lunedì, Agosto 2

I diversivi di Putin field_506ffb1d3dbe2

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Putin riforme

Il tempismo non è una qualità scarseggiante a Mosca, o quanto meno nella Mosca diplomatica. La recrudescenza della crisi ucraina minaccia davvero di isolare la Russia in campo internazionale, dove anche tra i suoi amici non si vede certo di buon occhio il protrarsi e addirittura l’aggravarsi, con danni per tutti, di un conflitto che Mosca non può negare di contribuire, come minimo, ad alimentare. I limiti dell’amicizia si erano già vistosamente manifestati in sede di voto all’ONU sull’annessione della Crimea.

Gli echi, adesso, dell’abbattimento del Boeing 777 malaysiano con le sue trecento vittime di tutte le nazionalità non sono ancora registrabili nella loro pienezza. Non basterà comunque al Cremlino declinare ogni responsabilità diretta e specifica per l’accaduto e tanto meno scaricarla sui dirigenti di Kiev. Ai quali, del resto, sembra finora propenso ad addebitare solo quella indiretta in quanto, a suo avviso, iniziatori del conflitto.

In compenso, Vladimir Putin e i suoi collaboratori stavano già muovendosi come se presentissero di doversi premunire contro il pericolo di venire messi con le spalle al muro dagli sviluppi nel Sudest ucraino, compreso naturalmente l’incombere di sanzioni occidentali particolarmente pesanti e temibili, come è ormai chiaro, da parte russa. Le loro più recenti mosse ed iniziative, d’altronde, segnano nuovi passi in una direzione già imboccata da alcuni anni, secondo un indirizzo strategico di largo respiro.

Nel quadro di un programma di affermazione (o, se si vuole, riaffermazione) di un naturale ruolo di primo piano della Russia a livello mondiale non era mancata la dimostrazione del particolare interesse per l’America latina, un subcontinente in sensibile crescita economica e in emancipazione ormai avanzata dall’egemonia degli Stati Uniti. Lo aveva sottolineato la visita del capo del governo, Dmitrij Medvedev, in alcuni Paesi tra i più importanti, nel febbraio 2013.

Ora è stata la volta dello stesso Putin, che nella prima metà di luglio ha soggiornato a Cuba, Nicaragua, Argentina e Brasile, per una missione le cui molteplici motivazioni e i cui obiettivi più o meno ambiziosi hanno ricevuto ampio risalto. La stampa russa non ha lesinato l’elencazione delle risorse latino-americane che fanno gola a chiunque (ad esempio il 90% delle riserve mondiali di litio) né delle possibilità di cooperazione bilaterale reciprocamente vantaggiosa in campo sia commerciale sia tecnico-industriale.

Ai partner della regione la Russia offre in primo luogo, come a tutti gli altri, forniture di materiale bellico, ma anche assistenza per l’attuazione di programmi missilistico-spaziali (come nel caso del Brasile) o per lo sviluppo dell’energia nucleare; un accordo al riguardo è stato firmato con l’Argentina. Un capitolo a parte costituisce il ribadito interesse di Mosca per la progettata apertura di un nuovo canale interoceanico alternativo a quello di Panama, indirettamente controllato dagli USA.

L’opera dovrebbe essere realizzata nel Nicaragua, dove Putin ha fraternizzato con un vecchio amico dell’URSS come il “comandante” sandinista Daniel Ortega, inamovibile presidente di ritorno della piccola repubblica centro-americana. E dove, peraltro, la ventilata partecipazione russa al faraonico progetto sarà inevitabilmente oscurata da quella ben più massiccia della Cina, comunque non sgradita a Mosca, oggi come oggi, per ragioni squisitamente politiche.

Non meno caloroso è stato l’abboccamento del presidente russo con i fratelli Fidel e Raul Castro che continuano a governare Cuba. Qui il gelo che era calato sugli storici rapporti tra L’Avana e Mosca dopo il crollo dell’URSS, grande protettrice dell’isola caraibica ostracizzata da Washington, sembra essersi definitivamente disciolto grazie anche al condono pressocchè totale, proprio in questa occasione, del vecchio debito cubano (30 miliardi di dollari).

Resta da vedere fin dove arriverà il disgelo. Putin ha smentito su due piedi la notizia, diffusa da un quotidiano moscovita, della riapertura nell’isola di un centro di osservazione elettronica, ossia spionaggio, usato dall’URSS durante la guerra fredda per controllare quando succedeva nella Florida (distante 250 chilometri) e in qualche altra parte degli USA. Denominato ironicamente Lourdes, l’impianto era stato chiuso per ordine dello stesso Putin, nel 2001, perché troppo costoso.

Una smentita credibile? Probabilmente sì, tenuto conto che la semplice notizia, anche se falsa, potrebbe comunque bastare per segnalare alla Casa Bianca a quali misure il Cremlino potrebbe ricorrere qualora le pressioni soprattutto americane  sulla Russia, dal suo punto di vista ingiustificabilmente ostili, dovessero provocare un inasprimento della tensione.

Il caso Lourdes assomiglia del resto a quello di eventuali basi navali russe in questo o quel paese del subcontinente a cominciare da Cuba, dove comunque era già nell’aria e sembra adesso confermata la concessione di un punto di appoggio tecnico-logistico per la marina militare russa paragonabile a quello di cui essa dispone, nel Mediterraneo, sulla costa siriana. Interrogato al riguardo, un dirigente dell’Istituto per l’America latina dell’Accademia delle scienze russa ha precisato che poiché basi navali vere e proprie non servono “per ora” non se ne parla.

Se ne parlerà, magari, se e quando Mosca riuscirà a convincere gli interlocutori latino-americani della necessità di aprire un discorso costruttivo sulla tutela della sicurezza regionale non solo mediante il rafforzamento militare dei singoli Paesi del subcontinente anche con armi russe. Qui gli ostacoli non mancano, dalla difficoltà di mettere d’accordo soggetti che non brillano per naturale coesione alla renitenza della maggioranza di loro, emancipati quanto si voglia dall’egemonia USA, a dissociarsi eccessivamente e anche solo implicitamente dal “colosso del nord”.

Benchè pesino in proposito soprattutto gli interessi economici, è proprio su questo terreno che le iniziative della Russia potrebbero produrre più facilmente effetti concreti anche se, almeno nei tempi brevi, circoscritti. Putin è impegnato da tempo come nessun altro a promuovere la cooperazione economico-finanziaria tra i cinque del gruppo BRICS. Costituisce perciò un successo anche personale un altro motivo dominante della sua missione latino-americana: la decisione presa dal loro vertice a Brasilia di creare un comune Fondo di riserva valutaria, complementare e al limite alternativo al Fondo monetario internazionale tradizionalmente dominato dai Paesi occidentali.

Si può ben parlare anche qui di tempestività, per di più duplice data la concomitanza sia con l’acutizzazione della crisi ucraina sia con il 70° anniversario degli accordi di Bretton Woods da cui nacquero l’FMI e la Banca mondiale. Due organizzazioni, cioè, di enorme peso negli affari e nella vita stessa del pianeta oggi globalizzato (basti pensare alla crisi greca) e tuttavia con seri problemi di credibilità, spesso duramente criticate e contestate (in America latina forse più altrove) e comunque bisognose di riforme che però tardano ad arrivare. .

La più ovvia di esse dovrebbe essere l’assegnazione alla Cina di una quota del FMI adeguata al suo potenziale economico-finanziario. Oggi Pechino ne conserva una che le conferisce un diritto di voto inferiore a quello del Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo). Questa ed altre riforme incontrano soprattutto la resistenza del Congresso USA, mentre Barack Obama sarebbe favorevole, ma la stessa Cina sembrava cercare preferibilmente dei diversivi puntando piuttosto sulla creazione di nuovi istituti finanziari asiatici soggetti alla sua egemonia.

Si vedrà ora se Pechino si accontenterà dello spazio accordatole nel neonato Fondo dei BRICS, nel cui capitale, fissato almeno inizialmente in 100 miliardi di dollari, la quota della Cina sarà del 41% contro il 18% ciascuno di India, Russia e Brasile e il 5% del Sudafrica. L’apporto cinese sarà determinante anche per la funzionalità di un altro organismo del quale è prevista l’istituzione, la Banca per lo sviluppo destinata a finanziare progetti infrastrutturali nei Paesi emergenti.

Non è invece chiaro se siano state accolte le proposte russe per la fondazione di un’associazione energetica comprensiva di una banca ausiliaria per i combustibili e un istituto per la politica energetica, che ovviamente stanno a cuore a Mosca in modo particolare. Una certa riluttanza ad istituzionalizzare le attività del gruppo nel loro insieme traspare inoltre dal rinvio dell’eventuale creazione di un segretariato permanente.

Il Fondo valutario, che avrà sede a Shanghai, analogamente al FMI userà il proprio capitale per soccorrere gli Stati membri in crisi di liquidità e comunque in situazioni di emergenza finanziaria. Non sorprende perciò che si parli di una possibile aggiunta ai BRICS dell’Argentina, ricaduta nel novero dei Paesi a maggiore rischio di default e in pessimi rapporti sia col FMI sia con gli USA. Dalla Russia, dove si ricorda volentieri che si tratta di una potenza cerealicola che negli anni ’80 non esitò a violare l’embargo sull’export decretato da Washington contro l’URSS, non si dovrebbero sollevare obbiezioni.

A Mosca, intanto, da Putin in giù si tiene a precisare che per realizzare i programmi di cooperazione ed attuare le stesse decisioni già prese dai BRICS occorreranno tempo e pazienza, senza sopravvalutare quelle che in fondo sono soprattutto dichiarazioni di intenti. Qualche esperto arriva anzi ad affermare che lo scopo perseguito è più che altro quello di “dimostrare al mondo il rapporto di amicizia che lega i Paesi associati”.

Da un lato, ciò potrebbe significare in pratica che Russia e soci mirano soprattutto a fare blocco per modificare a proprio vantaggio i rapporti di forza all’interno del FMI e della Banca mondiale, tenuto conto che né a Mosca né a Pechino come nelle altre capitali del gruppo sembra prevalere nonostante tutto una spinta oltranzistica a rompere con l’Occidente, mentre è certo che lo stesso vale, sempre malgrado tutto, a termini invertiti.

Semmai, c’è da domandarsi se non rischia di rivelarsi controproducente, sia in sede BRICS sia nei rapporti con l’America latina, una marcata tendenza russa, ancora da Putin in giù, a calcare un po’ troppo la mano sulla ricerca di solidarietà nelle attuali pendenze con l’Occidente e sulla necessità di rafforzare una cooperazione anche politica rispondente, sembrerebbe, soprattutto a specifici interessi russi.

Putin, ad esempio, ha proposto di instaurare regolari consultazioni tra i rispettivi Ministeri degli esteri sui diversi conflitti regionali, allo scopo dichiarato di coinvolgere amici e potenziali alleati negli sforzi per raffreddare le zone calde del pianeta, compresi Iraq e Siria minacciati dall’estremismo terrorista ma anche l’Ucraina dove simili qualifiche vengono affibbiate con eccessiva facilità. Il rischio, insomma, è quello di mettere le amicizie a prova troppo dura e di compromettere convergenze che rimarrebbero altrimenti utili ad ogni buon fine.

 

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