venerdì, Luglio 30

I guai dell’ oro nero: la Nigeria trascina l’ Eni in tribunale L'azienda italiana citata in giudizio per inquinamento del Delta del Niger e per una maxi-tangente pagata a politici nigeriani per ottenere la concessione sul giacimento. Tra gli imputati anche l'Ad Descalzi ed il suo predecessore Scaroni. L'Eni rischia la revoca della concessione ed una sanzione multimilionaria.

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Sul fondo del Delta del fiume Niger, tra i 1700 e i 2000 metri di profondità, c’è uno dei giacimenti di petrolio più vasti e ricchi d’Africa. Contiene più di 9 miliardi di barili di greggio, e la sua storia, dalla scoperta fino ai giorni nostri, è un catalogo di malaffare, corruzione, giochi di soldi e di potere, in cui a rimetterci, al solito, sono i poveracci.

Il nome in codice del giacimento è OPL245, e negli ultimi anni è al centro di uno scandalo finanziario che vede tra i banchi degli imputati anche la più grande multinazionale italiana guidata dallo Stato: l’Eni, che insieme all’anglo-olandese Shell detiene dal 2011 la concessione sull’estrazione di petrolio dal giacimento. Non solo, oltre alle accuse di corruzione internazionale, le due aziende saranno presto chiamate a difendersi anche dalle accuse di devastazione ambientale e negligenza mosse dalle popolazioni che abitano il Delta del Niger. Accuse rilanciate ed appoggiate, sia per quanto riguarda la corruzione, sia per l’inquinamento, da varie ONG ed associazioni umanitarie che hanno monitorato e continuano a monitorare il lavoro delle due multinazionali del petrolio in Nigeria.

Procediamo però per gradi. Nel 1998 l’allora Ministro per il Petrolio nigeriano Dan Etete cede in concessione per poco più di 2 milioni di dollari il blocco OPL245 alla Malabu Oil and Gas. Una cifra ridicola rispetto al valore potenziale del giacimento, che subito ha fatto sorgere qualche ragionevole dubbio, tanto più se si considera che la Malabu era una società fondata qualche mese prima della concessione, senza esperienza, mezzi e strumenti, perfino senza dipendenti. Ma con la connivenza del Governo dell’epoca presieduto dal Generale Sani Abacha, i ragionevoli dubbi sono stati prontamente insabbiati e dimenticati. Nel 2010 però con l’elezione del Presidente Goodluck Jonathan la concessione alla Malabu venne revocata ed affidata alla Shell.

Presto si scoprì che la Malabu altro non era che una società di facciata legata ad un prestanome alle dipendenze dell’ex Minitro del Petrolio Etete, che con buona pace della popolazione nigeriana, si era regalato per pochi spicci (rispetto al valore reale) il giacimento di petrolio più vasto del continente. Nonostante questo la Malabu presentò un ricorso contro l’assegnazione del blocco OPL245 alla Shell e vinse. A questo punto della storia entra in gioco l’Eni, che nel 2011 insieme alla Shell, si aggiudica una nuova licenza per l’estrazione nel giacimento OPL245 pagando allo Stato nigeriano 1,1 miliardi di dollari. Di questi soldi il Governo nigeriano però, non ne ha visto che una minima parte, il resto, tra mille giri di versamenti, conti fiduciari e società prestanome, è in qualche modo tornato nelle tasche proprio dell’ex Ministro Dan Etete, ma non solo nelle sue.

Nel 2013 in un’inchiesta a seguito della denuncia di due intermediari della transizione ShellEniGoverno nigeriano, che volevano vedersi riconosciuta la loro parte per l’intermediazione, la Magistratura inglese ha iniziato a scoprire i primi tasselli del castello di carte messo su da Etete. E che ad intascare la gran parte di quel miliardo non erano stati solo Etete ed i suoi collaboratori, ma anche membri del Governo di Goodluck Jonathan e vari funzionari dello Stato nigeriano. Lo stesso Etete nel corso delle deposizioni al tribunale commerciale di Londra ha candidamente dichiarato di aver intascato da quell’operazione più di 250 milioni di dollari.

Il valore di quel processo però non sta tanto nei movimenti finanziari occulti che è riuscito a portare a galla, non era quello in fin dei conti l’obiettivo del procedimento, ma piuttosto nell’aver attirato l’attenzione di alcune ONG, che incuriosite dalla mole di documentazione prodotta dal processo hanno deciso di scavare più a fondo nella vicenda.

“Quel processo è stata una fortuna, probabilmente se non ci fosse stata questa diatriba non avremmo scoperto nulla”. Ci spiega Luca Manes, ufficio stampa di Re:Common,organizzazione che si occupa di corruzione legata allo sfruttamento delle risorse naturali,  che insieme a Global Wickness, alla ONG londinese Corner House e ad alcuni attivisti nigeriani hanno studiato il carteggio del processo e presentato un esposto alla Procura di Milano. Le indagini hanno aperto il filone italiano del caso, presto arrivato a toccare ed indagare anche i vertici della compagnia petrolifera italiana.

“Nella primavera del 2013 con i colleghi di Global Wickness abbiamo chiesto delucidazioni all’assemblea degli azionisti dell’Eni, non contenti della risposta abbiamo chiesto alla Procura di indagare”. Il sospetto che muove l’accusa è che i vertici dell’Eni sapessero che i soldi pagati per la concessione OPL245 sarebbero andati a finire in tangenti: “L’Eni ha sempre sostenuto di aver pagato in maniera lecita il Governo nigeriano, e che chi fosse l’effettivo beneficiario del versamento era un secondo ordine di problema. Noi siamo certi che l’Eni sapesse chi c’era dietro la Malabu.” sostiene Manes di Re:Common. In questa convinzione siamo confortati dalla posizione di Shell, che invece ha sostanzialmente ammesso di sapere con chi stessero trattando”.

Ed effettivamente alla conclusione delle indagini, la Procura di Milano ha notificato il rinvio a giudizio a 13 tra dirigenti, manager e intermediari della multinazionale italiana. E non solo perché sapevano di star pagando una maxi-tangente:“Aspettiamo l’esito giudiziario, soprattutto perché quando i Magistrati milanesi  hanno ricostruito l’iter di questi milioni di dollari hanno anche prefigurato l’ipotesi che 50 milioni di dollari siano tornati indietro alla dirigenza dell’Eni”.

Parte di quella maxi-tangente sarebbe quindi addirittura finita nelle tasche dello stato maggiore della società del cane a sei zampe. Tra gli imputatati spiccano l’ex Ad Paolo Scaroni – già indagato per corruzione nel caso Saipem in Algeria – ed il suo successore Claudio Descalzi, che secondo gli inquirenti avrebbero avuto parte attiva nella costruzione della fitta rete di passaggi di denaro. Entrambi avrebbero incontrato l’ex Presidente Goodluck Jonathan per definire la trattativa – anche quest’ultimo presunto beneficiario di mazzetta – ed entrambi avrebbero intascato parte della tangente. Una posizione confermata anche da uno dei dirigenti Eni che si occupò della trattativa, Vincenzo Armanna. Armanna, ormai più di un anno fa, dichiarò  ai microfoni di Report che Scaroni avrebbe intascato 50 milioni da quella transizione, milioni che poi avrebbe girato ad altri alti dirigenti della multinazionale italiana, tra questi anche Descalzi.

Nonostante le accuse pesanti, Descalzi è stato riconfermato a capo dell’Azienda dall’assemblea degli azionisti dello scorso anno – assemblea alla quale ha partecipato anche Re:common in qualità di azionista critico – e ha continuato il suo lavoro con il benestare del Governo italiano: “Ci siamo sempre chiesti come mai il Governo, e soprattutto l’ex premier Renzi difendessero a spada tratta Descalzi, nonostante gli scandali dell’Eni negli ultimi anni si siano moltiplicati. Ci aspettavamo un cambiamento visti i recenti sviluppi, ma anche il Governo Gentiloni ha continuato a difenderlo” prosegue Manes, che ricorda le responsabilità del Governo italiano in questa vicenda Come Stato siamo proprietari del 30% delle azioni dell’Eni. E’ anche responsabilità dello Stato fare chiarezza su questa situazione. Andrebbe istituita una commissione d’inchiesta che faccia luce su una verità che non è solo giudiziale, ma anche politica. Bisogna capire come viene gestita questa società, e magari immaginare anche un modello di gestione più trasparente che possa aiutare a prevenire queste situazioni.” conclude l’attivista di Re:common.

Nel frattempo il processo va avanti. Alla prima udienza del 5 Marzo 2018 il procedimento è stato spostato ad un’altra sezione del tribunale di Milano, e per la prossima udienza si dovrà aspettare il 14 Maggio. L’accusa chiede la revoca della concessione di estrazione per le due società petrolifere, oltre ad una multa multimilionaria per risarcire il popolo nigeriano. “Quel miliardo finito in tangenti equivale all’80% del budget per la sanità nigeriana” spiega ancora Luca Manes “chiediamo che questi soldi vadano a beneficiare realmente il popolo nigeriano. Chiediamo che in casi come questo ci siano trattative trasparenti, che vengano tracciati i pagamenti.”

Tutto questo mentre anche sul fronte africano qualcosa inizia a muoversi e a cambiare. “Anche l’unità anticorruzione nigeriana ha chiesto chiarimenti a Shell ed Eni. La questione ha preso dimensioni internazionali”. E qualche mese fa è effettivamente scattata la sospensione della concessione per le due multinazionali. Sospensione subito rientrata in seguito a ricorso delle aziende. Un atto che però, così come per quanto riguarda gli esiti del processo, ha un valore simbolico innegabile. “Un processo come quello di Milano fissa un precedente importante, qualora dovessero essere colpevoli può essere un messaggio anche per le altre multinazionali. Per la Shell è la prima volta in cui si trova ad affrontare un processo di queste dimensioni e con queste implicazioni” spiega l’attivista di Re:common, che aggiunge: “Non necessariamente tutti i governi africani sono corrotti, e nel momento in cui ci sono governi non corrotti è giusto che giustizia venga fatta. E’ necessario responsabilizzare queste società, che spesso, tra l’altro, si trovano ad operare violando anche standard ambientali, così come negli anni si è detto. I soldi delle multinazionali potrebbero essere una compensazione per il popolo, ma poi questi soldi finiscono in tasche di politici corrotti e non in quelle del popolo nigeriano e si perdono risorse importantissime, anche per far fronte ai danni che l’espansionismo delle multinazionali in Africa porta con se”.

Nell’attesa della prossima udienza Re:common e le altre ONG che l’hanno aiutata nella ricostruzione della vicenda hanno chiesto di partecipare al processo come parte civile, richiesta che in prima istanza non è stata accolta dal Tribunale di Milano: “Speriamo che il prossimo collegio giudicante ci riconosca parte civile. Sarebbe una grossa novità anche dal punto di vista giurisprudenziale che un’organizzazione come la nostra sia riconosciuta parte civile. Il nostro interesse non è ovviamente ottenere un ritorno economico, ma piuttosto essendo parte civile possiamo più facilmente monitorare l’avanzare del processo.” conclude Luca Manes.

Ma i guai dell’Eni con il giacimento OPL245 non finiscono qui. Il 9 Gennaio la società del cane a sei zampe è stata chiamata a difendersi in un altro processo al Tribunale di Milano. Stavolta a trascinare l’Eni tra i banchi degli imputati è stata la popolazione degli Ikebiri. Gli Ikebiri sono una comunità di oltre 5mila persone che abita il Delta del Niger, nelle zone interessate dalle attività di estrazione della multinazionale. L’azienda dovrà rispondere di uno sversamento di petrolio avvenuto nel 2010. E’ la prima volta che in Italia una popolazione indigena porta in tribunale una multinazionale. L’accusa chiede un risarcimento di 2 milioni di dollari e la bonifica di 17,5 ettari di terreni contaminati. I diversi testimoni chiamati a processi parlano di «effetti devastanti» per l’economia – i popoli nigeriani di quella regione vivono sostanzialmente di pesca ed agricoltura – e la salute della popolazione Ikebiri. L’Eni dal canto suo si difende dalle accuse sostenendo di aver prontamente effettuato la bonifica dell’area e ha proposto agli Ikebiri un risarcimento 4,5 milioni di Naira (equivalenti più o meno a 20mila euro), e nelle indagini preliminari ha sollevato il dubbio sulla competenza territoriale del Tribunale di Milano ad giudicare un caso del genere. Il giudice ha scelto di non pronunciarsi ancora su questo punto, ma la difesa dell’Eni comincia a vacillare. Il procedimento ha dimostrato non solo che l’Eni non avrebbe presentato i documenti relativi alla bonifica dell’area, ma anche che i dati forniti dall’azienda rispetto alla grandezza della perdita sarebbero sbagliati: l’Eni dichiara di aver perso 50 barili di greggio, l’accusa invece sostiene che i barili sversati nel Delta del Niger sarebbero oltre 150.

Amnesty International nei mesi scorsi ha pubblicato un dossier in cui parla di «condotta irresponsabile» dell’Eni e della Shell nel Delta del Niger. La Shell dal 2011 ha dichiarato 1010 fuoriuscite di petrolio nell’area, per oltre 110mila barili di petrolio persi. L’Eni invece ha segnalato 820 sversamenti per 26mila barili. Secondo le due aziende la maggior parte di queste fuoriuscite sarebbero da addebitare a fattori esterni (furti e sabotaggi). Ma secondo Amnesty le cause non sono così chiare. Le aziende nasconderebbero infatti le cause reali di alcune fuoriuscite, addebitandole a fattori terzi, in modo da non essere tenute a pagare un risarcimento.
La denuncia nasce da un lavoro di mesi effettuato dalla ONG con l’aiuto di migliaia di attivisti da tutto il mondo: «Attraverso il progetto Decoder, una innovativa piattaforma sviluppata da Amnesty International per condividere la ricerca sui diritti umani, l’organizzazione ha attivato migliaia di suoi attivisti e sostenitori per raccogliere dati sulle fuoriuscite di petrolio nel Delta del Niger.» spiega l’ONG in una nota «Le conclusioni sono state analizzate dai ricercatori di Amnesty International e verificate da Accufacts, un organismo indipendente di esperti petroliferi. Sulla base dei dati pubblicamente disponibili, Amnesty International ha rilevato che Shell ed Eni impiegano settimane a reagire alle denunce di fuoriuscite e diffondono informazioni fuorvianti sull’origine e la gravità delle fuoriuscite, col risultato che le comunità colpite possono non ricevere i risarcimenti dovuti.» I regolamenti vigenti in Nigeria stabiliscono che le aziende devono recarsi sul luogo dell’incidente entro 24 ore dalla prima segnalazione. Eppure: «Dall’analisi dei documenti aziendali, Shell ha rispettato quel termine temporale solo nel 26 per cento dei casi, mentre Eni lo ha fatto nel 76 per cento dei casi. La reazione di Shell si è fatta sempre più lenta, in coincidenza con la riduzione del numero di fuoriuscite riportate. In un caso, la visita sul luogo di una fuoriuscita è avvenuta 252 giorni dopo.» continua il comunicato di Amnesty. Il primato, in questa classifica di negligenze spetta però all’Eni: «La reazione più lenta sin qui documentata è stata di Eni: 430 giorni per reagire a una fuoriuscita nello stato di Bayelsa. L’azienda ha detto ad Amnesty International che il ritardo è stato dovuto al mancato permesso, da parte della comunità locale, di visitare il sito, anche se all’epoca quell’informazione non fu fornita.». Amnesty ha presentato le sue conclusioni al Governo nigeriano, chiedendo che siano aumentate le misure normative di monitoraggio dell’operato delle multinazionali che operano nel Paese.

In uno scenario del genere, e la situazione non si limita solo al settore dell’estrazione di idrocarburi, non c’è da sorprendersi che la Nigeria sia il paese dalla quale provengono la maggior parte dei migranti arrivati in Italia nel 2017, 18mila secondo il Ministero dell’Interno. Molti di questi costretti a partire non solo per guerre e persecuzioni, ma proprio per le perdite economiche seguite alla vendita di terreni e risorse naturali alle multinazionali. L’alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati stima che entro il 2050 il numero di rifugiati ambientali salirà complessivamente fino ai 200-250 milioni. In media 6 milioni di persone ogni anno saranno costrette a lasciare il proprio Paese per disastri ambientali ed impoverimento delle risorse. Un problema con cui saremmo presto chiamati a fare i conti. “C’è assoluto bisogno di cambiare registro rispetto a come le multinazionali operano attualmente in Africa” come ricorda Luca Manes di Re:common, ed i procedimenti penali contro l’Eni e la Shell in questo senso potrebbero rappresentare uno storico punto di partenza: “se i processi riuscissero ad accertare verità scomode per le due multinazionali sarebbe un precedente davvero importante anche per il futuro delle popolazioni africane” Un futuro le cui cause e le probabili conseguenze, tocca ricordarlo, gravano anche sulle nostre spalle.

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