domenica, Settembre 19

I corsari dell'ICT field_506ffb1d3dbe2

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Micron

Gianluigi Redaelli, di FIM-Cisl, è molto chiaro: la scelta improvvisa di Micron Technology di licenziare 421 lavoratori degli stabilimenti italiani è un “atto di pirateria: compra una rivale, la spoglia dei brevetti e del portafoglio clienti e dismette tutto pur essendo in utile”.

Micron è un’azienda americana specializzata in semiconduttori che vanno dalle memorie RAM e flash ai chip e alla componentistica elettronica. L’avvio delle procedure di mobilità è stato annunciato lunedì 20 gennaio e, nonostante le richieste del Ministero dello Sviluppo Economico di aprire un tavolo di trattativa, sono state confermate ieri. Sono interessati gli stabilimenti italiani di Agrate Brianza (Monza: 223 licenziamenti), Catania (128), Napoli (53) e Avezzano (L’Aquila: 17).

L’azienda non è in perdita e ridurre i lavoratori italiani del 40%  appare una scelta “dettata dalla logica del mercato; con il licenziamento di oltre 400 persone l’organico di Micron Italia scenderà a circa 600 dipendenti rispetto ai 1000 attuali”. Prosegue Redaelli: “si tratta di lavoratori ad alta specializzazione, vere eccellenze, che da un giorno all’altro e al termine dei 75 giorni della messa in mobilità perderanno il loro lavoro”. Un settore strategico, quello delle eccellenze progettuali, che non possiamo giocarci in questo modo: “appena un anno fa i dipendenti Micron in Italia erano 2350 e le responsabilità per la situazione che stiamo vivendo sono anche in larga misura delle scelte dei nostri rappresentanti politici”. È un atto d’accusa molto preciso, che si chiarisce ricostruendo la storia recente di STM.

È il 2000 quando STMicroelectronics –alla presenza dei sindacati- firma un protocollo d’intesa con il Ministero dello Sviluppo economico, per la costruzione dell’innovativo modulo M6 (progetto pensato per il rilancio di St Catania). STM nasce nel 1987 dalla fusione tra la Società Generale Semiconduttori (SGS), fondata da Adriano Olivetti e poi passata all’IRI, e la divisione semiconduttori di Thomson (Francia). STM, usualmente abbreviata in St, riceve in quello stesso anno ben 500 milioni di euro, a fronte dell’impegno di creare 1500 posti di lavoro. Il progetto M6 sarà poi ceduto a una società indipendente, partecipata da St per il 48% e per il 45% da Intel (comparto memorie). 

Anno 2007: il comparto memorie di St è ceduto, in perdita, con oltre 1600 dipendenti. 2008: nasce la joint venture Numonyx (con Intel e Francisco Partners). 2009: nasce una nuova joint venture, partecipata da St e NXP. Il personale St di Palermo e Catania rientra in un’altra cessione di ramo. Nel 2010 Numonyx è acquisita da Micron Technology (che rifiuta i 463 milioni previsti per il completamento di M6 e previsti dal protocollo del 2000 con il Ministero e ricorre alla cassa integrazione per tutti i dipendenti Numonyx). St, Sharp e Enel acquistano la tecnologia del modulo M6 per 70 milioni di euro (un decimo del valore iniziale).

Ci si chiederà cosa c’entrino le responsabilità politiche. È presto detto: STM è quotata in borsa per il 62,5%. La parte restante del capitale è controllata da STM holding II BV (27,5%), a sua volta e attraverso diversi passaggi, compartecipata da Fonds stratégique d’investissement (Commissariat à l’énergie atomique et aux énergies alternatives) e dal Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano (Finmeccanica fino al 2004, Cassa depositi e prestiti fino al 30 novembre 2010 più altri partner minoritari.

La ricostruzione non è semplice, ma da questi passaggi possiamo ricavare per l’ennesima volta quanto sia grave la mancanza di un piano industriale nazionale nel nostro Paese. “Complessivamente -prosegue Redaelli- ben 506 lavoratori di St Microelectronics, 3000 di Numonyx, 99 di Texas Instruments -oltre ai licenziamenti appena annunciati- hanno perso il posto e sono rimasti senza tutela”.

Il momento di crisi generalizzata non fa che aggravare le cose. “È chiaro che una simile operazione sia nella logica dell’occupazione degli spazi di concorrenza propri del libero mercato”, ma è altrettanto evidente che non ci si può attendere tutela prioritaria dei lavoratori italiani da parte di un’azienda straniera. “Poiché la sede centrale di Micron si trova negli Stati Uniti e non crediamo di dover intervenire sulle politiche aziendali, che sono nella libera scelta imprenditoriale, ci limitiamo a osservare che il caso Micron evidenzia un problema di merito e di metodo. Il Governo italiano ha dato assenso a questa operazione, anche se in questa partita il principale colpevole è Micron, con la sua scelta di disimpegno dall’Italia”. Prosegue Redaelli: Il ruolo del nostro governo in questa vicenda è stato fortemente disconosciuto con il rifiuto di Micron di sedere al tavolo di trattativa richiesto dal Ministero anche con i sindacati”. Questa accettazione avrebbe concesso una settimana in più per poter ragionare del destino dei licenziati. Ma il ‘no’ è stato categorico e sono partiti ieri i 75 giorni di rito delle procedure di mobilità, durante i quali si dovrà discutere del destino di 420 lavoratori ad altissima specializzazione, un’eccellenza italiana che pagherà da sola il prezzo di una politica industriale gravemente assente.

La questione di metodo è grave quanto il problema dei licenziamenti. “Una situazione potenzialmente analoga si era già verificata con Alcatel Lucent che -essendo in perdita- ha deciso di tagliare 700 posti in Italia; il metodo, però, non è quello di Micron. Intanto non sono state attivate mobilità né Cassa integrazione, ma si è cercato prima di tutto il modo di sistemare i lavoratori o perlomeno di ridurre il danno”. Scelte molto diverse da quelle di chi ha deciso di “forzare la mano, fissando tempi precisi che riducono i margini di recupero. Non dimentichiamo che Micron produce utili in un settore è di eccellenza. Bisognava cercare una soluzione diversa”.

Quale soluzione si poteva pensare? Lo chiediamo a Redaelli, che propone per esempio “pensare alla migliore destinazione dei fondi che le aziende normalmente riservano per le dismissioni. Tralasciando il fatto che Micron -per ora- non ha annunciato l’accantonamento di alcuna somma di denaro destinato alla fase attuale, occorre anche dire che la destinazione dei fondi -dove previsti- potrebbe essere orientata alla creazione di nuova impresa, sempre nel quadro di un piano industriale ormai prioritario”.

Se un’azienda così importante disimpegna dovrebbe prevedere stanziamenti di tutela dei lavoratori, i mezzi ci sono. Considerando che il nostro Paese ha investito somme sostanziose in ST, non si vede il motivo per cui ci si debba chinare in modo supino alla cancellazione di così tanti posti di lavoro. Sono stati annunciati anche degli scioperi a sostegno dei lavoratori di Micron, con l’obiettivo di ‘alzare il tiro’ della comunicazione. “Micron non produce per il consumo e non è facile coinvolgere l’opinione pubblica. Ma un primo passo è quello di agire sulle forme tradizionali di lotta e cercare di far sentire la voce della protesta oltre oceano”.

Il Ministero dello Sviluppo Economico -visti gli sviluppi- è stato costretto a prendere posizione, convocando -fuori prassi- un incontro tra Micron e sindacati presso la propria sede. Un primo segnale positivo.  Non si può dire che quella di acquisire aziende e poi rivenderle -dopo averle svuotate di brevetti e know how– sia una prassi e nemmeno una tendenza. Si tratta infatti di operazioni di livello internazionale, realizzate da pochi e grandi gruppi imprenditoriali. Il caso suggerisce però l’urgenza di pensare meglio il sistema italiano delle tutele, la pianificazione degli insediamenti produttivi, i criteri per l’assegnazione dei contributi. Naturalmente l’Italia -anche in questo caso- mostra il fianco: la mancanza di progettualità e la grave crisi culturale che stiamo attraversando rendono il nostro Paese esposto e fragile. Bisogna attuare una vera CSR e ‘stringere’ condizioni precise per gli insediamenti delle imprese che non abbiano ‘testa e cuore’ italiani.

“I lavoratori devono essere responsabilizzati e coinvolti -conclude Redaelli- come accade in Germania, dove le organizzazioni sindacali sono rappresentate nei consigli di sorveglianza delle aziende. A noi manca un fatto essenziale: non siamo un sistema-Paese. Se vogliamo attrarre capitali dobbiamo essere competitivi: servono infrastrutture, servono progetti e competenze. I 40 milioni che il Ministero del Tesoro ha ricavato negli anni dalla partecipazione in STM, per esempio, potevano essere accantonati e impiegati in una fase come quella attuale per coprire le emergenze dei licenziamenti o per creare impresa”.

 

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