lunedì, Ottobre 18

I due lupi tra psicoanalisi e teologia

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Per chi non la conoscesse si tratta di una leggenda del popolo dei Cherokee. Un anziano racconta ai bimbi del villaggio come nel suo cuore ci sono due lupi: uno nero che ovviamente è quello cattivo e uno bianco che è quello buono, e questi due lupi combattono una lotta incessante. Quando i bambini gli domandavano quale lupo vinceva, l’anziano guerriero rispondeva: «Quello che nutro di più».

Ovviamente i cultori della materia non mi passerebbero questa riduzione, il racconto originale è molto più lungo e dettagliato e qui l’ho stretto perchè lo prendo come punto di partenza per una riflessione su Papa Francesco e la Chiesa di oggi.

Questa stessa fiaba, questo racconto, questa metafora, è stata recentemente utilizzata proprio da Papa Francesco che voleva ovviamente dire che dobbiamo educarci alla misericordia, alla bontà, all’accoglienza e questa storiella laica si presta in modo molto efficace allo scopo.

A proposito di dettagli, a me fa molto specie vedere un Pontefice che usa un principio psicanalitico per raccontare la misericordia di Dio. Mi fa specie perchè grazie ai libri letti, spesso a spezzoni, so che psicoanalisti e teologi nella storia anche solo del ‘900 se le sono date di santa ragione e vedere che ora un principio basilare della psiconalisi viene usato da un Pontefice mi fa molto piacere e mi spaventa al tempo stesso.

Mi fa piacere perchè dopo la guerra è arrivata la pace, mi spaventa perchè non c’è memoria di quella guerra che, invece, va ricordata, anzi direi che va conosciuta.
Parlando di queste cose mi viene in mente la lucidità con la quale Massimo Recalcati (‘Introduzione alla psicoanalisi contemporanea. I problemi del dopo Freud‘, Mondadori 2003), parla della ‘pretesa strutturale’ (p. 21) della teoria di Melania Klein. Riducendo molto questi pensieri complessi e articolati potremmo dire che la pazzia è dentro ognuno di noi, come è dentro di noi quel lupo nero. Sono una miriade di elementi alcuni genetici, alcuni educativi, alcuni ambientali che portano alcuni a manifestare la pazzia e altri no. Ma la pazzia fa parte di noi e ognuno di noi può diventare pazzo e proprio questa teoria kleiniana della pazzia che in potenza è dentro ogni persona è quella che troverà seguaci e si diffonderà.

Se il Papa del 2015 può usare una metafora laica che fa riferimento al pensiero di Melania Klein per spiegare la misericordia, è proprio perchè questo pensiero è stato completamente accolto e oggi fa parte della nostra quotidianità.

Sono i grandi seduttori e le grandi seduttrici che nella storia riescono ad avere successo e a trovare chi porta avanti la loro teoria. Uno di questi è certamente Agostino del quale sembra impossibile poter parlare male tanto la sua figura si staglia scura nel firmamento. Eppure è proprio lui il responsabile di uno dei più grossi guai teologici.
Il teologo Vito Mancuso lo riassume così: «Ego vero evangelio non crederem, nisi me catholicae ecclesiae commoveret auctoritas». (Contra ep. Man. 5,6) Tradotto in parole semplici,  significa che bisogna credere perché lo dice la Chiesa e di per sé la cosa non è sbagliata. Lo diventa se si entra nel dettaglio e ci si rende conto che per questa strada s’è falsato un po’ tutto. Nel suo articolo su Repubblica del 14 marzo 2014 Vito Mancuso dice che Agostino con quella frase ha fondato «il modello della fede che fa del cristiano un ecclesiastico, cioè un membro di una struttura di cui deve accettare la dottrina».

Al di la del fatto che ognuno possa cestinare o mettere su un piedistallo queste parole di Vito Mancuso, un punto va colto con più chiarezza possibile. Non c’è nulla di male che una o un milione, un miliardo di persone abbiano impostato la loro vita sua una fede ecclesiale, ‘accettare la dottrina’. Questo lo si deve accettare, come si deve accettare che altre persona abbiamo scelto di mettere in crisi la loro fede ecclesiale per arrivare o anche non arrivare mai ad una fede filosofica nella quale se si arriva a credere lo si fa per un percorso interiore che in qualche modo ha fatto a botte con il passato.
E’ certamente un bene che il pontefice attuale possa usare una storiella Cherokee per spiegare che la misericordia non piove dal cielo già bella pronta per essere usata. Non c’è dubbio su questo. E’ anche un bene che ci si metta a riflettere sulla differenza tra fede ecclesiale e fede filosofica. Il problema è che raramente di questi percorsi di vita si riesce a parlare serenamente dentro e fuori la Chiesa.

E’ indubbiamente necessario creare degli spazi di riflessione nei quali sia possibile per persone di diversa estrazione confrontarsi sul tema del senso della vita e della propria fede, anche se va detto, a onor del vero, che spesso e volentieri questi passaggi, dalla fede ecclesiastica alla fede filosofica, sono caratterizzati da un certo grado di violenza. Coloro che leggendo o parlando scoprono di essere stati educati ad una fede ecclesiastica e intraprendono un percorso di verità verso una fede filosofica possono passare anche anni a demolire la loro educazione e possono farlo anche con una certa furia dettata dal dolore che provano. Anche per questo è così frequente la polemica su questi temi.

Prima di chiudere su questo breve ragionamento sui due lupi, credo vada detto che ogni percorso di verità va rispettato anche quando magari si mostra con il suo volto aggressivo e violento. Ci sono persone che rimangono rancorose e rabbiose verso la chiesa fino al letto di morte e questo non va inteso come uno sbaglio. Sono percorsi di vita che vanno rispettati dentro quella misericordia laica e cristiana che accetta che ognuno abbia la sua strada da percorrere.

 

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