lunedì, Ottobre 18

I dilemmi italiani mentre la variante Delta modifica l’agenda Politica, economia, salute, società ed Europa. Finita l’ebbrezza di Wembley il confronto resta duro tra progetti tracciati e conflitti difficili da governare. E dire che agli 'europei' siamo sembrati cosi 'uniti'…

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L’ebbrezza del dopo crisiè durata lo spazio di qualche notte di moderate sfrenatezze nelle nostre piazze grazie agli azzurri vincitori di Wembley e anche grazie alla promessa di Wimbledon.
Un’intera generazione si è dichiarata pronta a firmare l’armistizio unilaterale con Coronavirus, andando nella Cassibile rappresentata dal bus della Nazionale a entusiastico passo d’uomo per Roma.
Cassibile per chi non se lo ricorda -e senza forzare troppo la metafora- era il comune in Sicilia in cui il generale Castellano, per mandato e delega di Badoglio e dopo l’arresto di Mussolini, firmò il 3 settembre 1943 con gli angloamericani l’armistizio unilaterale che avrebbe dovuto portare subito alla pace. Ma che, facendo infuriare Hitler, significò la tragedia dell’8 settembre e due anni di guerra civile.
Poi -incassata la pace sportiva, sigillata al Quirinale e a Palazzo Chigi- l’Italia ha riaperto gli occhi su dilemmi che naturalmente non si sarebbero dissipati per incanto.
Quelli che restano nella prima pagina delle notizie oggi, lunedì 19 luglio, una settimana dopo che gli italiani sono apparsi al mondo uniti e simpatici e gli inglesi invece poco ‘pazienti’ (The English Patient, Oscar 1996), permalosi e scostumati, sono di diversi generi. Che non ci vedono uniti e spesso nemmeno simpatici. E che riassumiamo qui per vedere brevemente se i nessi che presentano sono governabili, ingovernabili o qualcosa di mezzo.

Il dilemma Covid
La variante Delta sprigiona una carica virale 1.260 volte più alta della precedente Alfa, con trasmissibilità maggiore tra il 40% e il 60%. Ci si può contagiare più rapidamente e ci sono più opportunità di contagiare gli altri. Tutti convengono sul dato che ‘gli over 60 scoperti sono troppi‘ (finora i decessi appartengono al 94% a questa fascia). Intanto l’età media dei contagiati in Italia si è abbassata sotto i 30 anni. In Spagna e in Inghilterra l’impennata Delta è paurosa. Fattore di freno (però meno grave che in Francia) è il 15% stimato di no-vax (contrari al buio) e di ni-vax (contrari con argomentazioni) in media nella popolazione, ma anche tra operatori sanitari e dell’istruzione.

Il dilemma Europa
L’effetto Draghi continua a trainare l’inclinazione favorevole di Bruxelles verso la posizione italiana e verso la progettazione italiana (PNRR). A patto che le condizioni formali connesse al piano di spesa pluriennale utilizzando l’enorme prestito europeo (122,5 mld in prestiti e 68,9 mld a fondo perduto; forte nelle dimensioni, leggero nei tassi) siano rispettate. Sono -sommando tutto- 528 le condizioni da rispettare per accedere ai 191,5 mld del Recovery Fund. Ma tre sono chiamate ‘riforme’, malgrado la precisa connotazione di obiettivi molto specifici. Per riforma della giustizia si intendono processi civili dimezzati nei tempi di esecuzione; per riforma della Pubblica Amministrazione si intendono risagomature (tra tagli, ringiovanimenti e compressione dei tempi burocratici); per riforma delle pensioni si intende togliere di mezzo ‘quota 100’. Restano altre 525 condizioni, ma il Presidente Draghi tiene a bada soprattutto queste tre cose che gli permettono la condizione negoziale generale.

Il dilemma politico-parlamentare
Lo schema Draghi resta immutato. I partiti toccano palla solo nella gestione dell’esistente. La manovra sul futuro è in mano alla componente tecnica del governo e fa capo direttamente al premier. Sulla gestione dell’esistente gli scontri in atto fanno parte del puzzle interno (le amministrative, l’elezione del capo dello Stato, le elezioni politiche). La crescita dell’infiammazione sui dossier che non attengono al negoziato europeo (ddl Zan in testa, questione carceraria, aperture-chiusure nel quadro del nuovo corso della pandemia, green-pass, eccetera) si presentano con un cordone sanitario che cerca di tenere gli scontri separati dal sentiero militare tracciato da Roma a Bruxelles. Anche quando sembra impossibile evitare inframmettenze, questa è la filosofia. Quello che, in questo quadro, riguarda proiezione al futuro vede tavoli da gioco separati in cui Palazzo Chigi è rapidissimo nell’assicurare il controllo di cornice (si veda la nomina dei vertici Rai rispetto al travaglio delle nomine parlamentari dei partiti per il cda). Mario Draghi, comunque, ha presente per il suo ‘esprit républicain’ -anche a proposito del carattere emblematico del ddl Zan- quel che ha scritto il direttore di ‘Repubblica‘ su un elemento che investe a fondo la questione del futuro italiano: ‘le diversità rigenerano la democrazia‘.

Il dilemma della transizione dei partiti
Il centrodestra è più cinico nel trovare quadre formali (alleanze elettorali, pur a fatica per le grandi città), ma nella crescita di una competitività che sfiora ogni giorno la rissa e nella crescita della impossibilità di stabilire punti fermi strategici e di governance. Il centro-sinistra è lacerato rispetto a entrambi i campi da gioco. Con la ricomposizione dei 5 Stelle che ha la forza di un castello di carte al vento. E con l’asse dem che resta annebbiato sia sul profilo identitario che su quello della alleanze. Il centro lib-dem potrebbe portare a massa critica il suo 10-12%, ma le divisioni personalistiche e di assenza di sforzo strategico consegnano anche questo terzo schieramento alla lacerazione (un piccolo segnale viene solo dal progetto di unione di civici e riformisti che si profila a Milano). Questa situazione favorisce tatticamente il governo, ma profila il peggio per il futuro prossimo della democrazia italiana.

Il dilemma economico-produttivo
I pre-consuntivi dello tzunami Covid-19 ripropongono il modello di tutti i flagelli, di ogni specie. I ricchi più ricchi, i deboli più deboli. Catene di esercizi commerciali chiusi, piccole imprese a macchia merceologica (chi ce la fa, chi non ce la fa). Ma la Borsa segnala l’8% di incremento della patrimonializzazione media con punte alte nell’area sia pubblica (Tesoro e CDP) che privata (da Prada a Del Vecchio, dagli Agnelli a Berlusconi). L’Italia non si snatura ma non migliora. Il rischio di denazionalizzazione resta alle porte (e non si combatte tenendo solo alta la bandiera di Alitalia) e i conflitti generati dalle vicende cassintegrati possono infuocare l’autunno. E’ vero che i soldi europei hanno più probabilità di arrivare rispetto a quel che pareva a fine 2020, ma i nodi di tessuto (a cominciare dal rapporto nord-sud che resta un serio irrisolto) hanno bisogno di tante cose, attorno e dopo il PNRR, di cui si parla poco. Positivo, in proposito, è l’allargamento della cabina di regia del PNRR a Comuni e Regioni.

Il dilemma partecipativo
Chiudiamo la rassegna con un breve sguardo alla società. Per vedere se capisce di più, se si responsabilizza di più, se coniuga meglio sacrifici e investimenti, se vuol fare la battaglia per la scuola come strategia primaria e per l’università come ritorno agli ascensori sociali. Tutto dipende dalse capisce di più‘. E su questo, sondaggi e analisi in corso non danno dati buoni. Paura e incertezza sembrano regolare ancora troppo lo schema di due Italie divise: quella che sa e quella che non sa, quella che chiede e quella che non chiede, quella che ricostruisce e quella che attende. Tema di tutto il ‘900. Con momenti sconfortanti e momenti straordinari. L’investimento pubblico sullaspiegazionediventa -ad avviso di chi scrive- essenziale per rompere questo equilibrio statico e veder germogliare di più l’Italia dal basso. Dario Di Vico, di recente sul ‘Corriere‘, ha delineato cosa tiene e cosa si è infragilito nei quattro punti della ‘tenuta’ della società italiana nella crisi pandemica: casa, famiglia, manifattura e terzo settore. Giusto e utile. Si consenta di aggiungere questo elemento, quello della ‘partecipazione consapevole e informata’.

Con queste ultime osservazioni si dà anche una prima risposta alla questione dei nessi tra i dilemmi.
Le connessioni spingono ad aver fiducia o a temere il peggio?
Fiumi di inchiostro e di parole sorreggono sui media le due tesi, ma la storia italiana ed europea ha tracce importanti circa i benefici delle crisi che in Italia devono ancora fare una parte del loro corso.
Questa è la partita di autunno.
Non tra pessimisti e ottimisti, ma tra informati e disinformati.
Non deve essere una competizione tra assistiti, ma lo spazio -che il governo Draghi, puntellato dal Quirinale, deve trovare ed esprimere- per promuovere il vero patto generazionale e una vera politica di accompagnamento sociale contro la crisi.
Si è detto che con la vittoria agli europei siamo apparsi uniti. Ma la riapertura di tutti i vecchi conflitti ci riporta al nostro pirandellismo, tra apparenza e realtà.
Chissà che qualcosa maturi, almeno sul metodo.

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Sull'autore

Stefano Rolando, classe 1948, laureato a Milano in Scienze Politiche, è docente, manager, comunicatore. Dopo esperienze di management in aziende (Rai e Olivetti) e istituzioni (Presidenza Consiglio dei Ministri e Consiglio Regionale della Lombardia), è dal 2001 professore di ruolo (Economia e gestione delle imprese) alla facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università IULM di Milano, dove si occupa di branding e di comunicazione pubblica, politica e sociale. Dal 2005 al 2010 è stato segretario generale della Fondazione di ricerca dell’ateneo. È stato anche segretario generale della Conferenza dei presidenti delle assemblee regionali italiane e rappresentante italiano nel comitato scientifico Unesco-Bresce. Dal 2008 è presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti” (www.fondazionefsnitti.it). Per sapere di più di Stefano si può consultare il sito della Università IULM al link: http://www.iulm.it/wps/wcm/connect/iulmit/iulm-it/docenti/rolando-stefano

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