martedì, Settembre 28

I contadini giapponesi contro il Libero Scambio Il 'no' delle lobby agricole nipponiche all’abbattimento delle tariffe nel settore primario

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La visita del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama in Giappone, conclusasi lo scorso 25 aprile, pur se coronata da significativi ‘passi avanti’ sul versante della cooperazione strategica (con particolare riferimento al ruolo di Washington nella questione delle isole Senkaku/Diaoyu), non ha, però, dato i risultati sperati per ciò che riguarda l’avanzamento delle trattative bilaterali nippo-americane nell’ambito della TPP (Trans-Pacific Partnership), relativamente all’abbattimento dei dazi doganali in diversi settori, in particolare quello agro-alimentare. Una prospettiva che non piace alle lobby agricole nipponiche, che vedono minacciato il proprio settore dallo spettro dell’’invasione’ straniera.

A nulla sembra, dunque, valso l’incontro preliminare, avvenuto poche settimane prima della visita del Presidente Obama, tra Akira Amari, Ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria giapponese, e l’americano Michael Froman, Ministro del Commercio, durante il quale si era auspicata una rapida risoluzione dello stallo creatosi nei negoziati commerciali e il raggiungimento di un accordo comune riguardo all’abbattimento delle tariffe sui prodotti agricoli. Uno stallo che si ripercuote sull’andamento generale dei negoziati TPP tra i 12 Paesi dell’area Asia-Pacifico coinvolti; nonché sull’orizzonte degli ulteriori accordi di libero scambio che il Giappone sta conducendo parallelamente con altri interlocutori, come l’Unione Europea.

L’ultimo bimestre è stato in ogni caso caratterizzato dall’intenso sforzo, da parte del Governo di Tokyo, nel continuare a promuovere il programma di riforme strutturali (la cosiddetta ‘terza freccia’ dell’Abenomics) previsto dall’agenda economica di Abe Shinzo, Primo Ministro giapponese.

L’adesione del Giappone a importanti accordi internazionali di libero scambio comporta la necessità di rivedere le vecchie politiche nazionali di tipo protezionistico, con un abbattimento radicale delle tariffe doganali e l’adesione a standard sovranazionali in materia di concorrenza e trasparenza.

Lo testimonia lo storico accordo di libero scambio, di durata ventennale, siglato agli inizi di aprile con il Governo australiano, che prevede, tra le altre cose, una riduzione considerevole dei tradizionali vincoli tariffari che caratterizzano alcuni prodotti del settore primario giapponese, come latticini e carne di manzo. Una concessione mai prima d’ora fatta a nessun’altra Nazione, come non hanno mancato di sottolineare alcuni funzionari australiani.

Tanto è bastato per scatenare nuovamente le reazioni delle lobby agricole giapponesi, rappresentate dalla JA-Zenchu (Central Union of Agricultural Co-operatives   -Unione Centrale delle Cooperative Agricole giapponesi), che hanno organizzato l’ennesima mobilitazione di protesta nella capitale, supportati da una dozzina di esponenti dello stesso LDP (Liberal Democratic Party), il partito di maggioranza a cui fa capo il premier Abe.

Tuttavia il dissenso dei rappresentanti del settore primario giapponese, pur rappresentando una spina nel fianco per i sostenitori delle riforme del Premier Shinzo Abe, non sembrerebbe avere il potere di minare le fondamenta del consenso politico dell’LDP, tradizionalmente  appoggiato dalla comunità rurale giapponese, dove è da sempre presente lo  ‘zoccolo duro’ dell’elettorato conservatore.

Nel Giappone del dopoguerra, la lobby agricola è stata una base di appoggio politico cruciale per l’LDP“, ci spiega Sebastian Maslow, Research Fellow presso il German Institute for Japanese Studies di Tokyo (DIJ). “Tuttavia, negli ultimi anni, e in particolare nel corso degli anni Duemila, l’LDP ha abbracciato un programma di riforme che ha in un certo senso ‘urbanizzato’ il vecchio LDP ‘rurale’. È stato infatti il precedente Governo del DPJ (Democratic Party of Japan), sotto la legislatura Ozawa, ad aver sostituito l’LDP nel garantire un sostegno nei confronti degli agricoltori del Giappone rurale. Il risultato elettorale del 2012, che ha portato nuovamente Abe al Governo, evidenzia precisamente questo, dal momento che la corrente dell’LDP possiede ora una base elettorale molto più equilibrata che ha ridotto l’influenza della lobby agricola. Inoltre, nonostante l’annuncio di Abe del marzo 2013 riguardo all’ingresso nella TPP, l’LDP ha nuovamente riportato la vittoria nelle elezioni di luglio per la Camera Alta, a dimostrazione del fatto che i tentativi di mobilitazione dell’ultimo minuto della JA non hanno avuto successo.

I timori dei rappresentanti del settore primario riguardano soprattutto la possibilità di un’immissione incontrollata di prodotti stranieri nel mercato alimentare giapponese, che potrebbe comportare conseguenze negative come la dipendenza alimentare ed economica verso Paesi stranieri e il declino del settore agricolo e ittico, con relativa crisi occupazionale e svuotamento delle campagne, idealmente considerate come uno degli ultimi baluardi di un’identità nazionale nipponica ‘genuina’. I prodotti più ‘sensibili’ in tal senso sono rappresentati dai prodotti trasformati a base di latte o carne, e dal riso, su cui il Giappone garantisce una protezione tariffaria che si aggira intorno al 770% (fonte: Ambasciata d’Italia a Tokyo).

Come sottolineato dal professor Maslow, la prospettiva di una maggiore apertura del mercato dell’agro-alimentare in entrambi i sensi, avrebbe il vantaggio di agevolare l’esportazione del branding alimentare nipponico (come il sake o la carne di manzo), grazie anche a un programma di incentivi governativi. Un possibile elemento di freno rispetto a questa prospettiva è rappresentato dal ‘comportamento’ del consumatore giapponese, notoriamente incline a preferire i prodotti nazionali, seppur più costosi, rispetto ai più economici ma ‘rischiosi’ prodotti di importazione straniera (specialmente cinesi).

Nel mese di maggio, il Primo Ministro Abe e alcuni membri anziani dell’LDP hanno accolto la proposta del Consiglio per la Riforma della Regolamentazione di rivedere il ruolo della JA-Zenchu, depotenziandone di fatto la capacità ‘coesiva’ e direttiva nei confronti delle varie cooperative regionali e di altri gruppi simili.

Per l’Amministrazione Abe, entrare nella TPP è parte integrante del suo programma di riforme economiche, che enfatizzano una più ampia partecipazione del Giappone negli accordi di partenariato economico” conclude Maslow.”Al di là di alcune concessioni agli agricoltori giapponesi, ritengo che Abe non sia disposto a sacrificare le necessità del momento attuale alle pressioni interne della JA“.

Il Giappone soffre attualmente di una crisi demografica, economica e di sostenibilità energetica senza precedenti. Ma risulta allo stesso tempo fortemente proiettato verso uno scenario sempre più globale e orientato verso una crescente e attiva cooperazione, tanto sul fronte economico che strategico, con diversi attori di spicco dello scenario regionale dell’Asia-Pacifico e non solo. In particolare, una conclusione positiva -e in tempi rapidi- dei dialoghi bilaterali tra Giappone e Stati Uniti, nell’ambito delle trattative della TPP, risulta di interesse strategico per entrambe le parti; dal momento che l’alleanza USA-Giappone (e la stessa immagine della leadership USA agli occhi della comunità internazionale) non potrebbe che uscirne rinforzata.
Ogni decisione del Governo giapponese in merito alla salvaguardia di politiche protezionistiche nel nome di un’autosufficienza alimentare e finanche della preservazione di una ‘identità nazionale’, dovrà essere considerata entro tale contesto.

 

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