martedì, Dicembre 7

I giovani, i politici e la lingua al tempo dei 160 caratteri Anche in poche parole si possono esprimere contenuti coerenti e ricchi di significato. I giovani lo esigono, i politici lo saprebbero fare, ma sanno che se le cose vengono dette in modo diretto, sono più chiare e più oneste ... semantema ignoto non solo al linguaggio 'dei', ma proprio 'ai' politici

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Mi si fa notare, con gentilezza, che spesso al linguaggiosinteticodeigiovani‘, corrisponde un certo -cito testualmente- «qualunquismo giovanile». Lo stesso, penso, che ha indotto alcuni studenti a proporre addirittura una petizione per l’abolizione delle prove scritte in particolare di italiano.
Eh no, andiamoci piano.
Non tornerei sull’argomento se non fossi preso dal timore, per non dire terrore, che quella petizione finisca nelle mani del Ministro, che a me sembra tutt’altro che alieno da una cosa del genere, almeno a giudicare dalla sua entusiastica affezione per le discipline tecniche e per le scuole tecniche, ove ovviamente lo studio delle discipline umanistiche sarebbe a dir poco marginale … del resto, ahimè, già oggi lo è. E non solo nelle scuole tecniche, temo. Potrei aggiungere, ma non aggiungo, che oramai trovare gente (me compreso) che scriva in un italiano accettabile è, a dir poco, un caso eccezionale.
Tanto più che gli studenti stessi affermano che la DAD (cioè, per le persone come me, poco aduse al linguaggio para-moderno, la didattica a distanza … è vero un disastro) ha distrutto le loro basi: ma allora altro che prova scritta, andrebbero riportati due classi più indietro e i loro insegnati scuoiati vivi. Entrambe le cose, sottolineo. Mi spiego. Nonostante l’età veneranda (benché poco venerata), mi è toccato l’anno scorso di dover fare un corso in DAD. Una fatica bestiale: dieci ore di lezione in presenza sono faticose la metà di un’ora a distanza. Ma poi, agli esami, mi è sembrato che le lezioni fossero servite a qualcosa. Solo per dire che, volendo, anche in DAD si possono trasmettere concetti e farli comprendere. Ma tant’è.
La lingua serve per comunicare, cioè per far sì che un pensiero di uno arrivi al cervello di un altro. E la lingua è una convenzione: si dice così perché così tutti capiscono che cosa si vuole dire. Ciò non toglie che la lingua subisca modificazioni continue in ragione della evoluzione culturale e temporale deiparlanti‘, altresì, ciò non toglie che se non si seguono certe regole minime (almeno) si rischia di non capirsi, o, peggio, di dire il contrario di ciò che si intende dire.


Al ‘manifesto’ degli studenti, risponde in modo (secondo me, ironicamente puntiglioso, ma puntiglioso) una insegnate di nome Yasmina Pani in un lungo ‘post’ (ecco, una parolaccia ormai inevitabile) in cui elenca quanti errori, anche gravi, vi sono nel testo degli studenti.
Premetto che sono terrorizzato all’idea che la predetta legga queste righe e elenchi gli … strafalcioni, e non (leggete più avanti) le corbellerie.
Elenca gli errori con puntigliosa ironia, e non con la didascalica fraseologia di quella signora che ha preceduto l’attuale Ministro della Pubblica Istruzione, intesa per lo più ad infilare nozioni con imbuti e a usare la parola ‘corbellerie’ ad ogni piè sospinto. La parola ‘corbelleria/e’ l’ho sentita pronunciare moltissime volte, spesso diretta a me, nel periodo che va dalla terza elementare alla terza Liceo. Dopo non più, fino all’arrivo della predetta Ministra. Solo per dire che spesso la lingua diventagergo‘. Ciò non vuol dire né che il gergo siasbagliato‘, né che le frasi siano incomprensibili. Si tratta dientrarenel gergo, purché privo di errori: gergo sì, ma congiuntivi anche, ben differenziati dai condizionali.
È divenuto, ad esempio, di uso corrente, specialmente in ‘giornalisti’ parlanti e in persone intervistate, l’uso della parola ‘piuttosto’ con un significato diverso da quello della parola, per intendere ‘oppure’. Personalmente ogni volta che lo sento sussulto, ma ormai non c’è nulla da fare: ogni volta devo fare uno sforzo per capire che diavolo il ‘piuttosto’ significhi.
A parte il fatto che spesso il gergo è inutile se non dannoso. Per esempio, quando avevamo la ‘lira’ se ne avevamo per le mani mille, dicevamo ‘mille lire’. Ora abbiamo l’euro, perché diamine non si dica ‘euri’ lo sa Iddio, e quelli che me lo correggono ogni volta che lo scrivo. In Inghilterra e in Germania dicono ‘euros’; noi no, noi siamo speciali. Mah!


Quando l’altro giorno riportavo le frasi del mio giovane amico che richiedeva alla politica, e quindi ai politici e ai giornalisti, un linguaggio più diretto, più stringato, avvertivo sì il rischio di una comunicazione troppo stringata e pertanto superficiale, ma volevo sottolineare proprio che, anche in poche parole si può cercare di esprimere contenuti perfettamente coerenti e ricchi di significato.
Talvolta, certo. Ma i giovani sono italiani anche loro, sono il futuro: se li capiamo e ci facciamo capire forse è un bene.
La comunicazione giovanile, oggi, è vittima dei famosi 160 caratteri. Sì, dico bene, vittima. Perché quel dato di fatto obbliga a ridurre le parole al minimo, ma non necessariamente a privare i discorsi di profondità. Per dirla con una banalità, ‘tvb’ va benissimo invece di ‘ti voglio bene’. Ma dire ‘sbocciare’ e ‘after’ invece di ‘beviamo’ e ‘ci vediamo dopo’, è solo cretino e delinquenziale (capitemi, oggi) quando la ‘ragazza’ viene detta ‘bitch’ … c’è una cultura disgustosa dietro!
Voglio dire che non necessariamente il linguaggio ipersintetico deigiovanicorrisponda ad una loro mancanza di contenuti o di coscienza di ciò che sta dietro certi fatti della realtà. Tanto più -e questo è il punto vero- che il linguaggio della politica, non meno gergale di quello dei ‘giovani’, è spesso (per non dire sempre) contorto, ambiguo, prolisso, anche quando, rarissimamente, è detto o scritto in un italiano corretto. Anzi, molto spesso è detto oscuramente a nuora perché suocera intenda, ma non intenda il marito … mi spiego?


Non sto cercando di fare un discorsetto da salotto. Vorrei dire, dubitando di riuscirci appieno, che se è vero che le sintesi eccessive possono essere superficiali, è anche vero che, visto che la lingua si sta evolvendo in quel senso, occorre che anche il linguaggio politico, e non solo quello, trovi il modo di adeguarsi alle esigenze di stringatezza e di velocità. E ciò per un motivo profondamente … politico!
Molti politicanti hanno perfettamente capito che possono cercare di arrivare al cuore dei giovani usando frasi secche, ma ovviamente superficiali. Questo è un uso distorto del linguaggio giovanile, teso ad ingannare. Ma è anche vero -e qui torno al mio giovane amico- che se le cose vengono dette in modo diretto, non sono solo più chiare, sono infinitamente più oneste … semantema ignoto non solo al linguaggio ‘dei’, ma proprio ‘ai’ politici.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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