lunedì, Giugno 21

I 'doveri' di Modi

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Narendra Modi, Primo ministro indiano, ha parlato per la seconda volta alla nazione dai bastioni del Red Fort il 15 agosto, giorno del sessantanovesimo anniversario dell’indipendenza indiana. Lo scorso anno il suo discorso nel giorno dell’indipendenza era stato ampiamente apprezzato; aveva elogiato tutti i suoi predecessori, in particolare quelli che si erano trovati  per caso dalla parte del Congresso, il partito che ha governato l’India indipendente per quasi sessant’anni. In quell’occasione Modi aveva risollevato le speranze e le aspirazioni di tutti gli indiani, ma quest’anno, quando si è rivolto alla nazione, le cose sono apparse molto diverse: la politica indiana è molto frammentata, da un lato il Congresso in opposizione paralizza il Parlamento, dall’altro il consenso politico sui programmi di sviluppo è più debole che mai.

Se è vero che la politica si basa più sulla percezione che sulla realtà, sembra che finora quello di Modi non sia stato un governo redditizio. Di fatto Modi avrebbe potuto prendere molte decisioni ma ha agito senza controllare il loro sviluppo. Sta diventando sempre più evidente che il gabinetto di Modi è terribilmente a corto di talenti. Ovviamente, rispetto a come il suo partito sta cercando di progettare il governo, la gente pensa ancora che questo governo sia esente da scandali finanziari. Però, come giustamente dice il diplomatico Madhup Mohta, “il nucleo elettorale di Modi, costituito in prevalenza da giovani istruiti, sta diventando sempre più disilluso e questo è il problema più grande: Modi sta cominciando a perdere la battaglia dei social media”.

Poiché i giovani al di sotto dei 35 anni costituiscono la maggioranza degli 1,28 miliardi di indiani, i dividendi demografici del paese potrebbero costituire la sua più grande risorsa, purché ci siano abbastanza posti di lavoro e occupazioni redditizie per loro. Questo, a sua volta, richiede un passaggio dall’agricoltura all’industria che, pur contribuendo solo del 14% al PIL del Paese, rimane la fonte di sostentamento di oltre la metà della popolazione. Inoltre, l’industrializzazione ha bisogno di lavoro, terre, tecnologie e capitali. L’India non possiede abbastanza capitali e di conseguenza tecnologie avanzate. Perciò ogni governo parla di allettanti investimenti stranieri sia in termini di capitali che tecnologici. L’India possiede abbondante manodopera, anche se scarsamente specializzata. Molte terre sono attualmente in mano ai privati, ma si dà il caso che la terra sia spesso frammentata e per lo più di proprietà di piccoli agricoltori. A meno che questi piccoli agricoltori non vendano le loro terre al governo o all’industria e a meno che non si crei un adeguato commercio di terreni, le due grandi promesse di Modi, l’industrializzazione dell’India e la creazione di nuovi posti di lavoro, rimarranno solo un sogno.

Nel 2013 il partito del Congresso, allora al potere, aveva attuato una grande manovra allo scopo di procacciarsi voti; il governo di Manmohan Singh aveva siglato un Atto di Acquisizione delle Terre che conteneva, tra le altre cose, alcune disposizioni che imponevano una valutazione dell’impatto sociale dell’acquisizione e del 70-80% dei consensi dei proprietari terrieri locali. Questo ha determinato dal 2013 l’assenza di acquisizioni di terre per l’industrializzazione. Se le disposizioni dell’Atto del 2013 verranno attuate senza contestazioni, ci vorranno comunque almeno quattro anni per acquisire i terreni. Naturalmente Modi ha voluto snellire i processi di compravendita dei terreni per agevolare la sua politica di creazione del lavoro senza mettere in pericolo la sua rielezione nel 2019.

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