martedì, Maggio 11

I had a dream 40

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Quando leggerete questo articolo (che è stato scritto, volutamente, il 25 maggio alle ore 18,00), il risultato delle elezioni europee sarà già noto e tutti saremo già risucchiati nel vortice di commenti più o meno intelligenti.

Perciò stabilisco di trascorrere questi ultimi minuti di vacanza mentale nel limbo della beata ignoranza, e ne approfitto per parlare non del futuro terribile, desolante o promettente che verrà, ma dell’ordinario presente in cui navighiamo a vista.

Voglio partire da un sogno, romantico e suggestivo, autentico come solo i sogni  irrealizzabili possono e devono essere. Da sempre, diciamo da quando sono maggiorenne, ho desiderato che mi fosse concesso vivere un periodo, anche un giorno solo, nella mia città, Roma, tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta. Il mio posto delle fragole.

Ebbene, il sogno si è realizzato domenica mattina (ieri per chi legge). Non è stato così bello come credevo, però.

Tutto è iniziato quando ho varcato il portone dell’immenso palazzo conosciuto da tutti i romani come l’anagrafe‘, con l’intento di ritirare un nuovo documento elettorale avendo la mia vecchia, cara tessera esaurito lo spazio per i regolamentari timbri. Sito in via Luigi Petroselli, ex Sindaco valido e amato come pochi altri, a pochi metri dal Teatro di Marcello, la Bocca della Verità, il Campidoglio, i Foro e il Tempio di Vesta, il palazzo appare subito come il parente povero di tanta magnificenza, ed evidentemente soffre di un complesso di inferiorità, di cui si vendica puntualmente, per interposti impiegati comunali ai suoi ordini, sui cittadini.

Gli impiegati impiegano, cooptati palesemente controvoglia per garantire il rinnovo della tessera attuando in modo brillante la vendetta del palazzo, un tempo medio di venti, venticinque minuti per ogni apposizione dell’indispensabile bollo. Che meraviglia. Che immagine d’altri tempi. Le mura alte e bisunte del palazzo trasudano inefficienza, burocrazia bulgakoviana e rassegnazione popolare. I pochi astanti, quorum ego, seduti col proprio bigliettino numerato in mano, unico inutile segnale di progresso a marcare il passaggio degli ultimi sessant’anni, parlottano tra loro scambiandosi desolati commenti.

Anche io, immerso nel mio sogno, decido di sfruttare l’atout concessa dal tecnologico eliminacode‘, per ripartire in scooter e gettarmi nel modestissimo traffico di una domenica irreale, da ultimi giorni di Pompei, immaginando di sorpassare spernacchianti NSU Prinz, pretenziose Ford Anglia e lussuose lancia Aurelia, per ottimizzare il tempo d’attesa alla ricerca di un supermarket aperto, per fare la spesa e mettere benzina. Il bigliettino non è poi così inutile, penso nel mio stato paraonirico. Il mio numero è il 426.

Quando varco per la seconda volta l’immenso portone, tre quarti d’ora dopo, sono seriamente preoccupato di aver saltato il turno. Ma il tabellone luminoso, incongrua presenza nel mio viaggio nel passato, mi comunica inequivocabilmente che mancano ancora più di venti numeri al miracolo dell’apparizione della cifra a me assegnata per la difficile operazione di sportello.

E’ il momento del risveglio. Ubbidisco alla pulsione anarchica che cova in ogni italiano e mi risolvo a presentarmi al seggio col documento scaduto. Come immaginavo, non c’è nessuna fila, gli addetti alle operazioni di voto mi consegnano la scheda accorgendosi con fatale ritardo della colpa che mi porto dietro, e la scheda è già caduta nell’urna di cartone. Confesso il mio squallido inganno, e tutto scivola avanti nell’indifferenza, un flebile rimbrotto e via, il dovere europeo è compiuto senza danni concreti.

A casa, rimugino sul mio ritorno al futuro, o al passato, fate voi. Dalle finestre giunge il rumore di una processione, mi affaccio sulla antichissima via Panisperna in tempo per vedere una lunga fila di persone che seguono una croce camminando al ritmo di un tamburo. La fila è troppo lunga per essere una cerimonia italiana, le processioni religiose sono ancora in uso nel rione Monti ma la partecipazione è ridotta al minimo. Sono infatti una ventina di sposi filippini, vestiti a colori sgargianti, accompagnati dai loro sacerdoti cattolici in un rituale antico. Presente, passato e futuro di Roma sono sotto i miei occhi, in quella teoria di gente composta e tranquilla, che festeggia ordinatamente un giorno per loro memorabile tra qualche protesta italiana a colpi di clacson, per la chiusura delle vie bloccate.

Capisco che è questa, la conclusione più giusta. Il sogno continua, ma non è più il nostro.  

 

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