martedì, Settembre 21

I costi dell’impero statunitense

0
1 2


Dal 2001, anno in cui George W. Bush dichiarò solennemente guerra al terrorismo, ad oggi gli Stati Uniti hanno profuso nei conflitti mediorientali qualcosa come 5 trilioni di dollari (dollaro più dollaro meno). Una cifra da capogiro, che è alla base dell’esplosione del debito pubblico, con conseguente diminuzione sostanziale degli investimenti all’interno dei confini Usa. Il tutto mentre la quota di Pil mondiale prodotta dagli Usa continua a declinare in favore dei Paesi emergenti.

Le ragioni profonde dell’elezione di Trump affondano le radici in questi profondi squilibri, avendo il tycoon newyorkese impostato tutta la propria campagna elettorale sulla necessità di ridurre considerevolmente l’esposizione imperial-militare per ricavare i fondi necessari a sostenere forti investimenti pubblici per il potenziamento delle infrastrutture statali. Gli Usa, in altre parole, sono chiamati a stabilire una scala delle priorità nazionali ed organizzare, sulla base di essa, una più nuova allocazione delle risorse. Se Washington continuerà a dedicare una quota di bilancio così alta all’apparato bellico, i costi saliranno proporzionalmente compromettendo qualsiasi possibilità di risoluzione dei problemi interni degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, gli Usa sono troppo esposti politicamente ed economicamente per ripiegarsi completamente su se stessi. Conseguenza diretta della cosiddetta ‘ipertensione imperiale’, di cui lo storico Paul Kennedy ha da tempo ravvisato i sintomi negli Stati Uniti.

A differenza della Gran Bretagna, gli Stati Uniti non dispongono di un impero coloniale ma sono dotati, come surrogato, di una catena di installazioni militari che li pone nelle condizioni di esercitare una costante pressione politica su qualsiasi governo del mondo. Dal 1945 al 1991 è stata la logica della Guerra Fredda a legittimare questo tipo di approccio, ma in realtà questo approccio aggressivo alle relazioni internazionali antecede il confronto indiretto con l’Unione Sovietica di circa un secolo. Era l’estate del 1853 quando la flotta militare Usa agli ordini del commodoro Matthew Perry gettò l’ancora nella baia di Edo (antica Tokyo) per intimare minacciosamente al governo giapponese di aprire le porte dell’economia nazionale agli occidentali. Dopo la breve ma sanguinosissima resa dei conti interna tra il nord manifatturiero e indipendentista e il sud agricolo ancorato alla domanda cotonifera della Gran Bretagna, gli Usa tornarono in campo più forti che mai ripudiando in maniera manifesta la cosiddetta ‘dottrina Monroe’ (‘l’America agli americani’ era il motto anti-europeo più in voga quando la dottrina fu inaugurata) per ingaggiare una straordinaria competizione con le potenze coloniali europee, nel tentativo di strappar loro il maggior numero di possedimenti coloniali. Nell’arco di poco tempo, gli Usa assunsero il controllo de facto dei Caraibi, dei Paesi centro-americani, delle Hawaii e delle Filippine.

Erano gli anni in cui gli Stati Uniti cominciarono a tradurre in termini militari la schiacciante superiorità economica conquistata rispetto a tutti gli altri Paesi europei, la cui declinante spinta propulsiva si esaurì del tutto con le disastrose guerre mondiali che tagliarono fuori quasi completamente il ‘vecchio continente’ dal ‘grande gioco’ mondiale. Nel 1946, la supremazia geopolitica statunitense era solidamente sorretta da una potenza economica senza precedenti, se si considera che gli Usa coprivano da soli il 25% circa della produzione mondiale, a fronte del 10% dell’Unione Sovietica, loro principale e più agguerrito avversario. Come nota l’economista Jeffrey Sachs: «la Guerra Fredda alimentava due idee fondamentali che avrebbero modellato la politica estera americana fino ad oggi. La prima era che gli Stati Uniti erano in lotta per la sopravvivenza contro l’impero sovietico. La seconda era che ogni paese, non importa quanto remoto, era un campo di battaglia in quella guerra globale. Anche se gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica evitavano un confronto diretto, flettevano i muscoli nelle guerre calde di tutto il mondo che servivano da surrogati della competizione diretta tra le superpotenze. Nel corso di quasi mezzo secolo, Cuba, Congo, Ghana, Indonesia, Vietnam, Laos, Cambogia, El Salvador, Nicaragua, Iran, Namibia, Mozambico, Cile, Afghanistan, Libano, e anche la piccola Granada, tra molti altri, sono stati interpretati dagli strateghi americani come campi di battaglia contro l’impero sovietico. Spesso erano coinvolti interessi molto più prosaici. Società private come United Fruit International e Itt convinsero i propri amici nelle alte sfere (i famosi fratelli Dulles, il Segretario di Stato John Foster e il direttore della Cia Allen) che le riforme agrarie o le minacce di esproprio delle grandi società erano terribili minacce agli interessi degli Stati Uniti, e quindi era necessario un cambio di regime a guida Usa.  Gli interessi petroliferi in Medio Oriente erano un’altra causa frequente di guerra, come era stato per l’Impero Britannico dagli anni ’20».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->