sabato, Ottobre 16

I colpi di coda dell’amministrazione Obama

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Sembra che l’amministrazione Obama che si appresta ad uscire di scena stia facendo di tutto per rendere i primi mesi di Donald Trump alla Casa Bianca assai complicati. Poche settimane fa, il senatore democratico del Nevada Harry Reid ha richiesto pubblicamente le dimissioni del direttore dell’Fbi James Comey attaccando pesantissimamente la sua integrità morale e professionale sulla quale nemmeno Barack Obama in persona non aveva avuto nulla da eccepire. Secondo le accuse di Reid, Comey sarebbe stato pienamente consapevole dell’ingerenza russa negli affari interni degli Stati Uniti ma avrebbe deliberatamente evitato sia di intervenire che di informare la dirigenza di Washington nella convinzione che la situazione venutasi a creare avrebbe favorito il Grand Old Party, suo partito di appartenenza. Come risultato, l’Fbi si è immediatamente allineato alla posizione oltranzista della Cia che già da prima di quel fatidico 8 novembre incolpava Mosca di aver interferito nelle elezioni fornendo a ‘WikiLeaks’ i documenti hackerati dell’apparato dirigenziale del Partito Democratico e del candidato alla presidenza Hillary Clinton.

Una clamorosa smentita a questa ricostruzione è stata fornita da Craig Murray, ex ambasciatore britannico in Uzbekistan rimosso dall’incarico nel 2004 dopo aver denunciato i metodi impiegati dal regime tirannico di Samarcanda, che in quegli anni rappresentava un alleato cruciale di Londra e Washington per permetter loro di condurre la campagna militare nel vicino Afghanistan. Murray, che politicamente è collocabile agli antipodi di Donald Trump, ha riconosciuto apertamente di aver avviato da qualche anno un rapporto di stretta collaborazione con ‘WikiLeaks’, e di esser stato lui stesso a ricevere i documenti attestanti l’ostruzionismo nei confronti di Bernie Sanders da parte dell’establishment del Partito Democratico in un parco di Washington. Secondo l’ex ambasciatore britannico, a fornire la documentazione sarebbero stati alcuni insider disgustati dalla condotta del partito e dall’egemonia finanziaria esercitata dai Clinton attraverso la fondazione di famiglia. Lo stesso Murray ha liquidato come ‘idiozie’ (bullshit) i capisaldi dell’impianto accusatorio della Cia che attribuiscono a presunti hacker russi incaricati dal Cremlino la responsabilità della fuga di notizie che ha fatto crollare la popolarità di Hillary Clinton alla vigilia del voto. Dichiarazioni in linea con quelle di Murray erano state rilasciate da Julian Assange in persona, secondo cui la Russia non aveva nulla a che fare con i documenti segreti pubblicati da ‘WikiLeaks’.

Murray ha poi lanciato un duro attacco alla tesi accusatoria della Cia, che si basa per lo più sul rapporto finale sulle operazioni di hackeraggio redatto dalla Crowd Strike su incarico del Democratic National Committee. Secondo l’ex diplomatico, gli errori macroscopici rilevati dalla società di sicurezza informatica presieduta dall’ex alto funzionario dell’Fbi Shawn Henry presuppongono un livello impressionante di superficialità e scarsa professionalità da parte degli hacker – i presunti documenti in cirillico ‘dimenticati’ dagli hacker nei computer che avevano appena violato, il fatto che un membro della squadra di hacker aggio impiegasse il nickname di Felix Edmundovič Dzeržinskij, fondatore della polizia segreta sovietica, e le tracce che condurrebbero verso indirizzi Ip moscoviti. Che Putin abbia affidato a questa manica di incompetenti un compito tanto delicato pur disponendo di una delle unità di cyberwarfare più potenti al mondo è francamente difficile da credere. Molti osservatori concordano nel ritenere che le prese di posizione della Cia e dell’Fbi siano indice di uno scontro lacerante interno all’establishment statunitense. In altre parole, una nutrita fronda interna allo ‘Stato profondo’ non avrebbe digerito il verdetto delle urne e sarebbe ora impegnata a sabotare l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca mediante accuse di tradimento e connivenza con una potenzia ritenuta ostile agli Stati Uniti. Che Langley sia in prima fila in questo tentativo ha una sua logica, avendo il tycoon newyorkese promesso di sospendere la politica di sistematica ingerenza negli affari interni di Paesi stranieri condotta per decenni dalla più famosa agenzia segreta del mondo.

La stessa astensione degli Usa alla risoluzione Onu di condanna degli insediamenti israeliani nei territori occupati può essere considerata come un colpo basso inteso a complicare i delicatissimi rapporti tra Washington e Tel Aviv prima che Trump assuma ufficialmente i poteri. I rapporti non certo facili tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu non sono mai stati dettati da profonde divergenze riguardo alla politica estera e di sicurezza portata avanti da Israele, ma più che altro da diffidenza e antipatia reciproca. Lo dimostra l’atteggiamento tenuto dall’amministrazione Obama nei confronti dello Stato ebraico rivendicato fieramente dall’ex senatore dell’Illinois in persona: «Il dato di fatto – ha dichiarato Obama in un’intervista a ‘The Atlantic’– è che negli ultimi tre anni abbiamo profuso moltissime energie per difendere la posizione di Israele. Io penso che il primo ministro Netanyahu e il ministro della Difesa Barak siano consapevoli che tra i nostri due Paesi non c’è mai stata una cooperazione militare e di intelligence più stretta di quella attuale. Quando si guarda a quello che io ho fatto per la sicurezza di Israele, dalle esercitazioni e dall’addestramento congiunto, al supporto finanziario e operativo del progetto Iron Dome che garantisce che le famiglie israeliane siano meno vulnerabili ad attacchi missilistici, al fatto che abbiamo assicurato la superiorità militare israeliana, alla lotta contro la delegittimazione di Israele, sia in sede di Consiglio dei Diritti Umani che dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, di fronte al Rapporto Goldstone, così come dopo l’incidente della Mavi Marmara, emerge chiaramente che la presente amministrazione si è spinta molto oltre il lavoro svolto dai governi precedenti in appoggio ad Israele […]. Non esistono valide ragioni per dubitare di me su questo punto. In parte la questione ha a che vedere con il fatto che nel nostro Paese e sui nostri organi di informazione si ha la tendenza a politicizzare qualsiasi cosa. Se avete un gruppo di esponenti politici che intendono creare tensione non tra gli Usa ed Israele, ma tra Obama ed il voto degli ebrei americani, che è stato sempre molto influente rispetto alla mia candidatura, allora diventa necessario cercare di destare dubbi e di sollevare problemi». A ciò va sommato il mega-accordo attraverso il quale l’amministrazione Obama ha impegnato gli Usa a fornire ben 38 miliardi di dollari di finanziamenti ad Israele entro la finestra temporale che va dal 2019 al 2029, vincolati all’acquisto di armamenti fabbricati dal complesso militar-industriale statunitense. Si tratta del più imponente pacchetto di aiuti militari mai concesso dagli Stati Uniti ad un altro Paese, da considerare come il prezzo pagato da Washington per l’accordo sul nucleare iraniano.

Il recente pronunciamento degli Usa in sede di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite stride pesantemente con la linea politica condotta fino ad ora, e proprio per questo può essere considerato, unitamente alla teoria del complotto che attribuisce ai russi parte delle responsabilità per l’esito delle elezioni di novembre, una stilettata nei confronti dell’amministrazione che si appresta ad assumere le redini del Paese.

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