mercoledì, dicembre 19

I confini caldi di Caucaso e Asia Centrale true

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Sabato scorso, una sparatoria al confine tra Kyrgyzstan e Tagikistan, un’altra qualche giorno dopo, tra forze armene e azere nella regione contestata del Karabakh. Le strette di mano di fine 2013 non hanno creato il clima di distensione che si sperava per le due regioni. L’eredità pesante dei confini sovietici e gli scontri etnici e territoriali degli anni novanta sono ferite che faticano a rimarginarsi.

In un comunicato ufficiale, il Governo del Tagikistan ha espresso «preoccupazione» per l’atteggiamento violento dimostrato dalle guardie di confine kyrgyze, che hanno aperto il fuoco «in maniera indiscriminata» contro gli omologhi tagiki causando uno scontro sanguinoso lo scorso 11 gennaio. La replica del Kyrgyzstan non si è fatta attendere: il Ministero degli Esteri ha pubblicato una nota in cui si esprimeva «perplessità» sul comportamento antagonista della controparte tagika, che «avrebbe pianificato l’attacco in anticipo». Il risultato degli scontri militari e diplomatici sono diversi feriti, alcuni gravi. L’oggetto della contesa? La costruzione di una strada, la Ak-Sai – Kok-Tash, nella regione del Batken kyrgyzo, dove si trova anche una riserva idrica importante, anche questa oggetto delle granate tagike.

Gli incontri della settimana precedente alle violenze non sono serviti a calmare gli animi. I due Ministeri degli Esteri comunicavano più volte al giorno dall’inizio dell’anno. Tuttavia, sui quasi mille chilometri di confine tra i due Paesi centroasiatici, la sezione tra Batken (Kyrgyzstan) e Isfara (Tagikistan) è la più calda.
La schermaglia di sabato scorso è solo la continuazione di una serie di scontri durati per tutto il 2013, ma rimane un segnale forte. Testimonia la debolezza della diplomazia, che si è subito precipitata a scaricare sull’altro fronte le responsabilità per lo scontro a fuoco. Secondo la parte tagika, la costruzione della strada era stata sospesa e alcune guardie frontaliere kyrgyze stavano proteggendo dei lavoratori che avevano ripreso i lavori. Una condotta che «mina le relazioni fraterne sviluppatesi tra i due Paesi», secondo la nota di Dushanbe. Tuttavia, a sparare sono stati proprio i tagiki.

Proprio per questo, tutti i posti di confine sono stati chiusi per alcuni giorni e l’Ambasciatore kyrgyzo a Dushanbe è stato richiamato a Bishkek. La memoria ritorna ai numerosi drammatici scontri che la valle del Ferghana ha vissuto negli scorsi 25 anni. Se si guarda la cartina, la questione è facile da comprendere: la città stessa di Ferghana si trova al centro di una direttrice che, posta da sud a nord per circa 500 chilometri, passa attraverso 5 diversi Paesi, dall’Afghanistan al Kazakistan, e due principali filoni etnico-culturali, il farsi (o dari) e il mongolo-turco. Questa, anche se non in linea retta a causa dell’ostica orografia, è anche la direttrice dei traffici di droga, provenienti dalla produzione afghana e in transito verso i mercati di Russia ed Europa. Gli Stati Uniti hanno guardato con preoccupazione agli scontri, visto il loro impegno, soprattutto economico, nel combattere il narcotraffico in questa regione.

Nei mesi scorsi, infatti, gli USA avevano provveduto a nuovi stanziamenti di fondi per la preparazione delle guardie di confine di entrambi i Paesi, che a dicembre avevano raggiunto un accordo di cooperazione proprio tra le rispettive forze militari frontaliere. Dietro lo scontro, oltre alla volontà di imporsi quale parte negoziale più forte, anche il problema dell’acqua, una questione che si conferma più attuale che mai. Non a caso, il più recente incontro ONU per la cooperazione sull’acqua si è svolto nella capitale tagika, Dushanbe. Il decennio 2015-2025 sarà dedicato alla cooperazione globale sulle risorse idriche. Dal Palazzo di vetro di New York al palazzo presidenziale del Presidente Emomali Rahmon c’è molta distanza, però. Se si segue l’esperienza tagika fatta di aut-aut e di ‘decisioni irrevocabili’, le prospettive per la collaborazione, anche regionale, sono striminzite. A causa della programmata costruzione della diga di Rogun, che andrebbe a modificare il flusso di un importante affluente del fiume Amu Darya, vera arteria centroasiatica, è sempre più difficile trovare Rakhmon nella stessa stanza con l’omologo uzbeko Islam Karimov. La dicotomia tra i Paesi ‘a monte’ e i vicini ‘a valle’ è presente anche nel rapporto, ora tesissimo, tra Tagikistan e Kyrgyzstan.

Qualche migliaio di chilometri più a ovest, a sud della catena caucasica, un’altra coppia di Paesi sta vivendo settimane di rinnovati scontri di confine. Il Ministero della Difesa dell’Azerbaigian ha accusato l’Armenia di aver violato il cessate il fuoco tra i due Paesi. La sospensione delle ostilità dura dal 1994 e da allora l’Armenia controlla un’enclave che rappresenta circa il 20 percento del territorio azero (secondo le fonti azere). L’OSCE ha finora rappresentato l’argine fisico tra due Paesi psicologicamente ancora in guerra. Una delegazione si è recata proprio in questi giorni a verificare quanto successo tra il 13 e il 14 gennaio nei villaggi della regione di Khojavend.

Dal 1994, entrambe le parti hanno scelto il proprio partner preferito. Yerevan ammicca un occhio politico-economico verso Mosca e uno di diaspora verso Parigi e Washington, mentre Baku preferisce parlare di energia con Bruxelles e di diplomazia con Ankara, ancora ai ferri corti con l’Armenia sul ‘genocidio-non-genocidio’ del 1915. I rappresentanti armeni e gli omologhi azeri si incontrano frequentemente, ma altrettanto spesso i due presidenti si lasciano andare con uscite poco concilianti, che fanno molto bene ai rating di approvazione popolare, ma molto male alle negoziazioni. Di violazioni del cessate il fuoco si sente parlare quasi ogni mese.

A fine dicembre, una dichiarazione curiosa, ma forte è arrivata da Baku. Un membro dell’amministrazione presidenziale ha detto che «l’accesso dell’Armenia in qualsiasi unione o associazione internazionale sarebbe contro il diritto internazionale, visto che questo Paese ha occupato le terre natie del popolo azero nel Karabakh e nei distretti circostanti». La logica dietro la dichiarazione è che i Paesi membri di ONU e OSCE (quali per esempio Russia, Bielorussia e Kazakistan) non dovrebbero accettare che l’Armenia entri in un’associazione (leggi ‘Unione Doganale‘), perché riconoscono lo status illegale dei territori occupati dalle forze di Yerevan. L’Azerbaigian, che non ha intenzione di unirsi al progetto eurasiatico di Putin, Lukashenka e Nazarbayev, non avrebbe avuto motivo di pronunciarsi in merito, a meno che non volesse affermare l’attualità della questione del Karabakh.

Diverse cause storiche e diverse circostanze del presente paradossalmente accomunano i due conflitti ‘di confine’ nel Caucaso e in Asia centrale. È inevitabile, tuttavia, pensare all’eccessivo personalismo presidenziale, tipico dei regimi quasi patrimonialisti in questione, come causa delle schermaglie che si susseguono come se fossero tappe di una road map verso un nuovo conflitto. L’unica eccezione è il Kyrgyzstan, Paese sulla carta sempre più aperto, verso una forma di governo parlamentare efficace, nonostante le divisioni tra i clan delle varie province. L’instabilità è figlia anche dello strapotere interno di forze imbattibili protette da sistemi politici chiusi.

 

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