dopo la distruzione della guerra e non si trattava di ricostruire una nazione dal punto di vista meramente strutturale (infrastrutture, industrie, pubblica amministrazione). Si trattava di ricostruire quell’ identitá nazionale persa tra le macerie di un disastro mondiale. Nel fermento culturale dei tempi la scena musicale rappresentava un palco privilegiato su cui sperimentare e proporre qualche cosa di diverso. Novitá che mostrassero il reale cambiamento che stava attraversando un’intera nazione. Novità che costruissero anche un ponte con quella tradizione classica musicale della Germania antica.

Karlheinz Stockhausen ci prova e per primo sperimenta con le note, componendo pezzi per orchestra che trascendevano dai moduli tradizionali. Gli anni passano ma a parte qualche rara eccezione, ogni esperimento musicale in Germania riusciva a produrre solo brutte copie di quello che stava accadendo dall’altra parte dell’Oceano, dove gli hippy conquistavano l’attenzione con le percussioni e il sesso libero mentre le band rock diventavano l’idolo di orde di ragazzini in preda ai sussulti ormonali. Le città tedesche accoglievano questa voglia di sperimentare offrendo sempre più nuovi locali in cui improvvisare musica e farsi conoscere.  Si sperimentava a Berlino come a Monaco come a Düsseldorf, città industriale della Germania dell’Ovest.

I nuovi rumori della fabbrica, delle macchine, la ripetitivitá dei nuovi gesti lavorativi, facevano da sfondo ad un panorama musicale che spostava la sua attenzione dalla melodia al suono. Conrad Schnitzer, pioniere della musica elettronica tedesca, sorride nel documentario “Kraftwerk and the electronic revolution”  affermando che «la melodia è come un chiodo che batte in continuazione in testa per tutto il giorno e si ripete fino alla fine della giornata. Un’artista deve produrre qualche cosa di nuovo come prendere dei suoni,  metterli tutti insieme e creare della musica».

Si iniziano a gettare i primi semi di musica elettronica ma nessuno era ancora riuscito a costruire un’identità musicale nazionale. Tutto troppo sconnesso, la sperimentazione si faceva ma poi mancava la “monetizzazione” , il clamore, il successo esplosivo.  Gli anni passano e due ragazzi di Düsseldorf, Ralf Hutter e Florian Schneider, dopo gli studi classici, entrano nella scena musicale tedesca con una formazione chiamata inizialmente Organization. Sperimentano nuove sonoritá elettroniche. Producono e scrivono musica con l’intento  di superare il vecchio concetto di scrivere la musica per gli strumenti. La musica va cercata all’origine del suono . Il duo ci crede fermamente e continua la ricerca, nonostante il successo del pubblico e le menzioni della critica tardino ad arrivare. Cambiano nome in “Kraftwerk” (in tedesco, centrale elettrica), si allargano con altri due membri, Wolfgang Flür e Klaus Roeder, ma soprattutto “scoprono”e sperimentano il sintetizzatore, costosissimo strumento per quei tempi.

Sarà il 1974 a consacrare il gruppo tedesco come il protagonista principale della musica elettronica dell’ultimo secolo. I due timidi e riservati ragazzi tedeschi segnano la svolta con l’album Autobahn, che scala le classifiche tedesche, inglesi e americane. Claudio Fabretti riassume in queste parole cosa furono i Kraftwerk: «I due ineffabili simbionti di Dusseldorf, hanno saputo compiere un’operazione gigantesca: amalgamare il battito caldo e primitivo della afro/black music con le atmosfere più gelide e rarefatte della musica bianca. Un’impresa immane, folle, proibitiva. Eppure ce l’hanno fatta… Due decenni dopo, Derrick May, uno dei guru della nuova scena dance, attesterà che la techno non è nient’altro che “George Clinton e i Kraftwerk chiusi in ascensore”. I Kraftwerk sono musica in movimento, avanguardia nel vero senso del termine (“stare avanti”), e non nella sua snobistica interpretazione (“musica di difficile ascolto”) ad uso e consumo di un pugno di critici annoiati. Dagli esordi fino all’approdo al pop sintetico, i due di Dusseldorf sono rimasti alla testa del gruppo, pedalatori infaticabili alla ricerca di nuovi ibridi e alchimie sonore. Androidi semiseri del rock, metà uomini-metà macchine, Ralf e Florian hanno percorso una loro personalissima “autobahn”, spinti dalle pulsioni sperimentali di teutonica scuola e proiettati verso la musica che ancora non c’era».

Innovatori, visionari, precursori non solo musicali ma culturali e per capirlo è sufficiente leggere i nomi degli album seguenti il grande successo di Autobahn: Radio-Activität,  Trans Europa Express,  Die Mensch-Machine.  Colonna sonora della modernità, attraverso la loro interpretazione tecnologica, vocale e strumentale senza tempo del suono e della musica hanno anticipato negli anni Settanta quella che sarebbe diventata la società 2.0. Una società dove  l’uomo e la macchina si fondono, diventando pian piano l’uno parte essenziale dell’altra e viceversa.

I Kraftwerk sono stati i primi a capirlo. Ecco perché sono il miglior “prodotto” tedesco d’esportazione.

 

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