mercoledì, Aprile 21

I giapponesi e la politica field_506ffb1d3dbe2

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La classe politica è lo specchio del popolo, si dice. In Giappone vi è una visione secondo cui il popolo incarna la sovranità della Nazione stessa; in una sorta di unità armonica e inscindibile. Eppure, questo rapporto apparentemente idilliaco nasconde una conflittualità – quando non un vero e proprio disamore – che ha radici nelle origini stesse della democrazia nipponica.

Un gran numero di sondaggi in Giappone riguardano la fiducia che la gente ripone nella politica del Paese. Il dato che emerge dalle ricerche condotte è che il Giappone presenta un diffuso grado di sfiducia nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti. Un trend che ha continuato a crescere a partire dai primi anni Novanta sino ad oggi, con una breve parentesi nei primi anni del Duemila. Diversi studiosi e gli stessi esponenti della classe dirigente hanno preso consapevolezza di questa problematica, che rende quella giapponese una democrazia ‘anomala’, in cui esiste un profondo gap tra rappresentati e rappresentati, individuandone svariate cause.

Innanzitutto il predominio dell’apparato burocratico sullo stesso apparato governativo. È infatti consuetudine che molti ex-burocrati vengano in qualche modo ‘riciclati’, ovvero riassunti, in ruoli-chiave della politica o di importanti aziende pubbliche. Questa commistione tra il mondo della politica e altri ambiti come quello del business, ha originato una forte interrelazione tra il mondo della politica, quello degli affari e quello della burocrazia, generando al tempo stesso una forte forma di elitarismo e inevitabili episodi di corruzione. Ma soprattutto ha dato vita a una democrazia che è stata definita a ragione ‘indiretta’, che ha cioè finito per escludere quello che sarebbe dovuto essere il suo principale interlocutore, ovvero il cittadino.

Nel corso del Japan Summit 2012 (a pochi giorni dalle elezioni generali che avrebbero visto il ritorno al governo del Partito Liberaldemocratico guidato da Abe Shinzo), durante una sessione dei lavori dedicata alla politica giapponese e alle sue problematiche, Sakuichi Konno, della Japan School of Policy Making, ha affermato che «la burocrazia è uno dei motivi per cui il Giappone non riesce a funzionare come democrazia», aggiungendo che «il problema non sta nel fatto che i burocrati elaborino le leggi. Il problema è che ciò viene fatto secondo la logica dei legislatori e del governo». Così come viene fatto dai vari ministeri, come quello dell’istruzione o dell’agricoltura, che rispondono ciascuno alle proprie logiche interne e non alle reali esigenze del cittadino o del consumatore.

Il prolungato senso di distacco tra i cittadini giapponesi e la propria classe politica ha finito per investire, per estensione, la visione della politica in senso ampio. Il professor Tsuyoshi Mifune, della facoltà di economia della Chuo University, analizza le ‘oscillazioni’ del consenso pubblico e del grado di sfiducia dei cittadini nei confronti della politica, prendendo in considerazione diversi elementi come il lasso temporale, l’età e il background degli individui, il verificarsi o meno di eventi significativi nel mondo della politica, come incidenti, scandali o inadempienze durante una determinata legislazione. Arrivando ad affermare che la sfiducia nei confronti della politica stessa (e non più quindi solamente nei confronti dei suoi singoli rappresentanti) è ormai una questione talmente endemica che tale ‘curva’ di sfiducia «continuerà a essere presente all’interno della società giapponese nel prossimo futuro, anche se dovesse presentarsi un’amministrazione con un elevato livello di sostegno».

Recentemente, rispetto al ‘tradizionale’ sistema burocratico, sta guadagnando terreno una nuova consuetudine, forse ancor più elitaria e aristocratica, quella relativa all’attribuzione delle cariche politiche per via ‘ereditaria’. Alcuni ex-premier come Hashimoto Ryutaro o Koizumi Junichiro , hanno assunto la carica in quanto figli di importanti esponenti della politica.

Altro esempio di questo tipo è rappresentato dall’attuale Primo Ministro Abe Shinzo. Figlio di Abe Shintaro e nipote di Abe Kan, entrambi illustri personalità politiche, è stato eletto Primo Ministro per la prima volta nel 2006. Un breve mandato (appena un anno) terminato in modo decisamente poco brillante, lasciando le redini del governo nelle mani dei Democratici del DPJ (Democratic Party of Japan), il partito di centro-sinistra da sempre storicamente rimasto all’opposizione, sino a quel momento (la quasi completa mancanza di alternanza partitica costituisce un’ennesima anomalia della democrazia nipponica).

In seguito a una serie di errori nella gestione dell’emergenza del terremoto che nel 2011 sconvolse la regione del Tohoku e alla catastrofe nucleare di Fukushima, a cui si aggiunsero una serie di inadempienze e problematiche interne alla coalizione, il DPJ venne penalizzato dagli elettori nel corso delle elezioni politiche del dicembre 2012, cedendo nuovamente il passo ai Liberaldemocratici e allo stesso Abe, ricandidatosi a premier per l’occasione.

Ma il successo di Abe nelle elezioni politiche, così come quello delle successive elezioni del luglio 2013 per il rinnovo della Camera Alta, è stato in realtà un successo a metà. Scarsa infatti, in entrambi i casi, l’affluenza alle urne. La rielezione dell’ultranazionalista e conservatore Abe è stata infatti più il risultato dell’insuccesso del precedente governo democratico, piuttosto che della popolarità di cui gode quest’uomo politico (soprannominato ‘il falco’ per la sua spregiudicatezza) tra i cittadini. Non si può infatti affermare che la possibilità del ritorno all’energia nucleare (che ha causato proteste e manifestazioni in tutto il Paese) o l’emendamento della Costituzione pacifista (che dovrebbe però prima passare al vaglio di uno ‘scomodo’ referendum popolare), ossia alcuni dei punti principali del programma politico di Abe, riscuotano un grande favore tra la popolazione.

Al di là delle ‘grandi speranze’ riposte nell’Abenomics, infatti, rimane il timore strisciante della deriva nazionalistica verso cui potrebbe essere condotto il Paese. Timore peraltro condiviso dalla comunità internazionale, che vede nel continuo rinfocolarsi di tensioni con la Cina e nel deterioramento dei rapporti diplomatici con altri vicini asiatici un possibile rischio per la stabilità della regione e non solo.

A far traballare ulteriormente il consenso pubblico del Primo Ministro, oltre a politiche energetiche impopolari e velleità revisioniste, si aggiungono le visite al controverso santuario Yasukuni (simbolo del passato militarista del Giappone, oggetto di feroci critiche soprattutto da parte di Cina e Corea del Sud) e la recente approvazione della legge sulla tutela dei segreti di Stato. È stata quest’ultima mossa, infatti, a causare un calo di popolarità del premier al di sotto del 50%, per la prima volta dalla sua elezione. La proposta di legge aveva causato la mobilitazione di migliaia di persone, semplici cittadini ma anche giornalisti, scrittori e reporter. La legge prevede infatti pene sino a dieci anni di carcere per chi dovesse rivelare e diffondere quanto stabilito come segreto di Stato.

Le critiche mosse al disegno di legge riguardavano la vaghezza dei criteri di determinazione della segretezza e l’ampiezza degli ambiti. Una norma che, secondo molti, minerebbe i principi della libertà di stampa e il diritto del cittadino all’informazione. E il primo pensiero corre immediatamente a Fukushima e al timore che il governo possa tenere nascoste alla popolazione informazioni cruciali. Il governo la ritiene invece una mossa necessaria per evitare fughe di notizie (già avvenute in passato) e puntare all’istituzione di uno ‘standard’ di intelligence su modello americano.

«Il LDP (Liberal Democratic Party) deve puntare a diventare un partito politico a cui le persone possono avere accesso e cambiare, e sentire che è il loro partito. In altre parole, intendiamo tornare al principio di base dell’essere un partito per il popolo». «Affinché sia possibile apportare modifiche al sistema politico giapponese, dobbiamo fare in modo che la democrazia, con un popolo sovrano, funzioni correttamente.» Così aveva affermato Shigeru Ishiba, Segretario Generale del Partito Liberaldemocratico, in un contributo per la conferenza Discuss Japan – Japan Foreign Policy Forum dello scorso febbraio.

Eppure, al momento, il Primo Ministro Abe sembra non voler dare alcun peso alla voce della gente, rimanendo sordo alle proteste e alle critiche, sia interne che esterne, e puntando dritto alla realizzazione del suo programma di governo. C’è da chiedersi per quanto tempo ancora il ‘falco della politica’ sarà in grado di mantenere salde le redini del Paese senza una diffusa base di consenso pubblico e senza una reale coesione all’interno della sua stessa coalizione di governo.

 

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