mercoledì, Agosto 4

I diritti dei lavoratori ed il capitalismo feudale delle piattaforme digitali Una sentenza ufficializza che, con i riders, non ci si trova di fronte a lavoratori occasionali, ma ad umani con titolarità giuridica, inseriti a tutto tondo nell’organizzazione d’impresa. Ma la lotta continua ...

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In quest’epoca in cui ogni immagine della società viene rifratta istantaneamente dalla società dell’immagine in un ‘evento’ in cui ogni emozione diviene falsamente ‘unica e storica’, cosicché tutto è storicità solo nell’istante in cui accade per cui dunque nulla è più storico, una notizia del 24 febbraio scorso assume il carattere di ‘prima voltaper cui nulla sarà uguale a prima. Mi riferisco alla ‘storicasentenza emessa dalla Procura di Milano nei giorni scorsi con cui per la prima volta nel mondo globale il delivery delle piattaforme digitali del cibo, pezzo del mosaico del capitalismo della sorveglianza feudale regolato dagli algoritmi (un procedimento che risolve un determinato problema attraverso un numero finito di passi elementari in un tempo ragionevole), si vede frenare la propria corsa finora inarrestabile.

Così le piattaforme digitali Glovo, Uber eats, Just Eat e Deliveroo si sono rese responsabili di sfruttamento di almeno 60 mila ciclofattorini che viaggiano pericolosamente nelle nostre città, ragion per cui dovranno pagare 733 milioni di euro di ammenda con l’obbligo di assumere quei lavoratori fintamente autonomi ed occasionali, ultima furbizia per dei lavoratori a tutti gli effetti para-subordinati. Naturalmente se le aziende si convinceranno con un minimo se non di vergogna, che non hanno, almeno di consapevolezza a pagare almeno un quarto della cifra massima delle ammende comminate.

Una sentenza che arriva dopo la silente indifferenza di ben tre governi, tra cui probabilmente quello più restìo ad accordare dignità a questi ragazzi che faticano con pericolo per pochi soldi, ovvero del ‘pugnalatore seriale alle spalle’ Matteo Renzi, ‘amico’ del futuro, suo demagogico e metafisico cavallo di battaglia, che tra le tante nefandezze buffonerie narcisismi egolatrie si aggiudica la palma, vabbé facciamo un ‘mini tronchetto della felicità’, del più cinico politico. Forse non solo italiano, con la sua intervista ‘leccata’ da lavoratore subordinato ad 80 mila euro l’anno ad un regime autoritario come l’Arabia Saudita che soffoca la libertà ed i diritti alle persone in primis le donne che incarcera perché pretendono di guidare! (chissà cosa ne pensa l’Agnese moglie del rignanese e se è libera di guidare…), sfrutta i molti lavoratori lì immigrati con salari da fame, il cui costo del lavoro è stato tanto invidiato dall’ex giovine ‘Letta stai sereno’, nella sua tristemente fumosa genuflessione ai piedi del suo giovane dittatorello, MBS, Mohamed Bin Salman

Intanto in altre parti del mondo cominciano ad emergere e a dare segni di vita comitati di protesta ed avvocati, come in Cina. Riguardo all’algoritmo, le cui proprietà comuni sono l’atomicità, la non ambiguità, la finitezza, la terminazione e l’effettività, specifica che i passi devono essere eseguiti in sequenza, salvo diversa indicazione e costituisce il campo di applicazione della matematica e dell’informatica. Al contrario di quanto si pensi, il concetto non è affatto di generazione recente, utilizzato in tutte le aree dell’IT (Information Technologies) essendo la parola derivante dal nome del matematico Mohammed ibn-Musa al-Khwarizmi, che faceva parte della corte reale di Baghdad e che visse tra il 780 e l’850 circa, uno dei primi ad averne utilizzato il concetto nel libro ‘Regole di ripristino e riduzione’. Si tratta in sintesi di calcoli matematici con cui predire il futuro, la nuova scienza delle previsioni con cui la nostra epoca cerca di sostituire antiche propensioni al rischio di cui sono permeate le nostre azioni e decisioni. Con un non malcelato interesse a ridurre l’imprevedibilità e l’alea del caso nel corso d’azione di ciascuno di noi. (ne ho già parlato in questa sede occupandomi nei mesi scorsi de ‘La civiltà delle macchine’, dei rapporti tra umano e transumano, nello stato di avanzamento del confronto tra uomini e macchine. Rimando all’archivio de L’Indro).

Vince in prevalenza oggi non chi è più bravo nel senso ormai solo classico di competente studioso d’intelligenza flessibile ma chi è in grado di veicolare, prevedendole, le parti emotive e razionali di noi. Ciò che l’algoritmo riesce a determinare al punto d’arrivo del suo manifestarsi sotto forma di prevedibilità, nasconde al suo interno caratteri oscuri che inducono timori ed attenzione nel loro utilizzoormai strutturato nella realtà sociale. È ciò cui ci mette in guardia il fisico Alessandro Vespignani quando afferma che “non bisogna fidarsi troppo degli algoritmi… perché i software riflettono i pregiudizi di chi li ha creati, perché sono scritti dagli esseri umani e si forniscono di big data forniti dagli esseri umani. Se fatti bene ci danno informazioni in più sulla realtà” (la Repubblica, 23 ottobre 2019).

Insomma ciò che inputizziamo quello troveremo, un poco come i sondaggi che variano a seconda del tenore delle domande, del posizionamento delle parole, se con riposte binarie, si-no, ovvero per risposte multiple, ecc. Due i pericoli potenziali: il carattere di prevedibilità degli eventi e la sostanziale standardizzazione degli atti, comportamenti, scelte cui siamo sempre più chiamati nel nuovo regime globale conformistico di massa. Gli esempi sono molti e se ne ritrovano tracce di presumibili sottotesti, o traduzioni del testo primario emergente interpretato da chi lo recita, in molti programmi televisivi. Tema da approfondire.

Torniamo al potere dell’algoritmo, nuovo oracolo di un’epoca articolata e segmentata nella sua rifrazione globale, alla ricerca di nuove formattazioni comportamentali e di pensiero. Pensiero che tende tanto più a ridursi e conformarsi quanto più il mondo è andato allargando il carattere di imprevedibilità ed incertezza con cui fanno i conti le nostre esistenze ogni attimo della vita sociale quotidiana. Queste modalità conformistiche di standardizzazione calibrate su modelli matematici sono i temi su cui in Cina sono cominciate ad esplodere e diffondersi proteste e scioperi, azioni encomiabili e non agevoli in un paese dittatoriale. Un esempio tra tutti. Dal 2016 vi è una concorrenza spietata tra due piattaforme, Meituan ed Ele.me che controllano il 90% del mercato delle piattaforme di consegna del cibo, che ha aggravato le condizioni dei riders. Entrambe le società per rispondere al meglio alle maggiori richieste di recapito di cibo a casahanno ridotto i tempi di consegna. Così se prima per un ordine a 3 chilometri di distanza i fattorini motorizzati avevano 1 ora, il tempo è stato ridotto di 15 minuti nel 2017 e di altri 7 minuti l’anno successivo! (il manifesto, 1 dicembre 2020). Restando solo 38 minuti, più di un terzo in meno! Scegliendo i fattorini, i lavoratori sfruttati, per la vicinanza al ristorante, il luogo di consegna, la direzione del percorso. Naturalmente tenendo conto del fatto se piove, quanti semafori vi siano lungo il tragitto, le buche, il traffico…

Insomma ci vuole un fisico ed un equilibrio mentale bestiali per un lavoro che appare agli occhi di molti svolto da invisibili a cui non prestiamo alcuna attenzione nelle nostre strade. Poi quando per l’ansia e la fretta ci tagliano la strada li mandiamo a quel Paese dove vorremmo confluissero tanti indesiderabili, non ci rendiamo conto del rischio della vita che corrono. Infatti in Cina nel 2018 dei 121 incidenti in cui sono stati coinvolti i fattorini, 19 sono risultati mortali. Significa ca. il 16%, 1 persona su 7, pare poco. Se ciò accadesse in ogni luogo di lavoro che viviamo e frequentiamo, come minimo bloccheremmo tutto incrociando le braccia nel mentre andiamo a denunciare alle autorità competenti un lavoro di tale pericolosità, chiameremmo i sindacati, per quanto ormai molto asfittici ed incapaci di realmente tutelare lavoratrici e lavoratori, e poi promuoveremmo altre azioni. Le due società cinesi dinanzi a queste prime modalità di protesta organizzate hanno ampliato di poco, 8 minuti, il tempo della consegna, mentre una nuova funzione sulla schermata dell’app permette al cliente impaziente di segnalare che sarebbe disposto ad aspettare da 5 a 10 minuti in più! Se questa non è una forma di sfruttamento….

Tra le brutte quattro compagnie in Italia, tra l’altro, una Uber Eats era già finita in amministrazione giudiziaria per caporalato sui riders (ne ho parlato qui diffusamente il 16 giugno 2020). Da quanto sin qui detto emergono alcune considerazioni precipue dell’epoca. Innanzi tutto, siamo dinanzi sempre più ad una società che si dematerializza, dove funzioni, decisioni, scelte in ambito lavorativo convergono attorno ad una nuova forma di organizzazione del lavoro che viene impartita sì da umani che gestiscono le compagnie, capi e capetti, ma in realtà anche loro per primi dipendenti di un modo di produzione capitalistico digitale le cui regole di disciplina vengono impartite da un calcolo anonimo, senza volto, soma, emozioni, che è un algoritmo che incrocia dati e caratteristiche del dipendente fattorino e poi emette una sequenza di istruzioni per risolvere un problema o raggiungere un obiettivo. Insomma se nella forma iniziale il capitalismo della prima rivoluzione industriale viveva del confronto acceso fisico diretto tra venditori della propria forza lavoro ed acquirenti della medesima, ciascuno cercando di spuntare il prezzo più conveniente, insomma il duro scontro capitale-lavoro, si è poi passati alla fase di delocalizzazione delle produzioni con la crisi dello Stato-nazione e la diffusione del trasnazionalismo proprietario. Quella che chiamo ‘seconda modernità’.

Cosicché ad un conflitto sociale prima acceso e concreto, visibile ed empatico, si è venuta sostituendo una deterritorializzazione dell’assetto proprietario, già non più in capo al ‘padrone del vapore’, il tradizionale padrone capitalista che ‘viveva’ la fabbrica e ne era espressione fisica presente. Cosicché si sono cominciate a diffondere forme di evanescenza produttiva con mancati confronti tra chi lavora in fabbriche o uffici e chi le rappresenta, ormai non più singoli capitani d’industria poiché sostituiti da consigli d’amministrazione il cui unico credo è di spuntare profitti più ingenti possibili per i suoi azionisti. Il conflitto sociale lavorativo si è andato comprimendo e spegnendo per l’assenza dell’avversario di classe, ormai ridotto ad uno stato gassoso. Con fabbriche ed officine governate da sistemi sempre più automatizzati con cui non poter dialogare e confrontarsi. Per arrivare alla forma diffusa frammentata incolore ed inodore dell’attuale capitalismo delle piattaforme digitali, la ‘terza modernità’, dove il comando umano è presente ma i cui comandi, vincoli e procedure vengono impartiti non più a voce, come nelle chiamate ai servizi alle persone dove da anni vi sono voci registrate, mancata reciprocità ed afasia relazionale terribile, con, appunto, tasti da premere a seconda della necessità, veicolata in forme standardizzate.

La sentenza di cui ho detto all’inizio modifica il piano del capitale, si sarebbe detto in tempi ideologici veri contro la falsa adesione conformistica odierna tipica del regime del postmoderno per cui i problemi non si risolvono più, si spostano solo un poco più in là, tanto poi ci penserà il tempo a fiaccare quanti pretendono che i propri diritti, come quelli che li hanno, vengano fatti rispettare. Come nel caso in questione che ufficializza che ci si trova dinanzi non già a lavoratori occasionali, ma ad umani con titolarità giuridica inseriti a tutto tondo nell’organizzazione d’impresa. Costituendo difatti il capitale più importante, quello umano, senza il quale la piattaforma sarebbe solo un guscio vuoto. Il Procuratore di Milano Francesco Greco, uno dei meno visibili, ma dei più seri durante lo scandalo di Tangentopoli, ha difatti così ben sintetizzato la questione: “Oggi non è necessario un approccio morale al tema, ma un approccio giuridico: non è più il tempo di dire che sono schiavi, ma che sono cittadini che hanno bisogno di una tutela giuridica”. Appunto quella che oggi viene negata a molti, anche a quelli che credevano di essere garantiti. La lotta continua…

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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