sabato, Ottobre 16

I giorni della sinistra italiana nel PSE field_506ffb1d3dbe2

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Da elemento marginale – al punto da esprimere eletti che poi si andavano ad iscrivere a gruppi rivali – a pietra angolare da cui prendere esempio a costo di scadere nell’emulazione. A ridurla ai minimi termini, la parabola che negli ultimi anni il Partito Democratico ha compiuto all’interno del Partito socialista europeo appare come qualcosa di esaltante.

Il partito nazionale che – in termini di consenso e carica innovativa – si ritrova locomotore del treno euro-socialista, è lo stesso partito che per una vita è stato noto ai più unicamente per la rissosità (ancora nel 2009 il congresso di Oporto si era visto costretto a venirgli incontro mediante allargamento della piattaforma nella speranza che questo bastasse a superare certi altrimenti incomponibili dissidi interni sui massimi sistemi) e che – soprattutto – fino a sei mesi fa nel Pse formalmente nemmeno c’era. Un partito che oggi, ancora forte del risultato delle Europee e ancora indenne dal logoramento che altri partiti socialisti al governo stanno subendo, nel Pse non può fare altro che rivendicare un ruolo di guida.

La volata a Renzi è arrivata da più parti. Solo qualche mese fa, a marzo, in occasione del Congresso dei Socialisti a Roma, il leader della famiglia europea aveva voluto fare al Primo Ministro italiano un endorsement che ha subito spazzato via l’iniziale scetticismo della dirigenza europea sul nuovo premier italiano: «I nostri amici italiani» ha detto Schulz nel suo intervento «ce la stanno mettendo tutta per rendere l’Italia un Paese più forte, più giusto, un Paese dove Matteo Renzi ha definito un piano di riforme coraggioso per ridare speranza e futuro all’Italia». Gli fa seguito la dichiarazione del Presidente del partito Sergei Stanishev che enfatizza ulteriormente la storica decisione presa dal Pd di entrare nella famiglia europea: «senza il Pd la nostra famiglia non sarebbe stata completa», ha detto il leader bulgaro.

Che anche nel Pse di “effetto Renzi” si tratti è fuori di dubbio: vero che l’adesione al Partito Socialista era variamente inclusa nei programmi di tutti i contendenti alle ultime primarie per la segreteria del Pd, ma vero anche che, specie in un partito dalla radicata tendenza alla balcanizzazione mediante causa nobile, il piglio necessario per portare a casa presto e bene una partita così delicata è difficile da immaginare nei contendenti usciti sconfitti dalle urne.

«Un punto di arrivo per tante storie, ma anche un punto di partenza» ha commentato il premier italiano subito dopo aver appreso dei 121 sì all’adesione, due astenuti ed un voto contrario. Quello di Beppe Fioroni, che ha votato no in netto dissenso con un’adesione che avviene in maniera – secondo lui – “troppo semplificata perché – ha spiegato – non intende “morire socialdemocratico”. Non la pensa così Massimo d’Alema, che nel ribattere al collega ha detto di  esser «pronto a un seminario con Fioroni per spiegargli l’influenza del cristianesimo sociale nel socialismo europeo». Per D’Alema l’adesione al Pse – che intanto ha cambiato nome in Pse-Socialists & Democrats – «pone fine a un’anomalia»

Ma ciò che soprattutto è vero è che il 40,8% preso dal Pd alle Europee – che è e resta il principale fattore legittimante della prevalenza del Pd nel Pse – è interamente figlio di Renzi. Le elezioni sono state vinte da candidati renziani, che hanno usato una comunicazione renziana ed hanno agito da catalizzatore di voti per il partito, ovviamente renziano anch’esso. Se non è sbagliato affermare che in questo momento il Pd è Renzi, allora non lo è nemmeno concludere che il ruolo trainante del Pd all’interno del Pse è un affare che riguarda più la persona del segretario-premier che il partito tradizionalmente inteso.

Quest’ultimo è un fattore da non sottovalutare. Intanto perché si propone come in grado di archiviare una fase in cui i rapporti della filiale italiana con la casa madre del socialismo continentale non sono mai stati granché. Vuoi a causa delle citate liti da euro-ballatoio innescate dalla fusione di Ds e Margherita, vuoi a causa di una congenita inaffidabilità percepita, le cose tre Pse e Pd non sono mai decollate: ad impallinare cinque anni fa la candidatura di Massimo D’Alema ad Alto rappresentante della Pesc, d’altronde, altri non furono se non gli allora otto capi di governo socialisti che, avendo da sbloccare la partita di Van Rompuy al Consiglio e dovendo trovare un modo per tenere buoni gli inglesi, non si fecero problemi a tirare fuori dal cilindro Catherine Ashton per rottamarci un ex Presidente del Consiglio. Quanto sia stata lungimirante la scelta di puntare sulla signora d’Oltremanica per risollevare le sorti della diplomazia europea lo si sarebbe visto nei cinque anni a venire. Quanto poca fosse la considerazione riservata dai partner socialisti agli amici italiani, invece, era stato chiaro da subito.

Per rendersi conto di come fino ad oggi l’Italia abbia faticato a sfondare nel Pse, d’altronde, basta guardare gli organigrammi: dall’anno della sua costituzione, il Pse non ha mai avuto un Presidente italiano (e sì che l’atto di nascita portava le firme del trio Occhetto-Craxi-Vizzini), ed ancora oggi per trovare un nostro connazionale in un qualche ruolo di rilievo bisogna arrivare al posto di capogruppo a Strasburgo, carica da qualche settimana assegnata a Gianni Pittella.

Va appena meglio se si va a vedere la composizione della commissione guidata da Jean Claude Juncker che si appresta a passare al vaglio del Parlamento. Delle due vicepresidenze spettanti al Pse l’Italia è riuscita a portare a casa quella legata alla carica di Alto rappresentante, andata all’ormai quasi ex Ministro degli Esteri Federica Mogherini. Ritenere questa nomina segno di un qualche cambio di passo nella dialettica tra Pse e Pd sarebbe però fuorviante: sul nome della Mogherini le resistenze interne al partito sono state molteplici (così come lo sono state le spinte affinché a Roma si cambiasse idea e si convergesse su Enrico Letta, tradizionalmente gradito oltreconfine) e la felice conclusione della vicenda è da imputarsi se non unicamente quasi alla pervicacia con cui Renzi ha prima apparecchiato e poi vinto il braccio di ferro per imporre la titolare della Farnesina.

Che questa vicenda abbia lasciato qualche strascico nel Pse, lo ha dimostrato da ultimo la questione della prima vicepresidenza, che spettava al Pse e che Juncker, non senza previa consultazione degli euro-socialisti –  come hanno fatto notare autorevoli fonti da Bruxelles – ha deciso di assegnare a sorpresa all’olandese Frans Timmermans e non già alla candidata italiana.

 

 

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